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Se muestran los artículos pertenecientes a Enero de 2010.

Foro Mundial de Educación Física. La Habana

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Se celebrará en La Habana Cuba del 8 al 10 de julio del 2010

Para mas información dirigirse a

Comité Organizador Internacional

Teléfonos 537-648-5007

E mail: convención@inder.cu / dircult@inder.cu

 

02/01/2010 17:41 ucha #. sin tema Hay 1 comentario.

CHI E’ E A CHE COSA E’ UTILE LO PSICOLOGO DELLO SPORT

Prof. Diego Polani

Presidente Nazionale Società Professionale Operatori in Psicologia dello Sport e delle Attività Motorie

Cattedra di Psicologia dello Sport Facoltà di Medicina e Chirurgia Firenze - Corso di Laurea in Scienze Motorie

Cattedra di Psicologia dello Sport Facoltà di Medicina e Chirurgia Firenze - Corso di Laurea Specialistica in Scienze e Tecnica dello Sport

Il problema di una reale conoscenza su ciò che può fare o non fare una determinata categoria professionale è sempre di più attuale ed importante. Spesso con determinate professioni si tende, per ignoranza popolare, ad affibbiare una serie di competenze professionali come si fosse tuttologi, cosa che da svariati anni proprio le Università con i loro ordinamenti e le società professionali specifiche stanno combattendo con forza.

Sicuramente una delle professioni più inquinate da queste confusioni di ruolo è proprio la psicologia che viene vissuta principalmente dall'utenza, in maniera errata, come una professione esclusivamente sanitaria, oppure come una professione dove chiunque, laureato in tale materia, può spaziare da un'area all'altra. Questo problema riguarda, di fatto, le fantasie, le aspettative e i pregiudizi relativi al servizio offerto.

L'idea del classico modello "medico", che riduce la prestazione dell'esperto al diagnosticare un male e proporre una ricetta che "serve per curare" il paziente, al fine di "eliminare" questo male ed ottenere una guarigione, condiziona spesso le fantasie più o meno consapevoli di chi chiede aiuto ad uno psicologo, anche se in questo caso si dovrebbe fare affidamento ad uno psicoterapeuta. Questo avviene a maggior ragione negli atleti, o in coloro che, ricercando un intervento per i loro atleti, si trovano a richiedere un aiuto psicologico. Spesso la fantasia popolare, come già accennato, è quella del modello medico ed è ancora più pericolosa perché gli atleti molte volte non hanno nessuna problematica psicopatologica e giustamente rifiutano l'idea di essere "curati" per aspetti psicologici che "non li riguardano". L'equazione in questo caso è "psicologo-medico" uguale "malato", e la conseguenza di ciò una serie di reazioni difensive con un rifiuto della figura dello psicologo dello sport. Questo modo di vedere la psicologia dello sport è purtroppo la conseguenza di un retaggio storico esclusivamente italiano, ma in parte ancora attuale, che vuole, proprio per questa forma di tuttologia opportunisticamente cavalcata da coloro che hanno una formazione esclusivamente clinica e/o medica e che vogliono entrare in questo mondo, medicalizzando qualsiasi intervento psicologico definendolo "clinico". Altre situazioni invece, vedono alcune persone immaginare assurdamente l'intervento dello psicologo come l'ultima spiaggia, prima della competizione importante, quasi fosse un "mago" con poteri non ben definiti. In questo caso è possibile osservare casi trattati da operatori non preparati e non formati nella specifica specializzazione (o addirittura personaggi quali i motivatori, i coach o i counselor che spesso operano senza titoli universitari e senza preparazione scientifica ma essenzialmente senza regole ben definite e senza la supervisione di uno psicologo) dove, nella maggior parte dei casi, gli atleti subiscono una sorta di lavaggio del cervello senza di fatto andare ad analizzare più profondamente l'umore e le emozioni, facilitanti ed inibenti, che spesso sono alla base di un lavoro più profondo e duraturo. Ultimamente si sono letti casi di atleti che sono stati convinti di aver superato i loro problemi con semplici formulette da ripetersi mentalmente, ma che poi in realtà continuavano ad accusare i loro sintomi mascherati da piccole alterazioni fisiologiche. Questo sicuramente alla lunga crea una diffidenza nella figura professionale dell'operatore in psicologia dello sport.

Queste anomalie le si possono notare anche nelle altre specializzazioni psicologiche. Quante volte si richiede ad uno psicologo clinico di dare indicazioni o fare formazione in ambito lavorativo, oppure in quello sportivo e/o diagnostico. Ogni professionista ha una sua specifica specializzazione post universitaria, si spera, ed è questa che dovrebbe fare fede in ambito professionale. Eppure oggi, un po' per mancanza di lavoro, un po' per ignoranza, si notano utenze (e qui prevale l'ignoranza) che richiedono competenze specifiche a chi non le ha, e crescono "professionisti" che s'improvvisano, per quanto già detto pocanzi, psicologi del lavoro, o dello sport, clinici, ecc., senza dare come conseguenza servizi realmente professionali e, come ovvia conseguenza d'immagine, riducono la nostra professione ad una sorta di carnevalata. Oggi più di prima vediamo, ad esempio, corsi di formazione professionale che trattano problemi inerenti l'assesment, la gestione risorse umane, i rapporti relazionali con i clienti interni ed esterni, che vengono trattati con la stessa modalità con cui si conducono gruppi terapeutici, creando così solo confusione anche se si rinforzano quelle fantasie "magiche" che ogni corsista spesso si ritrova a cercare per appagare suoi stati emotivi e comportamentali specifici. Ma non scordiamoci, infine, di coloro che creano, ad esempio nello sport, dei setting terapeutici con gli atleti senza di fatto gestire il loro vero problema agonistico.

E allora lo psicologo dello sport che competenze ha? Che può fare? Come lo fa? Si è in grado di capire se è bravo nel suo campo? Da che lo si può capire? In che caso si potrà dire che il suo lavoro "funziona" ed è propositivo?

Questi sono i classici interrogativi che si pongono ancora oggi atleti, allenatori e dirigenti.

Un professionista preparato è sicuramente quello che informa in maniera puntuale e precisa il suo committente con una proposta di obiettivi che siano e capibili e raggiungibili.

Ricordo che nel caso in cui una società sportiva, una federazione o il singolo allenatore siano il "committente" dell'intervento dello psicologo dello sport sui loro atleti, spesso sono nella condizione di dover convincere il loro atleta che questo supporto serve, ma, di fatto, non hanno ben chiaro il tipo di prestazione che l'esperto in psicologia dello sport può offrire.

Dirò di più, nell'ambito della formazione, sia dei tecnici che dei dirigenti sportivi, sarebbe auspicabile che lo psicologo, sicuramente formato in psicologia dello sport e possibilmente in alcuni casi anche in psicologia del lavoro (proprio per cogliere quegli aspetti che sono di indole lavorativa in un mondo particolare come quello sportivo), dovrebbe sviluppare le sue lezioni proprio per far capire gli effetti e i presupposti di un intervento professionale, e non, come spesso avviene, per avere una passerella con la quale stupire di effetti speciali i discenti del momento.

E' dunque importante informarsi sulla reale formazione e preparazione degli eventuali professionisti, il tutto dimostrabile tramite diplomi e curriculum, e da oggi dall'iscrizione ai registri (si veda il sito www.psicosportprofessionale.eu) della Società Professionale Operatori in Psicologia dello Sport e delle Attività Motorie, che è al momento l'unica società professionale in Italia e in Europa formata in base alle normative vigenti in Europa dal 2005 (dispositivo europeo 36/2005 sulla riforma delle professioni). Dispositivo recepito in Italia con il decreto attuativo che il 26 febbraio 2008 è stato varato dal ministero della giustizia, di concerto con quello delle politiche comunitarie, e che recepisce anche il relativo decreto legislativo "qualifiche" (d. Leg.206/2007), quest'ultimo appunto approvato dal consiglio dei ministri il 23 ottobre 2007.

Lo Psicologo dello Sport o il Coach hanno in definitiva il compito di valutare e assistere, senza fare psicoterapia, tutti gli utenti sportivi e motori tramite tecniche che prevedano una valutazione psicologica che possa permettere di arrivare ad una conoscenza approfondita e reale del soggetto.

Tutto ciò al fine di prevedere quelli che in gergo professionale vengono definiti punti di forza ed "aree di miglioramento in termini di abilità mentali" (U. Manili), al fine di ottimizzare quelle strategie mentali che vengono normalmente utilizzate. Ma non solo, ciò dovrà portare il soggetto ad avere obiettivi realistici, e grazie a ciò il professionista si troverà ad usare quegli strumenti e metodi secondo lui più idonei anche in funzione del profilo psicologico (pensieri, emozioni, bisogni, aspirazioni ...) precedentemente acquisito non solo con i test ma anche con i dovuti colloqui.

Lo psicologo dello sport, secondo quanto scrive Giuseppe Vercelli, è prima di tutto lo psicologo della normalità che opera a livelli eccezionali, cioè "colui in grado di servire la genialità, intesa come potenziamento di facoltà che gli individui utilizzano sempre a livelli minori".

L'operatore professionale in psicologia dello sport diventa quindi un facilitatore e mediatore dell'ottimizzazione della prestazione, laddove si operi con atleti, cercando nella normalità, e di conseguenza, abolendo quella parte esclusivamente clinica che tratta solo di patologia, al fine di esaltarla per suscitare e stimolare quelle che vengono definite intelligenza motoria e intelligenza agonistica.

E' inoltre importante ricordare che oggi, più che mai, l'intervento dell'operatore in psicologia dello sport, ad altissimo livello, dovrebbe essere indirizzato verso i tecnici al fine di operare un lavoro di consulenza sul campo. Ossia individuare le singole particolarità legate alla motivazione, all'attivazione, ecc. di ogni atleta per consigliare il tecnico di volta in volta su come relazionarsi e, quindi, indirizzare le tecniche di allenamento in funzione degli obiettivi preposti. Questo perché spesso si è notato che la cattiva performance è guidata da una sorta di leadership non positiva del tecnico nei confronti del gruppo di atleti che assorbendo la negatività inconscia del tecnico stesso arrivano a fare prestazioni non ottimali.

In ogni caso la gestione dei rapporti interpersonali deve essere sviluppata ed allenata per migliorare quella competenza lavorativa chiamata relazionale che ci può permettere di essere accettati e seguiti nel nostro lavoro, ricordandosi, ad esempio nel mondo sportivo di alto livello, che noi operiamo in funzione di una richiesta e non per comparire sui media al posto dei nostri "clienti".

Per raggiungere questi risultati gli operatori in psicologia dello sport e delle attività motorie si avvalgono, quindi, di metodi scientifici validi, devono rispettare i limiti degli sportivi e rispondere in modo competente, serio e soprattutto franco alle domande ed ai dubbi che sorgono, devono essere trasparenti e quindi pronti ad ammettere i loro limiti e rilevare la fonte da cui provengono le loro competenze. Devono infine avere anche una formazione culturale di base "clinica" al fine di evitare di cadere in interazioni pericolose (ad esempio le classiche triangolazioni) e per riconoscere, laddove sia presente, un'eventuale patologia da un presunto comportamento agonistico inadeguato; in questo caso è compito del professionista avvisare il committente che è il caso di far intervenire un terapeuta, ma ciò non significa che l'operatore in psicologia dello sport debba essere definito clinico.

Infine ricordo che l'aspetto più importante è quello di far capire ai nostri committenti che che non siamo "maghi" e che il nostro è un lavoro di sinergia con le altre professionalità che lavorano in aiuto ai tecnici in funzione del risultato atletico da un lato o motorio con finalità di benessere dall'altro, e non per un nostro appagamento narcisistico.

02/01/2010 18:02 ucha #. sin tema No hay comentarios. Comentar.

Boletín Informativo de la FEPD nº17 Diciembre 2009

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Agradecemos a la Presidenta de la FEPD: Sara Márquez Rosa, por enviarnos la información:

El Boletín Informativo de la FEDP contiene en esta oportunidad.

TITULARES

PRESENTACIÓN

INFORME DE ACTIVIDADES

NOTICIAS

PSICOLOGÍA DEL DEPORTE: REFLEXIONES SOBRE

NUESTRA PROFESIÓN

Por Jaume Martí Mora

¿COACHING O PSICOLOGÍA EN EL DEPORTE?

Por David Peris Delcampo

ESTRATEGIAS DE AFRONTAMIENTO EN COMPETICIÓN

DEPORTIVA: ESTADO DE LA CUESTIÓN

Por Olga Molinero González

La dirección digital de acceso es:

http://www.psicologiadeporte.org/BoletinFEPD09.pdf 

Saludos

García Ucha

03/01/2010 20:10 ucha #. sin tema No hay comentarios. Comentar.

La activación en los deportistas

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Ms. C. Osvaldo León Bravo

Dr. Francisco Enrique García Ucha

Un interés preeminente de los entrenadores es como lograr que el deportista o un equipo este "listo" en el momento mismo de inicio de la competencia. (Activation., de, R. B. Alderman. En su: Psychological behavior in sport, Philadelphia, Saunders, 1974) Los entrenadores han trabajado duramente en la preparación de sus deportistas pero saben que la competencia es un instante de especial significado donde todo lo realizado previamente puede cambiar de sentido. Un deportista en forma deportiva puede dejar de estar solo como resultado de un estado emocional negativo que se desencadeno durante las últimas horas previas a la competencia.

La mayoría de las tareas que preocupan al entrenador esta relacionada con el mantenimiento de la disposición a rendir de los deportistas, su motivación  y el control del estado psicológico para que puedan lograr con sus recursos físicos y psicológicos llegar al óptimo en su rendimiento.

Generalmente, el objetivo es brindar condiciones y sugerencias que capaciten al deportista para ejecutar mejor, tirar más duro, correr más rápido, sin sobre activarlo para no perturbar su ejecución.

En este punto junto a categorías como motivación, disposición, cualidades volitivas entra a desempeñar un papel determinado la activación. Esta se define por Landers como un constructo motivacional que representa el grado de intensidad del comportamiento. Ya con anterioridad Malmo lo había definido como la variabilidad que se presenta en un continuum que va desde el estado profundo de dormir a una extrema excitación. Landers, esclarece que la activación es una función de la energía responsable de estimular los recursos del organismo frente a las actividades vigorosas e intensas como son por ejemplo el entrenamiento y la competencia. Puede ser evaluado por medio de parámetros fisiológicos y psicofisiológicos. Martens pasa de un enfoque puramente fisiológico de la activación para con su acostumbrada agudeza reclamar que la activación (arousal) se trata esencialmente de la energía psíquica para apoyar o no el vigor, vitalidad e intensidad con la cual la mente funciona.

De esta forma, Martens analiza el arousal como algo más que la activación fisiológica del organismo, mostrándola como activación mental.

Se permite contemplar la activación como una categoría que incluye variables fisiológicas y psicológicas. Esta manera de enfocar el fenómeno es compartida por Sage.

García Ucha, la encauza en su tesis de doctorado formando parte de una configuración donde las relaciones entre el grado de activación mantiene una inter vinculación con la intensidad de los motivos y ambos, activación y motivos influyen en la autovaloración, el grado de aspiración y la movilización de los sistemas fisiológicos y psicológicos del organismo.

Soto, enfatiza en aclarar que la activación no se encuentra asociada a sucesos agradables ni desagradables; sino que la combinación de la activación se puede dar tanto frente a estímulos agradables como desagradables.

A nuestro modo de ver, depende del curso que tomen los impactos de la interrelación del deportista con la actividad. Su subjetividad, estado físico y otros factores que sean consecuencia del curso de la actividad.

La necesidad de brindarle una atención urgente a la ansiedad y agresividad del deportista llevó durante un periodo a poner en un segundo plano la atención a los grados de activación y no tomar en consideración la relación estrecha entre la activación y la ansiedad y la agresividad. Y desde luego como siendo efecto y causa de las mismas podía influir en los recursos para lograr ejecuciones eficaces en la competencia.

Las investigaciones desarrolladas en las últimas décadas que cuestionaron la propuesta de U invertida de Yerkes y Dodson y dieron lugar a nuevas concepciones sobre el grado de ansiedad y tensión en su relaciones con el rendimiento, haciendo complicada la comprensión del papel de la activación. Ver los trabajos de Hardy y Fazey, Jones y a Kerr. Ulteriormente, continuados por Gould, Martens, Vealey y Burton como, también por Hanin.

De esta forma, se llega a un grado de complejidad en relación con la cantidad de variables a considerar y controlar para garantizar el estado general del deportista. Los controles llevados a cabo en las investigaciones llamaron a  retomar la activación para una interpretación de las determinantes potenciales del rendimiento. Seguir el curso de la atención brindada a la activación en las teorías, por ejemplo de la zona optima de ansiedad de, Hanin, la teoría de la catástrofe de, Hardy y Fazey y finalmente la teoría de la reversión de, Kerr, que llevarán a nuevas direcciones la teoría y la metodología de la investigación de la activación, lo que constituye una necesidad actual.

Como esperan Gould y Krane, tal indagación podrá contribuir a erradicar la ambigüedad del uso del termino activación, desarrollará las condiciones necesarias para la evaluación de las relaciones entre activación y eficacia e incorporará la categoría en investigaciones futuras más complejas que permitan acorralar mejor los fenómenos psicológicos que tiene lugar en actividades criticas de entrenamiento y competencia, por ejemplo la teoría multidimensional de la ansiedad.

Las evidencias de la importancia de este constructo viene desde la obra de, Filip Genov, (mencionado por R. B. Alderman. En su: Psychological behavior in sport, Philadelphia, Saunders, 1974) estudio cuidadosamente la velocidad con la cual los levantadores de pesas se comprometen o disponen en sus pesadas tareas cuando ellos están en un estado de "disposición movilizativa" durante la competencia. El encontró que antes de un levantamiento de pesas exitoso, los deportistas pueden moverse más rápido en tareas que ante de intentos no exitoso. Por tanto, se indicó que el éxito en este deporte exigente y explosivo es dependiente de encontrar y lograr altos grados de activación antes de la ejecución. Los estudios de Genov (que comprenden un período de 10 años de investigaciones en luchadores, gimnastas, deportistas de campo y pista, pesistas y basquetbolistas) se centraron también en la atención de los deportistas durante la competencia y en el tiempo tomado antes de los esfuerzos. Una adecuada movilización (activación) se relaciona con la preparación de los deportistas, su estado mental, el grado de dificultad de la tarea, su salud general y también la cantidad de tiempo que se toman antes del esfuerzo. En 1965, él registro el tiempo que se tomó el pesista soviético L. Zhabolinsky en el Campeonato del Mundo de Teherán. Encontró que el último de los tres intentos (el más exitoso) estaba precedido por un tiempo significativamente mayor, 70 segs., en contraste con los 40 y 55 segs en los primeros dos levantamientos.

Estudios semejantes se desarrollaron en Rusia, analizando el tiempo tomado por Valery Brumel, recordista del mundo en salto alto, antes de cada intento. El tiempo entre intentos como una función del calentamiento comprometido antes o durante las competencias también fue estudiado por Genov, así como otros psicólogos del deporte en Bulgaria y Rusia.

Métodos de ajuste de los grados de activación de los deportistas:

Un número de métodos de ajuste de los grados de activación de los deportistas antes, durante o después de las competencias son desarrollados y a veces investigados por psicólogos clínicos y experimentales, psiquiatras y psicólogos interesados en los problemas de los deportistas.

Algunos métodos son vagas excursiones clínicas, con falta de metodología específicas o de evidencias experimental, mientras que otros son precisos y acompañados de investigación sustanciosa. Algunas de estas técnicas son externas o periféricas y ayudan al deportista a lograr estados variados de relajación o tensión muscular, asumiendo que su estado emocional y fisiológico subyacente será afectado. Otras técnicas se concentran en el estado mental, en los pensamientos y esquemas mentales del deportista. Otras más combinan técnicas para influenciar la periferia así como funcionamiento central del atleta.

La activación como puede manifestarse de distintas maneras, tanto a grados fisiológicos, cognitivo o motor, siendo conveniente, en cada caso, el que se detecten las respuestas concretas que permiten determinar su presencia o ausencia. Es probable que en muchas ocasiones coexistan respuestas de activación de distintos tipos, por ejemplo, fisiológicas y cognitivas, pero suele ser frecuente que una predomine sobre las otras, al menos en lo que se refiere a la experiencia subjetiva del deportista, pudiendo variar este predominio en función de los estímulos antecedentes. Así, puede ocurrir, por ejemplo, que en una situación concreta, el deportista perciba la respuesta fisiológica de sudoración en las manos como indicador de un grado de activación determinado, mientras que en otra situación inmediatamente después de cometer un error ese mismo deportista puede detectar que son determinados pensamientos auto-punitivos (respuestas cognitivas) los que indican que su activación a aumentado.

Con vista a la auto-observación y auto-evaluación que el deportista debe hacer de su propia activación, será importante, por lo tanto, que aprenda a detectar las respuestas de activación más destacadas en su caso particular, teniendo en cuenta que éstas pueden ser diferentes ante distintos estímulos.

El trabajo de crear condiciones y un "estado mental" que conlleven a una ejecución atlética máxima es difícil. El deportista parece ser activado o deprimido por variadas razones, de las cuales solo algunas pueden ser captadas por un observador.

El deportista puede poner unidos un mismo set mental que resulta de que él haya sido sobre o subactivado junto con factores externos a su esquema psicológico de pensamiento que pueden influir en cuán "arriba o abajo" el se encuentre para una confrontación dada.

Más allá de eso, el problema no consiste simplemente en excitar a los deportistas para una confrontación sino en llevarlos a grados óptimos de activación y de motivación, niveles que si son sobre pasados pueden interrumpir los patrones de movimiento fino y coordinado y además entorpecer su ejecución.

La activación general del organismo, con independencia de la forma o grado al que se manifieste, debe considerarse una respuesta relacionada con diferentes variables psicológicas frecuentemente asociadas a la actividad del deporte de competición. En general, la motivación por el resto de la competición y por la propia práctica  deportiva, y la manifestación de la ansiedad y hostilidad de la reacción de estrés, contribuyen al incremento de la activación, mientras que la falta de interés, el exceso de confianza y las repuestas más extremas del estrés, es decir, el desánimo y el agotamiento psicológico, favorecen un grado de activación más bajo.

La ansiedad conlleva activación pero la activación puede acompañar, también a otras variables como la motivación por el reto o la hostilidad. De hecho, siguiendo la sugerencia de Martens (1987), la ansiedad, como consecuencia negativa del estrés, suelen propiciar un aumento de activación negativa, mientras que la motivación por el resto de la competición y por el éxito y sus consecuencias, y la sensación positiva que acompañan a la realización de la actividad deportiva, tienden a favorecer una mayor activación positiva.

En general, la activación negativa, generada fundamentalmente por el miedo al fracaso, a su consecuencias o a la evaluación de los demás, por la incertidumbre respecto a lo que va a ocurrir o la duda en relación al propio rendimiento, por la insatisfacción y la frustración respecto a lo que ésta ocurriendo. Permite aumentar, cuantitativamente, el grado de activación general con mayor facilidad, en ocasiones, que la activación positiva, sobre todo cuando el deportista se enfrenta a tareas que tienen un menor interés para él, por ejemplo, ante competiciones consideradas fáciles, en períodos  de entrenamiento alejados de la competición, pero también conduce, mucho antes que la activación positiva a grados de activación cuantitativamente más perjudiciales.

Como veremos más adelante, ambos tipos de activación, negativa y positiva, pueden ser beneficiosos o perjudiciales para el rendimiento, por defecto o exceso, según las circunstancias concretas en las que el deportista deba rendir. Puesto que la distinción entre ambas, dependen de los  contenido  de la activación mental a grado de valoración y análisis más profundos que la actividad cognitiva habitualmente consciente, será necesario, en muchas ocasiones, profundizar hacia el conocimiento de estas cuestiones, con el fin de controlar, de manera más conveniente, una respuesta tan relacionada con el rendimiento deportivo como es la activación.

La activación óptima  

La relación entre activación del organismo y rendimiento deportivo ha sido ampliamente estudiada por los especialistas la psicología del deporte, por ejemplo Gould y Krane (1992). En general, el grado de activación parece influir sobre el rendimiento por medio de dos grandes vías: por un lado, actuando sobre el grado de tensión muscular, la movilización de energía física, la coordinación motriz u otras variables fisiológicas que pueden afectar la ejecución de los movimientos necesarios para rendir; y , por otro , incidiendo sobre la atención, el procesamiento de la información y la toma de decisiones. Con independencia del mecanismo concreto que esté actuando, parece que se puede detectar un grado de activación óptimo, que corresponde al estado de activación que, en cada caso concreto, mejor favorece el funcionamiento del deportista para rendir al máximo de sus posibilidades.

El grado óptimo de activación, podrá ser cuantitativamente diferente, en términos absolutos, entre unos deportistas y otros; y también, para un mismo deportista, según la tarea que deba afrontar y el periodo de entrenamiento - competitivo en el que se encuentren;  asimismo, podrá variar, en función del contenido Positivo o negativo  de la activación. En ocasiones, el grado óptimo corresponderá a una activación más baja, mientras que, otras veces, conllevará una activación más elevada. Lo importante, en cualquier caso, es que cada deportista conozca cual es su grado óptimo de activación en cada circunstancia y que, a partir de aquí, sepa como mantenerlo cuando este presente y como alcanzarlo cuando por defecto o exceso se encuentre ausente.

En general, cuando el grado de activación se encuentre por debajo o por encima del que se considere como grado óptimo, el rendimiento saldrá perjudicado al no encontrarse el deportista en la mejor disposición para atender y asimilar correctamente la información más relevantes, tomar la decisión más apropiadas y o ejecutar con precisión y-o con las energías suficientes sus movimientos. Cuando esto suceda, parece claro que deberá utilizar las estrategias más apropiadas para aumentar o disminuir su activación, según lo que más le convenga, hasta alcanzar el grado óptimo deseado.

Análisis conductual del grado de activación.

Considerando lo expuesto anteriormente, se puede decir que su presencia o ausencia puede estar propiciada por la influencia de distintas variables psicológicas y que cada deportista tiene un patrón de respuesta de activación característicos que puede ser diferente en función de las circunstancias habitualmente vinculadas a la presencia o ausencia de activación. Asimismo, se puede indicar, que existe un grado de activación óptimo que favorece el máximo rendimiento deportivo, que cada deportista tiene su propio grado óptimo de activación y que este podrá ser diferente en función de las tareas concretas en las que el deportista deba rendir y del momento de entrenamiento competición en el que se encuentre.

De esta manera se puede sugerir que una vez comprendida todo lo relacionado con las características de cada individuo, se debe elaborar la estrategia más eficiente para propiciar y mantener el grado de activación óptima en cada momento concreto que sea relevante, teniendo en cuenta:

Los recursos estratégicos de los que ya dispone cada deportista.

La situación de mayor riesgo que por defecto o exceso puede alterar el grado óptimo de activación ya conseguido.

Los recursos del deportista para reducir este riesgo y como controlar la situación cuando la activación óptima se altera.

Necesidad de desarrollar nuevas estrategias para el control de la activación cuando los recursos existentes no sean lo suficiente eficaces.

Todas estas cuestiones, conducen a la realización de un apropiado análisis conductual en cada caso en los que deben observarse los aspectos siguientes:

Las situaciones más relevantes en las que los deportistas, individualmente y a grado de equipo, deben rendir, prepararse para rendir o descansar (estímulos antecedentes).

La forma en la que se manifiesta la activación de los deportistas, el grado cuantitativo de la activación y el carácter positivo o negativo de ésta (respuesta de activación).

La relación funcional existente entre distintos grados de activación de los deportistas y su rendimiento en: la ejecución de tareas deportivas, la realización y seguimiento de medidas adecuadas para prepararse y la consecución del descanso físico y mental apropiados.

La observación de estos datos, por medios del análisis retrospectivos como punto de partida, el registro (observación y entrevistas) y más tarde la auto-observación. Una vez detectado el grado de activación óptima, el análisis conductual deberá centrarse en la búsqueda de recursos existentes en el repertorio personalizado de los deportistas.

La existencia de recursos útiles suficientes, conducirá, probablemente a que se busque la mejor manera para su puesta en práctica, debiéndose solucionar, en ocasiones, cuestiones relacionadas con la utilización más apropiada de estos recursos. Por el contrario la ausencia de recursos o la necesidad de completar los ya existentes, planteará la necesidad de encontrar y desarrollar estrategias eficaces, entre las que puede encontrarse técnicas de modificación de conducta aplicadas a distintos grados. Estímulo, respuestas, consecuencias, interpretación de  estímulos, valoración de respuestas y disposición psicológica.

El paso siguiente, de análisis conductual, siempre en permanente interacción con la intervención, consistirá en detectar, utilizando la metodología empleada anteriormente, las situaciones de riesgo que tendría una mayor probabilidad de alterar el grado de activación óptima una vez conseguido éste. Esta información permitirá actuar de forma preventiva, preparando la estrategia que se considere adecuada y más eficaz en cada caso. Esto requiere de una constante observación, para saber si la estrategia seleccionada es viable y se encuentra dentro del repertorio de recursos disponible, si es así, se decidirá la mejor manera de ponerla en práctica y , en caso contrario, se procederá a la búsqueda de estrategias nuevas.

Control del grado de activación en deportistas.

El control del grado de activación de los deportistas, debe basarse por lo tanto en un buen análisis conductual en permanente interacción con la intervención. El análisis funcional de la activación, teniendo en cuenta: estímulos antecedentes, respuestas de activación y consecuencias en el rendimiento y posteriormente el análisis de los recursos existentes y las necesidades que deben cubrirse, conducirá a la intervención más apropiada para el control de la activación.

La intervención puede llevarse a cabo por medio de dos grandes vías: la intervención directa y la intervención indirecta. Por ejemplo, Gorbunov (1998), mediante la intervención directa, en la que el psicólogo trabaja directamente con el deportista, cada atleta puede aprender a auto-regular su propio grado de activación por medio del dominio tanto de las estrategias que se consideren las más apropiadas, como del procedimiento más aconsejable para la aplicación eficaz y útil de la estrategia. Por otra parte, por medio de la intervención indirecta, en la que se utilizan como intermediarios a aquellas personas cercanas que con sus decisiones o acciones pueden influir en el estado psicológico de los deportistas, por muestra el entrenador.

Por lo tanto, creemos que la intervención directa como la indirecta resulta fundamental para estimular la activación en el contexto del deporte de competición, influyendo de esta manera en el rendimiento durante el entrenamiento y en la competencia.

Parte de la bibliografía consultada.

Buceta, J. M. (1992). Intervención psicológica con el equipo nacional olímpico de baloncesto femenino. Revista de psicología del deporte, 1, 2, 69-87.

Gould, D.; Krane, V. (1992). The arousal-athletic performance relationship: current status and future directional. In: T.S. Horn (ed.), Advances in Sport Psychology, Human Kinetics Publishers, Champaign, ILL.

García Ucha, F, (2005) La saga de los riesgos de la preparación psicológica de los deportistas.

http://ucha.blogia.com/2005/011501-la-saga-de-los-riesgos-en-la-preparacion-psicologica-del-deportista-para-las-com.php

García Ucha, F, (2005) Continuación...La saga de los riesgos de la preparación psicológica de los deportistas.

http://ucha.blogia.com/2005/011701-continuacion...-la-saga-de-los-riesgos-en-la-preparacion-psicologica....php

García Ucha, F. (2008) Técnicas para regular el grado de activación. http://www.psicodeportes.com/articulos/verarticulo.php?id=147 .

Hardy, L., Beattie, S., & Woodman, T. (2007). Anxiety-induced performance catastrophes: Investigating effort required as an asymmetry factor. British Journal of Psychology, 98, 15-31.

Weinberg, R; Gould, D. (1996). Fundamentos de psicología del deporte y el ejercicio físico. Barcelona: Ariel.

Arousal: Activación Fisiológica y Psicológica. http://psicologiaeneldeporte.blogspot.com/

 

03/01/2010 20:12 ucha #. sin tema No hay comentarios. Comentar.

A INFLUÊNCIA DO EXERCÍCIO FÍSICO E ESPORTE NO RENDIMENTO ACADÊMICO DAS CRIANÇAS DO ENSINO FUNDAMENTAL

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Autor e Co. Autores: Ramón Núñez Cárdenas, Maiara Resky, Tomas Menéndez.

Instituição: Universidade Federal de Rondônia- Porto Velho- Brasil - Centro de Estudo de Esporte e Lazer (CEELA)

Resumo

Segundo VASCONCELOS (2002) são alarmantes os índices de evasão e repetência nas séries iniciais do ensino fundamental pertinentes com os setores mais pobres da população escolar. Tal motivo nos conduz a escolher este tema com o objetivo geral de investigar a influência do exercício físico e esporte no rendimento acadêmico das crianças de ensino fundamental da Escola Municipal João Afro Vieira, na Vila Princesa do Município de Porto Velho-RO. Para o desenvolvimento desta pesquisa foi utilizado o método experimental segundo COZBY (2003), conformando um grupo experimental (5 alunos) e um grupo de controle(5alunos)onde segundo a secretaria da escola são os 10 alunos que mais deficiência têm no rendimento escolar. Para o processamento estatístico foi utilizado o teste "t de student" e o teste "Z".  Ambos os testes concluem que ao umbral de significação Alfa= 0, 050 pode-se rechaçar a hipóteses nulas de igualdade das meias. Dito de outro modo, a hipótese alternativa segundo a qual Media 1< media 2 é significativa.

Introdução

Tem sido dito por diversos autores que o aspecto cognitivo se desenvolve a partir do aspecto motor (Wallon apud Dantas et. al, 1992; Cratty apud Mattos & Neira, 2000; Cagigal apud Tubino, 2002; Soler, 2003).

O Exercício Físico e Esporte, como apoio social, são baseados em teorias sociais. As atividades de lazer têm um objetivo de fortalecimento do ego através do contato social. Num mundo onde o ser humano tem ficado muito só, essas atividades têm melhorado particularmente a área emocional de pessoas da terceira idade e portadores de enfermidades físicas ou mentais. Sorensen (1994) refere à necessidade de um melhor controle nas investigações destas atividades.

Uma questão importante é a freqüência de sessões de exercícios/esportes, para que influencie a emocional idade de seus praticantes. Uma sessão de exercícios aeróbicos, por exemplo, é suficiente para a redução da ansiedade de estado (Folkins & Sime, 1981; Mihevic, 1982; Morgan, 1985). Embora possa ser mantida reduzida à ansiedade, de quatro a seis horas (Seeman, 1978) ou mais, ela volta aos níveis prévios no prazo de 24 horas (Weinberg &Gould, 1996). Assim, de acordo com Weinberg & Gould (1996), seria importante manter uma freqüência das sessões, o que impediria o surgimento de uma ansiedade crônica.

Um estudo realizado por Krauser e colegas (1993) com 2.200 adultos médios e velhos japoneses (X=60+anos), sobre a relação do estresse, apoio social, depressão e exercício, revelou que quanto maior a freqüência com que este é praticado menor é a presença de transtornos psicológicos. È igualmente ressaltado que vários agentes estressores (mas não todos) tendem a reduzir sua força na medida em que aumenta o hábito do exercício físico o que ocorre, muitas vezes, devido ao apoio social. Além do fator freqüência, segundo Morgan (1976), embora o exercício tenha beneficiado a área emocional do ser humano, com transtornos ou não, é necessário verificar a dosagem ideal, ou seja, a duração e intensidade adequadas a cada tipo de pessoa.

Os exemplos antes mencionados reafirmam a importância deste projeto para compreender melhor o exercício físico e o esporte praticado pelo ser humano, avaliando, analisando e dirigindo estas atividades através de processos psicológicos e sociais, . Assim, de um modo amplo, esses processos podem ser responsáveis pelo bem-estar das crianças durante o ensino e aprendizagem da escola. Pode apoiar o indivíduo ou o grupo com o objetivo de que as ações do ser humano possam ser aperfeiçoadas de acordo com a tarefa proposta, melhorando as demandas situacionais, contribuindo para que ele melhore sua habilidade e alcance suas metas e necessidades.

O problema da Saúde mental tem apresentado um severo agravamento na sociedade atual. Uma investigação realizada pelo Instituto Nacional de Saúde Mental America no-(Regier et al., 1984) com uma amostra de 17.000 pessoas, de cinco comunidades, utilizando como fonte de diagnóstico o Diagnostic and Statistical Manual of Mental disorders (American Psychiatric Association,1980), indicou que durante seis meses, 20% da população adulta sofreu alguma forma de transtorno mental e há uma estimativa de que 29% a 38% dos americanos podem esperar algum problema psiquiátrico significativos durante suas vidas (Regier et al., 1988). Para tratá-los são tradicionalmente usadas a psicoterapia e a medicação. A psicoterapia envolve longo tratamento e os psicoterapia e a medicação. A psicoterapia envolve longo tratamento e os psicotrópicos quase sempre apresentam efeitos colaterais, sem falar no alto custo de um tratamento psicoterápico ou medicamentoso. Desta forma, somente uma entre cinco pessoas adultas enfermas irá buscar auxílio profissional para superar aqueles problemas (Shapiro et al., 1984). Para enfrentá-los, têm sido examinados meios alternativos, entre os quais uma técnica não tradicional, o exercício físico. 

O valor do exercício para a prevenção e o tratamento da ansiedade e da depressão, segundo Burton (1964), era reconhecido pelos médicos desde o tempo de Hipócrates. Mais recentemente (Antonelli, 1974; Becker Jr., 1985; Becker Jr, 1986), o exercício e o esporte têm sido apontados como uma medida psicoprofilática.

Numa ótica inversa, alguns investigadores (Doyne et al., 1987) concluíram que a falta de exercício é um fator importante para o aparecimento de sintomas de ansiedade e de depressão.

Metodologia

O procedimento metodológico utilizado é o método experimental segundo COZBY (2003), para o desenvolvimento deste método foi conformado um grupo experimental e um grupo de controle. Também foi pedida à professora de Educação Física da escola um relatório das atividades que são feitas na suas aulas de Educação Física a fim de verificar a compatibilidade das mesmas com aquelas que são proposta por nosso projeto.

Para o desenvolvimento de nossa pesquisa utilizamos como amostragem 10 alunos do 4º ano do ensino fundamental da Escola João Afro Viera do Município de Porto velho que segundo a secretaria da escola são os que mais dificuldades têm no rendimento acadêmico. Estes dez alunos foram dividido em grupo de controle (5 alunos) e grupo experimental (5 alunos), onde para a comprovação da igualdade das duas amostras foram utilizado o teste "t student" e teste "Z". O grupo de controle fez à mesmas atividades que já vênia fazendo nas aulas de Educação Física e o grupo experimental fez as atividades proposta para esta pesquisa as quais estão expostas nos procedimentos organizacionais.

Considerando a área de interesses desse estudo, o efeito da atividade física e esporte no rendimento acadêmico dos alunos, definem-se nossos procedimentos organizacionais da seguinte maneira:

1-Para ter informação sobre o rendimento acadêmico atual dos alunos foi feito a comunicação com a secretaria docente da escola.

2- A seleção dos alunos foi feita pela direção da escola João afro Viera tendo em consideração àqueles que mais dificuldades tenham no rendimento escolar. 

3- As atividades físicas e esportivas que foram feitas pelos alunos do grupo experimental são as seguintes:

* Jogos de equilíbrio

* Jogos de Coordenação

* Jogos sensoriais

* Atividades práticas de futebol.

Estas atividades foram feitas no horário da tarde duas vezes por semana pelos bolsistas do Projeto com a supervisão do Orientador.

A realização dos jogos incluiu corridas, saltos e lançamentos de bola, o qual constitui habilidades básicas a serem desenvolvidas pelos alunos, as atividades planejadas foram encaminhadas a atingir aqueles componentes psicológicos (concentração, atenção e memória) que são fundamentais no rendimento escolar da criança.

Resultados antes da aplicação do experimento

Foi calculado as medias dos resultados acadêmicos por disciplinas do grupo de controle e experimental para verificar a situação atual das amostras antes da aplicação do experimento onde se obtive o seguinte resultado que pode ser observado na tabela 1:

Tabela 1: Resultados das medias do grupo de controle e experimental.

Grupo de controle

Medias por disciplinas ano 2006

Português

História

Ciências

Matemática

Geografia

Media Geral

 

   4.2

5.5

5.6

4.9

5.5

5.2

Grupo Experimental

Media por disciplinas

Ano 2006

Português

História

Ciência

Matemática

Geografia

Media Geral

 

4.8

5.5

5.5

5.1

5.5

5.6

Após o calculo das medias, para a comprovação da igualdade das duas amostras foram utilizado o teste "t student" e teste "Z". Onde se obtive os seguintes resultados:

Ambos os testes concluem que não existe diferença nas duas amostras. Dito de outro modo ao umbral de significação Alfa=0,050 não se podem rejeitar a hipóteses nula de igualdade das medias, sendo a diferença entre as medias não significativa. Estes resultados podem ser observados na tabela 2:

Tabela 2: Resultados da igualdade das duas amostras segundo o teste "t student" e teste "Z".

Prueba t de Student para datos independientes / prueba bilateral

Se plantea la hipótesis que las varianzas teóricas son iguales

Intervalo de confianza 95,00% de la diferencia de las medias -0,836 a 0,556

t (valor observado) -0,464

t (valor crítico) 2,306

GDL 8

p-value bilateral0,655

Alpha 0,05

Conclusion:

Al umbral de significación Alfa=0,050 no se puede rechazar la hipótesis nula de igualdad de las medias.

Dicho de otro modo, la diferencia entre las medias no es significativa.

Prueba t de Student para datos independientes / prueba bilateral:

No se plantea la hipótesis que las varianzas teóricas son iguales (método de Satterthwaite)

Intervalo de confianza 95,00% de la diferencia de las medias: 0,874 a 0,594

t (valor observado) -0,464

t (valor crítico) 2,435

GDL 6

p-value bilateral 0,659

Alpha 0,05

Conclusión:

Al umbral de significación Alfa=0,050 no se puede rechazar la hipótesis nula de igualdad de las medias.

Dicho de otro modo, la diferencia entre las medias no es significativa

Prueba t de Student para datos independientes / prueba bilateral:

No se plantea la hipótesis que las varianzas teóricas son iguales (método de Cochran-Cox)

t (valor observado)  -0,464

t (valor crítico) 2,776

GDL  4

p-value bilateral  0,667

Alpha 0,05

Conclusión:

Al umbral de significación Alfa=0,050 no se puede rechazar la hipótesis nula de igualdad de las medias.

Dicho de otro modo, la diferencia entre las medias no es significativa.

Tabla de síntesis de la prueba de Student:

Varianzas

t observado

Método

GDL

t crítico

Pr > |t|

Desiguales

-0,464

Satterthwaite

6,133

2,435

0,659

 

-0,464

Cochran-Cox

4

2,776

0,667

Iguales

-0,464

 

8

2,306

0,655

 

Prueba Z para datos independientes / prueba bilateral:

Intervalo de confianza 95,00% de la diferencia de las medias: -0,731 a 0,451

 

 

Z (valor observado)

-0,464

 

Z (valor crítico)

1,960

 

p-value bilateral

0,643

 

Alpha

0,05

Conclusion:

Al umbral de significación Alfa=0,050 no se puede rechazar la hipótesis nula de igualdad de las medias.

Dicho de otro modo, la diferencia entre las medias no es significativa.

Resultados após o experimento

O experimento foi aplicado em 2007 durante sete meses onde voltamos a calcular as medias do rendimento acadêmico por disciplinas onde se obtive os seguintes resultados que podem ser observado na tabela 3.

Tabela 3 Resultados das medias entre o grupo de controle e experimental após a aplicação do experimento.

CONTROLE

Português

História

Ciências

Matemática

Geografia

 

Aluno

1° bimestre

1° bimestre

1° bimestre

1° bimestre

1° bimestre

Médias

C1

6

6

6

6

6

6

C2

6

6

6

6

6

6

C3

6

6,5

6

6,5

6

6,2

C4

6,5

6,5

6

7,5

7

6,7

C5

6,1

6,3

6,0

6,5

6,3

6,2

 

 

 

 

 

 

 

EXPERIMENTAL

Português

História

Ciências

Matemática

Geografia

 

Aluno

1° bimestre

1° bimestre

1° bimestre

1° bimestre

1° bimestre

Médias

E1

7

6,5

7

7

7

6,9

E2

6

6

6

6,5

6,5

6,2

E3

6,5

8

8

8

8

7,7

E4

6

6

6,5

6

6,5

6,2

E5

7

6

8,5

8

8

7,5

 

6,5

6,5

7,2

7,1

7,2

6,9

 

Após o calculo das medias procedemos ao processamento estatístico de ambas as amostra para verificar a existência de diferencias significativa entre ambas as a mostra, para o qual também utilizamos o teste "t student" e teste "Z" onde através de tais resultados pode-se constatar que existe uma diferença significativa superior do grupo experimentar em relação ao grupo de controle. Esses resultados podem ser observados na tabela 4:

Tabela 4 Resultados do rendimento acadêmico após a aplicação do experimento segundo o teste "t student" e teste "Z".

Prueba t de Student para datos apareados / prueba unilateral a la izquierda:

Intervalo de confianza 95,00% de la media de las diferencias: -1,154 a -0,166

 

 

Z (valor observado)

-3,713

 

Z (valor crítico)

-1,645

 

p-value unilateral

0,000

 

Alpha

0,05

 Conclusión:

Al umbral de significación Alfa=0,050 se puede rechazar la hipótesis nula de igualdad de las medias.

Dicho de otro modo, la hipótesis alternativa según la cual Media1 < Media2 es significativa.

Conclusões

Tendo em consideração os resultados obtidos podemos concluir dizendo que existe uma influência positiva da atividade física e esporte no rendimento acadêmico das crianças de ensino fundamental da Escola João afros Viera do Município de Porto Velho. Brasil. Por tal motivo será encaminhado a esse centro de estudo os planejamentos de aulas utilizados no grupo experimental para que os mesmos possam servir de ferramentas para apoiar o rendimento acadêmico dos alunos no processo de ensino-aprendizagem na escola.

Referências Bibliográficas

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Bachelard, Gaston. A Formação do Espírito científico - contribuição para uma psicanálise do conhecimento. Rio de janeiro: contraponto, 1996.

Bayer, Claude- La Enseñanza em los juegos deportivos colectivos/claude Bayer - Espana - editorial Hispano Europea,1989.

Becker Jr. The decrease of state anxiety level in psychiatry patients through sports. In L.E. Unestahl Contemporary sport psychology, Orebro: Veje Publ.inc.(1985/1986).

Bachelard, Gaston. A formação do espírito Científico - Contribuição para uma psicanálise do conhecimento. Rio de Janeiro: Contraponto, 1996.

Cozby, Paul C. Métodos de Pesquisa em Ciências do Comportamento. Editora Atlas S. A(2003).

Doyne, et al.Running versus weight lifting in the treatment of depression. Journal of consulting and Clinical Psychology,  (1987).

Folkins & Sime .Physical fitness training and mental health. American Psychologist (1981)

Ferreiro.Health-related fitness testing in schools: Philosofical and psychologicalimplications.Bulletin of   Physical Education (1988).

Freire, João Batista. Educação do corpo inteiro. Teoria e prática da educação física. São Paulo: Scipione, 1984.

Gould. Understanding attrition in children´s sport. Advances in pediatric sport sciences.Champaign, II: Human kinetics. (1996 / 1999)

Gould & Petlichkoff. Advances in pediatric sport sciences. Chanpaign, II: Human Kinetic (1988).

Gramci. Antecedents and consequences of parental purchase decision involvement in youth sport .Leisure Sciences (1982).

Krauser. Stress and exercise among Japanese elderly. Social science and medicine. (1993).

Morgan. Physical activity and mental health. In H.Eckert & H. J. Montoye (Eds) Exercise and health. Human Kinetics Publ.(1976).

Morgan . Negative addiction in runners. The Physical and spotsmedicine (1985).

Mihevic. A functional theory of personality. In C.S. Hall & G. Lindsley (eds). New york: Wiley.(1982).

Regier et al. The NIMH depression awareness, recognition, and treatment program: structure, aims, and scientific basis.American Journal of Psychiatry (1984/1988).

Sorensen. Therapeutic movement and sport: Possibilities and limitations. In NITSCH, J.(Ed) Movement and Sport - Psychological foundations and effects (1994).

Seeman. The value of physical activity. AAHPERD Publ, Waldorf, MA (1978).

Samulski. D. Psicologia do Esporte. Editora Manole. 2002

Samulski & Noce. Intervenção prática. Revista Paulista de Educação Física (2000).

Samulski. Psicologia do Esporte. Intervenção prática. Revista Paulista de Educação Física (1995).

Samulski & Chagas. Stress. Belo Horizonte, MG: UFMG. (1996).

Teberosky. Imagery in sport. New York (1988)

Weinberg & Gould .Certifying educational sport psychologists: Integrating the sciences of psychology and sport. (1996/1998).

Weinberg & Gould. Psychological effects during reduced training in distance runners. International Journal of Sports Medicine, (1999)

Wallon . Transitions from sports. Ottawa (1999)

Charlot, Bernard. Mistificação Pedagógica, 2ª ed. Rio de Janeiro: Zahar, 1983.

Shapiro. Agressivité, violence et Sport. Jeunesse et Sport (1984).

Gramsci, Antonio. Concepção Dialética da História, 5ª ed. Rio de janeiro: Civilização Brasileira, 1984.

Lembo, John M. Porque falham os professores. São Paulo: EDUSP, 1975.

Petrovski, A. Psicologia Evolutiva y pedagogia. Moscou: Editorial Progreso, 1979.

Vasconcellos, Celso. Subsídios Metodológicos para uma Educação Libertadora na Escola. São Paulo: Libertad, 1989.

Vasconcellos, Celso S. Metodologia Dialética de Construção do conhecimento em sala de aula. PUC/SP: Dissertação de Mestrado, 1992.

Vasconcellos. A construção do Conhecimento em sala de aula. São Paulo: Libertad,1ª Ed.(2000).

Vasconcellos. A construção do Conhecimento em sala de aula. São Paulo: Libertad, 2ª Ed. (2002).

Wallon, Henri. As Origens do Pensamento na criança. São Paulo: Manole, 1989.

08/01/2010 21:38 ucha #. sin tema No hay comentarios. Comentar.

Noticia de la Federación Española de Medicina del Deporte

Estimado/a amigo/a:

La Federación Española de Medicina del Deporte tiene la satisfacción de poder presentar el apartado de la revista Archivos de Medicina del Deporte en su pagina web (www.femede.es): Revista: La revista A.M.D. (http://www.femede.es/page.php?/Publicaciones/RevistaAMD&PHPSESSID=30e5e858e0806cd7bc23006114e6bc5d).

En esta sección encontrará contenidos de gran interés:

- Buscador de palabras clave.

- Gran cantidad de artículos de la revista en formato pdf y de acceso libre.

- Abstracts de las últimas revistas.

Próximamente se irán incorporando nuevos artículos.

Esperamos que esta información sea de su interés.

Atentamente.

Gabinete de Presidencia
Federación Española de Medicina del Deporte
Tno: 948 26 77 06
Correo electrónico:
presidencia@femede.es
Página web: www.femede.es

10/01/2010 19:58 ucha #. sin tema No hay comentarios. Comentar.

Nuevo sitio del amigo y colega Diego Polani.

Aparece link a continuación.

http://www.diegopolani.eu/

Saludos

Ucha

10/01/2010 20:00 ucha #. sin tema No hay comentarios. Comentar.

Escuela Internacional de Educación Física y Deporte Cuba

20100113235342-1uchaeiefd.jpg

Invitado el día 13 de enero del 2010 a impartir una conferencia sobre Psicología del deporte en nuestra Escuela Internacional de Educación Física y Deporte en La Habana Cuba.

Saludos

García Ucha

 

13/01/2010 18:53 ucha #. sin tema No hay comentarios. Comentar.

Escuela Internacional de Educación Física y Deporte Cuba, profesores y técnicos.

20100114000607-2uchaeidefdprofesores.jpg

En la foto junto a profesores y técnicos de la Escuela Internacional de Educación Física y Deporte de  Cuba.

Saludos

García Ucha

13/01/2010 18:57 ucha #. sin tema No hay comentarios. Comentar.

Escuela Internacional de Educación Física y Deporte Cuba participantes, estudiantes y profesores

20100114001237-slide0001-image001.jpg

En la foto participantes en la conferencia junto a profesores y estudiantes de la Escuela Internacional de Educación Física y Deporte

Saludos

García Ucha

13/01/2010 18:59 ucha #. sin tema No hay comentarios. Comentar.

Escuela Internacional de Educación Física y Deporte Cuba algunos estudiantes

20100114001754-3uchapaticipantes.jpg

Foto junto a algunos estudiantes de los últimos años de la Escuela Internacional de Educación Física y Deporte Cuba, Se encuentran y se han graduado estudiantes de más de 81 países

Saludos

García Ucha

 

13/01/2010 19:14 ucha #. sin tema No hay comentarios. Comentar.

LA INTEGRACIÒN EXITOSA DEL EQUIPO PARA LA COMPETENCIA CONCRETA: EN DEPORTES CON PELOTAS.

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Dr. Carlos M. Martinó Sánchez

Psicólogo del Deporte

 Dr. en Ciencias Psicológicas

 CEPROMEDE Camagüey

RESUMEN

La tarea de los científicos, especialistas en la rama científica deportiva, ha consistido, ante todo, en brindar una  base teórico práctica a los métodos que emplean los entrenadores en  la  preparación de los deportistas.

En el presente trabajo se dirige la atención al fenómeno de la preparación psicológica y la posibilidad de seleccionar los  equipos abridores.

Durante la realización de nuestro trabajo, este fue, precisamente, el gran problema para  resolver:

¿Cómo proceder para obtener una evaluación integrada del desempeño práctico de los deportistas durante entrenamientos y competencias?

Se precedió a la realización de una evaluación integrada del comportamiento deportivo en entrenamientos y competencias que se le denominó productividad deportiva, y se relacionó al estado de predisposición psicológica para la competencia a lo largo de una serie de encuentros deportivos competitivos.

Los resultados deportivos son alentadores, todo parece indicar que es posible realizar ciertas integraciones comportamentales que nos den una imagen mucho más exacta del rendimiento deportivo y a partir de ahí tomar decisiones importantes en la preparación de  los deportista para un juego competitivo concreto.

PALABRA CLAVES

Preparación psicológica, productividad deportiva, predisposición.

ABSTRACT

The scientific specialist's task in the scientific sport field has consisted primarily, in providing a theoretical-practical basis to the methods used by coaches in the athlete's preparation. The present work is focused on the phenomenon of psychological preparation and the ability to select team's openers. While performing our work, the great problem to solve precisely was the following: How to proceed to obtain an integrated evaluation from the practical performance of athletes during training and competitions? It preceded the realization of an integrated evaluation of the sport behavior in sports training and competition which it was called sport's productivity, and was related to psychological state of predisposition for the competition along a series of sporting competition. The results are encouraging, everything seems to indicate that it is possible to make certain behavioral integrations that give us a much more accurate idea from the sport performance, and from this on, take important decisions in preparing the athlete for a particular competitive game.

Keywords: Psychological preparation, sport's productivity, predisposition.

INTRODUCCIÒN:

Entrenar a los deportistas, en estos momentos, es uno de los retos más interesantes que tienen los entrenadores a nivel mundial.

Antes, en el pasado siglo, se contaba con todo el tiempo para hacerlo. Pero ahora las condiciones han cambiado dramáticamente.

Los medios y métodos racionales utilizados por casi todos los entrenadores, para el logro de la victoria en las condiciones de desarrollo deportivo de antaño, en el momento actual, prácticamente, son obsoletos. A los entrenadores no les resulta suficiente limitarse a realizar lo mismo que sus colegas de otros países o a repetir las fórmulas tradicionales conocidas por todos.

El entrenador moderno que aspire a situar su equipo en los primeros lugares debe buscar, continuamente, reservas nuevas para la preparación de sus deportistas con vista a su actuación en competencias, tanto de nivel nacional como internacional.

Para todos está muy claro que en este milenio el tipo de preparación que garantizará los altos resultados deportivos es la preparación psicológica, en primer lugar, porque es inagotable el potencial psicológico y personológico de nuestros deportistas y en segundo lugar, porque el avance de las restantes preparaciones se lleva a cabo utilizando como soporte de desarrollo la vida psíquica de los deportistas.

Los últimos 60 años están llenos de ejemplos en los que la ciencia ha pasado a tomar parte activa en la preparación de los deportistas mediante la actuación de fisiólogos, médicos, bioquímicos, psicólogos, etc., especialistas en la rama del deporte. Estos han dado una gran ayuda a los entrenadores en la superación de los obstáculos que resultan del avance de la ciencia moderna; han logrado incrementar o introducir nuevos cambios en los sistemas y métodos de entrenamiento, así como aplicar las escalas valorativas a los resultados deportivos y determinar en cifras la calidad del deportista y de los entrenamientos deportivos.

La tarea de los científicos, especialistas en la rama científico deportiva, ha consistido, ante todo en brindar una base teórico práctica a los métodos que emplean los entrenadores en la preparación de los deportistas; asimismo, buscar nuevas formas y medios pedagógicos que faciliten la obtención de resultados superiores en la valoración deportiva.

Paradójicamente aparecen dos tendencias igualmente importantes en cuanto a su nocividad para el futuro del deporte. primera: La carencia de conocimientos psicológicos profundos por parte de los entrenadores, acompañada del desconocimiento de lo que un psicólogo del deporte puede aportar a la dinámica del entrenamiento cuando se integra al colectivo del DT; y segunda: el alejamiento cada vez más pronunciado de una buena parte de los psicólogos del fenómeno deportivo en sí, buscando explicaciones teóricas y prácticas en fenómenos, que si bien son importantes, no son los que más inciden sobre la dinámica del entrenamiento y las competencias.

En relación con esto, una gran cantidad de países con altos logros deportivos han comenzado a realizar investigaciones dentro de la psicología del deporte, encaminados a determinar los aspectos que comprenden la preparación psicológica para la competencia actual, viendo en este factor una nueva reserva para aumentar los rendimientos deportivos.

DESARROLLO TEÒRICO:

Hoy observamos cómo los países donde mayor avance logra el fenómeno deportivo, donde más masiva se hace la práctica de éstos, tienen  siempre presente, como factor esencial de la Preparación Optima para el Combate (POC) a la preparación psicológica del deportista y de los entrenadores.

Hemos realizado un conjunto de investigaciones relacionadas con las cuestiones que abordamos en el presente trabajo en deportes con pelotas, los resultados, en todos los casos, son realmente halagüeños. Sin embargo, como ejemplo presentaremos algunos resultados obtenidos con el deporte de Baloncesto de alta categoría.

Teniendo en cuenta que en el deporte, en la actualidad,  hay una diversidad de criterios acerca de la preparación psicológica para la competencia, que se hace cada  vez  mayor debido a que cada día son más las investigaciones y nuevos los parámetros encontrados, resulta necesario situar teóricamente el punto de vista del que partimos.

Sobre la jerarquización de los diferentes tipos de preparación que reciben los deportistas hemos hablado ampliamente en nuestro libro "Psicología del Fútbol: algunas reflexiones para árbitros, entrenadores y deportistas", en el caso que nos ocupa solamente traeremos a colación aquellas cuestiones  que nos resultan imprescindibles.

A.Z. Puni, P. A. Rudik, V. Rodionov, P. Kunath, M. Epuran y otros prestigiosos científicos han coincidido en que el problema  esencial  de la  preparación psicológica es la  creación de la  predisposición psíquica del deportista  para actuar en cada  competición.

Estos  autores consideran  que la predisposición  psíquica  para  la competencia es una categoría  psicológica  que se  agrupa dentro  de  los  llamados  estados psíquicos  y que por  su esencia  constituye un proceso actitudinal  complejo. A su vez,  la  preparación psicológica aborda la búsqueda  de las  vías  y  métodos que, de una u otra  forma, aseguren la predisposición psíquica  para las competencias durante el proceso  del entrenamiento deportivo.

En el referido  libro,  expliqué  que  la  cuestión es  mucho más compleja  de lo que hasta ahora hemos considerado. La  realidad  es  que  no estamos tratando con un  fenómeno psicológico actitudinal, sino con un fenómeno personológico cuyo carácter  es disposicional,  ultra estable.  También, insistí en que  las condiciones de  entrenamiento  han  cambiado tanto, que  los  procedimientos descritos antaño, deben ser  reconsiderados  porque ya  no disponemos de largos períodos  de entrenamiento y si tenemos  la presencia de competencias itinerantes preparatorias para la competencia  principal.

La disposición para la  competencia, en tanto disposición, posee una triada expresiva (cognitiva, afectiva y  conductual) y en ese sentido puede ser explorada con objetividad,  brindándonos  la posibilidad de conocer si el deportista  ha alcanzado la debida preparación psicológica  para la competencia.

Es estado de disposición  psicológica para la competencia tiene específicas manifestaciones  susceptibles  de ser  observadas  y  medidas,  como  son:

•1.     La  seguridad  en  sus  fuerzas

•2.     La  determinación a  luchar  hasta  el  final

•3.     La  confianza  en el éxito

•4.     El  deseo  de cumplir  los objetivos  planteados

•5.     El  alto grado de estabilidad  emocional

•6.     Los afrontamientos positivos a los obstáculos y dificultades internos y externos.

•7.     La  capacidad epi-crítica de regular  los esfuerzos  volitivos  motores

•8.     El  grado óptimo  de excitación emocional

•9.     La  completa activación de las  convicciones.

De  acuerdo  con esto,  si  el  deportista  manifiesta  estas  particularidades  se infiere  que  tiene  una  preparación psicológica  adecuada  para la  competencia. Pero  no  siempre se  logra  en su totalidad, es realmente  difícil.

De esto se deriva que la tarea  de  todos los  entrenadores (entre los que considero al  psicólogo)  consiste  en  registrar  objetivamente todos estos índices  de  la disposición para el combate  en  diferentes momentos (en  entrenamientos, antes de cada competencia y después de cada competencia  tomando en cuenta  el resultado favorable o desfavorable que haya tenido) y compararlos sistemáticamente.

Con una  cantidad  suficiente  de estos  indicadores  y  la  correlación entre  ellos, los entrenadores  pueden anticipar  el tipo de actuación del deportista  durante  la actividad que se avecina,  aunque  ello  no  se  constituye  en  garantía  para el éxito o  la  derrota.

En  los  deportes con  pelota  se  requiere  realizar  un  conjunto selectivo de hábitos  y habilidades  que,  ejecutados  correctamente,  nos  indican  el dominio de la   técnica  que el deportista ha  alcanzado, de  ahí  inferimos el estado de la preparación  técnica.

Si  tales  ejecuciones  correctas  pueden ser  mantenidas  durante  la  mayor  parte del tiempo  de juego,  es  síntoma  de que el deportista  presenta  una  adecuada preparación física.

Pero, aún cuando logre desempeñarse hasta lo descrito anteriormente, es  una exigencia de los deportes con pelotas, colectivos, la  ejecución exitosa  de las acciones tácticas.

Llegado  este momento  estamos  en plena condición para poder diagnosticar el estado  de la preparación general  del deportista, sin embargo, ello no es lo único, o lo que es igual, con esto  no se agota el contenido de la actividad de los deportistas durante los partidos.

Entre otros aspectos debemos añadir la urgencia de lograr una perfecta coordinación de ejecución y pensamiento del deportista con el resto de  los integrantes del equipo en cada situación de juego, así como la estabilidad emocional capaz de evitar que  los factores objetivos y subjetivos (obstáculos y dificultades) puedan hacer variar el resultado  positivo de las acciones de cada jugador y del  equipo.

Es sabido que no resulta igual para el baloncestista ejecutar un tiro libre, o  a un futbolista un  tiro de penal, calcular la distancia para un pase o  reaccionar  ante una situación táctica de juego durante un tope de entrenamiento, que  en un partido internacional, a pesar de que las acciones a ejecutar sean las mismas.

La significación y el sentido que tiene para él la competencia le produce una reacción reflejo condicionada compleja  adecuada a la situación creada, que provoca cambios en el sistema nervioso, capaces de afectar parcial o totalmente la actividad psicofuncional, que puede inducir  a  una ejecución deportiva incorrecta.

Durante el  juego, los jugadores están recibiendo  una  gran  variedad de estímulos, de los que necesitan  seleccionar  cuál o cuáles  serán  motivos de su atención para adecuar  o adaptar  sus  respuestas   a los  cambios  que dichos estímulos plantean.

En el trabajo con  equipos, y muy especialmente en deportes colectivos, surge el problema de evaluar  la  calidad  de la actividad  de los deportistas participantes de manera individual. Los  indicadores de  participación individual brindan una visión justa  de cada deportista, tanto  al entrenador  como al psicólogo, que permiten regular  la dinámica  del entrenamiento para futuras  confrontaciones.

PROBLEMA DE INVESTIGACIÓN:

Durante la  realización de nuestro trabajo, este fue, precisamente, el gran problema para resolver:

¿Cómo proceder para obtener una evaluación  integrada  del  desempeño práctico de los deportistas durante  entrenamientos  y  competencias?.

PREGUNTAS  DE LA  INVESTIGACIÒN:

¿Será posible obtener  un índice integrador que nos  permita  comparar el desempeño de cada deportista durante los entrenamientos y la competencia?

¿El factible la utilización del índice obtenido para proceder a sugerir la integración exitosa del equipo para  la  competencia  concreta?

TIPO  DE  INVESTIGACIÒN:

La  investigación que se desarrolla  es  del  tipo  exploratoria,  motivo  por  el cual estamos en  pleno  desarrollo  de  los puntos  de vista  que se  consideran.

OBJETIVO   ESPECÍFICO:

Se considera que para el momento en que se encuentra la investigación resulta muy interesante establecer una estrategia que  permita ir avanzando progresiva y sistemáticamente en el camino de la aplicación de la ciencia, y por qué no, en la búsqueda de aquellos mecanismos de evaluación que permitan integrar resultados de varias ciencias.

Sin lugar a dudas, enfrentamos desde hace muchos años un proceso de atomización en los resultados científicos aplicados a los deportistas, que solamente nos permite tener una idea sectorial y comparativa grupal sobre  el estado relativo  de cada deportista pero que, no nos da la posibilidad  de  saber cuál es el estado integrado del desarrollo del deportista.

La situación que, en muchos casos no es cuestionada por los científicos del deporte, ahora tiene una importancia cardinal; sobre todo cuando tomamos  en cuenta los cambios que están produciéndose en la dinámica de los entrenamientos y las competencias. Nótese que cuando  trabajamos  la  psicología del deporte, si hacemos pruebas de escalas utilizamos una convencional; si medimos la campimetría la escala de los resultados es  en grados; i evaluamos  la percepción del tiempo o las reacciones la  escala es en segundos o sus fracciones; si evaluamos percepciones de esfuerzos los resultados son en kilopoms; y así sucesivamente. De esta manera no podemos saber  si  un  deportista  está  mejor o peor en sus resultados del test  psicológico que en la  perimetría, o  la percepción del tiempo, del esfuerzo o  del espacio. Sencillamente  no es posible evaluar a un deportista  utilizando diferentes unidades  de  medida.

Como quiera que consideremos que el método psicológico principal del psicólogo del deporte es la observación, partimos de ésta para tratar de hacer algunas inferencias de pronósticos sobre el comportamiento deportivo de nuestros discípulos. De ahí que nuestro objetivo sea  el siguiente:

Diseñar y poner  en práctica para su comprobación un sistema de evaluación de  las observaciones  de  la actividad  durante entrenamientos y competencias que  permita predecir,  con alguna  certeza,  la  integración  de los miembros  del equipo con vista  a alcanzar  mejores  resultados.

MÉTODO

Para  poder  tomar  en  consideración los  datos  que  realmente  son  efectivos  al momento  de  realizar  el  trabajo  práctico  se  precedió  de la  siguiente  forma:

Primero: Se realizó una sesión de trabajo  grupal, con el colectivo  técnico del equipo en cuestión de manera que quedaran claros los sectores básicos a observar que fueran de importancia y su jerarquización (área técnica,  táctica,  física, psicológica, biomédica).

Segundo: Con trabajo en grupo se llevó a cabo la clasificación de las acciones más importantes  que se  debían  observar tanto  en  entrenamientos  como  en competencias, estableciendo  la  jerarquización necesaria.

Tercero: Se  procedió, en  trabajo  grupal, a  la  evaluación  del  impacto  de  cada una de las acciones  relacionadas en el segundo momento, de cara  a los resultados y se estableció utilizando la técnica de Paretto qué acciones  eran indispensables e imprescindibles observar durante  los entrenamientos y competencias con alta implicación  en  los  resultados  finales.

Cuarto: Se  elaboró  una  planilla  de observación y  se  establecieron  los  criterios para  saber  cuándo  las acciones se consideraban  acertadas o desacertadas.

Quinto:  Se  designaron  seis  observadores  y  se procedió al entrenamiento de los mismos.  Tres  observadores  se ubicaron en un lateral  del terrero y los otros  tres en el  lateral  opuesto.

A  los  efectos  de  ganar  en objetividad se procedió en las sesiones de entrenamiento  de  los  observadores  a  medir el grado de concordancia que existían  entre  lo  observado  por  ellos. Dejando  integrado los tríos y el sexteto con  un  nivel  de  concordancia  superior  al  93%.

Posteriormente  se  levaron  a  cabo  las  observaciones  pertinentes  durante una serie  particular  de juegos  con otro  equipo  internacional, donde  se desarrollaron 6 topes  en  diferencias  ciudades  del  país.

Otro  aspecto  investigado  durante  esta  serie  fue  el  grado  o estado de la preparación  psicológica de los baloncestistas,  para  lo cual  se  utilizó el siguiente método:

•a.     El  nivel  de aspiración de los  jugadores  antes  de cada  encuentro se investigó atendiendo a  la  seguridad  de los  deportistas en sus  propias  fueras.

•b.    La determinación del  nivel óptimo de  hesitación emocional de cada deportista se obtuvo a partir de los índices de la  dinamometría con el máximo  de esfuerzo y la  actividad cardiovascular.

•c.     La  determinación  del  nivel  de autocontrol psicomotor se obtuvo  a  partir  de los índices  de  la  precisión de los esfuerzos  musculares.

Las  pruebas  fueron  realizadas de la  siguiente  forma:

•A.       De treinta  minutos a  una  hora  antes  del  entrenamiento o  la  competencia.

•B.       Después  del  calentamiento (en los entrenamientos y  competencias).

•C.       Después  del  entrenamiento o  la  competencia.

El nivel de aspiración lo investigamos a partir de un  test especialmente construido, el que reunía las siguientes  características:  Se le  planteaban propósitos en forma  de preguntas y  se le sugerían determinadas respuestas; se insinuaban proposiciones relacionadas con el individuo y con el grupo; se tomó en  consideración  la actuación de cada sujeto, de  acuerdo con  sus funciones,  etc.

El  test de aspiración  fue  aplicado invariablemente durante todos los encuentros celebrados por el equipo, a cada uno de sus integrantes, momentos antes de celebrarse el partido.

El  nivel óptimo  de excitación emocional, en  la primera parte, se registro mediante las mediciones dinamométricas: esto nos permitió revelar la magnitud del esfuerzo muscular  del  sujeto  antes y  después  de los períodos de trabajo, as  como establecer los  patrones  necesarios para diagnosticar acerca de la relación existente  entre la dinámica del esfuerzo antes de  los períodos de trabajo y las actuaciones específicas.

En la  segunda  parte se le  tomaba el pulso a cada  deportista  antes de  cada actividad;  así  pudimos  obtener los resultados  de la dinámica de la frecuencia de las contracciones  cardíacas que, en esencia, nos mostraba la normalidad o alteración del sujeto en función de las tensiones emocionales.

El autocontrol psicomotor lo investigamos mediante las mediciones dinamométricas diferenciales y nos permitió conocer el grado de autorregulación que  posee el sujeto en  situaciones de modificación del estado psíquico.

Cumpliendo  con nuestro propósito central, nos preguntamos si con los resultados que paulatinamente debíamos obtener dirigidos hacia la evaluación de la predisposición psicológica de los  deportistas, podíamos o no realizar un pronóstico de la  actuación favorable,  de  manera que coadyuváramos  a la integración del  conjunto para  cada  encuentro  deportivo (competencia).

Al  efecto de cumplir con esta actividad, procedimos de la siguiente manera:

Nos  pusimos  de  acuerdo con los  entrenadores  para que ellos  eligieran a  los deportistas  abridores de cada  encuentro y los  anotaran  en un  protocolo;  de igual  forma  actuarían los psicólogos. En el protocolo  con el  listado  de todos  los deportistas se  anotaría  la  fecha  del  encuentro y distinguiríamos la  selección del nombre de cada  deportista propuesto  como  abridores.

Ambas consideraciones fueron secretas en cada juego hasta el final. Posteriormente, analizamos la  dinámica  del  juego y  las  manifestaciones  de  los sujetos  en cada uno de los parámetros  psicológicos estudiados.

RESULTADOS

Sobre la posibilidad de   obtener  un  índice  integrador  que nos  permita  comparar el desempeño de cada  deportista  durante los  entrenamientos y la competencia.

Para la  obtención de los  índices  que permitieran diagnosticar  la calidad de la actividad  de cada  jugador  diseñamos, a partir del método del análisis del producto  de la  actividad  (APA), un nuevo método  que denominamos  Análisis de la  Productividad  del  Deportista  (A.P.D.).

El APD permite  el análisis  de  los resultados en situaciones de  juego o entrenamiento, así  como en el  comportamiento diferencial individual o de equipo (total  o  parcial).

Al considerar la actuación de los baloncestistas (que  es el  ejemplo que presentamos) tuvimos  en  cuenta no  sólo  el  resultado  final  de  la  acción (tantos anotados), sino el  análisis  de la  actividad total  durante el  tiempo que  el  jugador estuvo  participando.

En  tal  sentido, se  tomaron en cuenta, entre otros aspectos los  siguientes índices:

  • ¨ Tiempo de juego de cada deportista en el terreno.
  • ¨ Cantidad de balones tirados de castigo.
  • ¨ Cantidad de balones tirados y castigos encestados.
  • ¨ Cantidad de rebotes ofensivos y defensivos.
  • ¨ Cantidad de rebotes ofensivos y defensivos favorables al equipo.
  • ¨ Faltas personales.
  • ¨ Pases realizados y sus resultados
  • ¨ Otros índices.

De  acuerdo  con estos  índices  generales  de  participación,  podemos  distinguir dos  grandes  grupos  cualitativos  de actuación:

Actuación  favorable.

Actuación  desfavorable.

Particularizando ambas categorías consideramos  como actuación favorable todas las actuaciones durante los  entrenamientos o juegos que  8implicasen aciertos para  el equipo. Y como  actuación desfavorable todas  las actuaciones durante  los entrenamientos o juegos que implicasen  errores, entonces nos fue fácil determinar:

  • ¨ Cantidad de aciertos
  • ¨ Cantidad de errores.

Sin embargo, la cantidad de errores y aciertos dependen, en gran medida, del tiempo que esté en juego el deportista.  De acuerdo con ello, obtuvimos el Coeficiente de Actividad Negativa o el de Actividad Positiva mediante la división de la cantidad de errores o aciertos entre el valor del tiempo de participación.

CAN = e

            t

 

Pero con  estos  resultados  no  podíamos  precisar  adecuadamente  cuál  era  el volumen de  la  actuación  de  cada  deportista;  por  ello  decidimos  obtener  el indicador  de la Actividad General  en un  minuto,  de manera  que  nos  fuera factible  la comparación  inter deportista, de la  siguiente  forma:

AG1/m = CAN+CAP

Pero los índices  del CAN y  el  CAP  tienen  en  cuenta  el  tiempo  que  el deportista estuvo en el  terreno,  por  tal  motivo ,  nosotros  definimos  cuánto  tiempo  del tiempo  general  el  deportista  jugó  positiva  y  negativamente  para  ellos multiplicamos  el  CAN  o  el  CAP  por  la  AG  1/m y encontramos los  indicadores correspondientes a  la  ACTIVIDAD  GENERAL POSITIVA (AGP) y a la ACTIVIDAD GENERAL  NEGATIVA  (AGN)

Por  último,  necesitamos obtener un índice que permitiera conocer la productividad  real  de cada  jugador (Pr)

 

AGP

Pr =

-------

 

AGN

El índice de la productividad de cada deportista permite la comparación entre ellos, inclusive, cuando analizamos los resultados de cada set, se puede llegar a determinar en cuál el deportista comienza a disminuir su productividad y entonces es recomendable su sustitución.

Sobre la factibilidad de la utilización del índice obtenido para proceder a sugerir la integración exitosa  del equipo  para la competencia concreta.

La  factibilidad  de  utilización  del  índice de productividad no basta con la apariencia  de su lógica, es preciso demostrarla  de  alguna manera. Para ellos nos  apoyamos  en  algunos indicadores históricos que  demuestran  una  mejor o  peor  preparación  psicológica  de los  deportistas  en situaciones de entrenamientos  o de  competencias.

Lo primero que se hizo fue discriminar a partir del Pr. La existencia de diferencias significativas  entre los deportistas y esto permitió componer la siguiente tabla ordinal No 1:

De acuerdo con la evaluación  individual  de  la productividad, pudimos llegar a conocer que realizaron una gran actuación los jugadores Nos. 6, 7, 5, 13 y 14; en contraposición, los que cometieron mayor cantidad  errores fueron los jugadores Nos. 13, 7, 17, 15 y 14.

TABLA  No 1

SITUACIÒN  EN  ORDEN  PROGRESIVO  DE LOS  DEPORTISTAS  QUE  TUVIERON  MEJOR  ACTUACIÒN  EN  LA  SERIE.

LUGAR  OBTENIDO

1

2

3

4

5

6

7

8

9

10

11

12

13

14

No.  DEL  JUGADOR

5

6

14

7

8

9

12

13

10

4

11

17

15

16

Es  interesante observar que los cuatro primeros lugares en la clasificación los ocupan  jugadores que tienen una buena AGP, sin embargo, estos  jugadores, a pesar de los errores  cometidos,  realizaron  trabajo  útil  para el  equipo,  mientras que el No. 13, que no forma  parte de los cinco  primeros  lugares,  tiene  una elevada  AGN,  aunque su  trabajo es  positivo.  De  esta  forma,  por los índices obtenidos de los baloncestistas que participaron en esta  serie,  podemos considerar  como las mejores  actuaciones las  de los jugadores Nos. 5, 6, 14, 7, y 8. En  estos  jugadores  descansa  la  principal  participación en cada  juego, por lo cual  consideramos  que se les  debe  prestar  atención  especial  en los entrenamientos,  por  cuanto hemos  podido  constatar,  mediante  las  pruebas psicológicas  realizadas,  que  los índices  de  estabilidad  emocional,  el  grado  de aceptación  de  estos  jugadores,  así  como las  características  morfológicas y las posiciones  desempeñadas por cada uno  durante  los juegos,  hacen  a  esta  micro estructura  social  acreedora  de un  cierto  cuidado por  parte de  los  entrenadores. Esta  atención, a nuestro juicio,  debe  centrarse en  los  rasgos  siguientes:

•a.     Forma  de  relacionarse  con  los  demás  integrantes  del equipo.

•b.    Establecimiento de las  combinaciones  adecuadas como  respuesta al plan táctico.

•c.     Especificidad del  lugar de  tiro  efectivo, atendiendo a la posición que desempeñan.

Los  resultados planteados nos permiten inferir que entre las posibles causas que condicionan la productividad individual en el juego de los cinco jugadores más destacados, tenemos:

•1.     Que dichos  jugadores tienen una  gran afinidad con los restantes deportistas, así como entre ellos, y esto  condiciona  notablemente que al interactuar con el resto del equipo reciban, en los momentos  precisos, los pases correspondientes para producir  las  anotaciones.

•2.     Que el tiempo  jugado y la posición que desempeñan  favorecen en gran escala las oportunidades para desplegar  una  productividad  deportiva superior a la de sus compañeros.

El test  de aspiraciones brindó índices satisfactorios debido a que la mayor parte de los  deportistas expresaron su confianza en el triunfo, en sus propias fuerzas, en lo positivo de su actuación, en sus posibilidades físicas y la impresión de sentirse bien en cada ocasión (en algunos casos se  presentaron auto estimaciones exaltadas  que  condicionaban la  sobre estimación de sus fuerzas, así  como una inclinación muy  acentuada a la  actuación individual).

El  nivel de  confianza, decisión y optimismo en el triunfo fue  incrementándose en proporción directa  los  triunfos  alcanzados en cada encuentro. Hay  que señalar que el  equipo no perdió ningún partido frente al oponente. Esto  nos  hace  suponer que existe una  correspondencia  positiva entre la actividad ideal (subjetiva) y la actuación efectiva de los deportistas, dado que se conjugan los resultados  de ambas  actividades (al menos en este caso).

En la Tabla No 2 se presentan los resultados de la dinámica de las frecuencias de las contracciones cardíacas, la fuerza máxima y la diferenciación del esfuerzo en entrenamientos y competencias. Los resultados que aparecen en la tabla son el reflejo del promedio de los 14  baloncestistas del seleccionado.

TABLA           No  2

 

DINÀMICA DE LA FRECUENCIA DE LAS CONTRACCIONES  CARDÌACAS, FUERZA MÁXIMA  Y  DIFERENCIACIÓN DEL ESFUERZO DE LOS BALONCESTISTAS  EN  ENTRENAMIENTOS Y COMPETENCIAS.

 

ANTES

DESPUES DEL  CALENTAMIENTO

DESPUES

PULSO

Entrenamiento

74

 

Competencia

71

DINAM.  MAX  (kg)

Entrenamiento

50

58.5

60.5

Competencia

61.5

60

60

DINAM.   DIF-  (kg)

Entrenamiento

7.3

8.1

8.2

Competencia

5.4

7.2

6

Es llamativa la dinámica de la  fuerza  máxima; antes del entrenamiento se produce el promedio más bajo, después del calentamiento aumenta en 8,5 Kg manteniéndose así después del  entrenamiento, y llega  hasta  aumentar.  Este índice tiende al ascenso en los periodos de tiempo posteriores al entrenamiento en la misa medida en que la carga aumenta.  Esto  resulta antagónico, porque después de recibir  una carga física alta  (carga 4) las posibilidades de realizar el esfuerzo máximo en igualdad  de condiciones que al comienzo del trabajo se ven considerablemente disminuidos, lo que se debe al gran gasto energético manifestado  durante el tiempo de actividad.  Por tanto, los  resultados obtenidos nos llevan a pensar:

•a.     Que el entrenamiento no alcanza el  grado  óptimo de intensidad.

•b.    Que el entrenamiento no pretendía  alcanzar la óptima  intensidad.

Este análisis sólo es posible  hacerlo tomando como punto de partida el mejoramiento que ocasiona la dinámica del esfuerzo, por cuanto ejerce una función activadora sobe el organismo y lo dispone para la actividad, todo lo cual ha sido comprobado, desde el punto de vista psico fisiológico, por muchos  investigadores en el campo del deporte.

En el calentamiento se ponen  a trabajar  todos los mecanismos funcionales que garantizan una mayor  acumulación de energía, lo cual permite que en su final el sujeto  tenga un alto nivel  de excitabilidad en su actividad psicomotora, de ahí que el esfuerzo que se ejecuta tiende a ser mejor que el esfuerzo realizado antes del calentamiento o después del entrenamiento.

El hecho de que los deportistas pasen de un estado de reposo relativo a un estado de actividad intensa  determina en gran  medida que las funciones psíquicas se modifiquen y, como consecuencia, se pongan en función procesos psicológicos que despierten  en el sujeto un estado de disposición, de motivación, de entusiasmo y deseo  a  realizar la parte principal del entrenamiento o de la competencia.

La fuerza antes de la competencia fue  superior a  61 kg,  lo que demuestra cierta excitación anticipada  de importancia en los jugadores.  Ese nivel de excitación disminuye algo en el calentamiento y se mantiene  bastante alto hasta terminar el juego. Consideramos que una dinámica  semejante a la descrita, con posible descenso  después de la competencia, resulta favorable. En ese caso, la dinámica de la fuerza en la competencia se expresa con marcada  diferencia a la del entrenamiento; si se mantienen iguales los resultados después del calentamiento y la competencia posibilita  afirmar  que ello se debe  a algunas variaciones en la actividad psicomotora y en la valoración subjetiva de los deportistas, dando por resultado que los baloncestistas no rindieron al máximo (a causa del grado de confianza en sus fuerzas y en sus posibilidades de triunfo).

El análisis de la dinámica de la precisión en la diferenciación de los esfuerzos musculares presenta determinada dificultad. Sabemos que, antes del calentamiento en la competencia, cuando el deportista está excitado, debe ser menos preciso, sin embargo, en nuestra investigación no es eso  lo que ocurrió. Antes de la competencia  la diferencia de precisión es de 5,4 kg., después del calentamiento aumenta.  Es posible que  esto podamos  atribuirlo al hecho de que esta prueba se realizó después de calentar, o sea, instantes antes de iniciarse la competencia, lo que puede determinar una  actitud por parte del deportista que no es la adecuada, porque su atención está concentrada en el evento que se desarrollará, y esto puede ser una causa probable, aunque pueden haber otras no analizadas.

Referente a los índices de pulsaciones, no se observaron cambios significativos entre los entrenamientos y las competencias.

La fuerza máxima y la precisión  en la diferenciación del esfuerzo muscular, resultan significativamente  mejores en la competencia que en el entrenamiento. Esto puede considerarse como un factor  positivo en la determinación del estado psíquico de los deportistas para la competencia.

La  valoración de los jugadores es diferente a la presentada en la Tabla No. 1, lo cual hace que adquieran un interés  especial la dinámica de la frecuencia de las contracciones cardíacas, la fuerza y la precisión de los esfuerzos de los deportistas que ocupan en nuestra clasificación los cinco primeros y los cinco últimos lugares.

En la Tabla No 3  se puede observar que los mejores jugadores tienen  una menor frecuencia en las contracciones  cardíacas, mayor  fuerza y  menor  precisión en los movimientos musculares,  Estos  resultados  corresponden a los índices  obtenidos de los cinco baloncestistas abridores  durante toda la contienda  deportiva, es decir, que los datos nos expresan la distribuciones  de los parámetros que estamos investigando, pero en dos tipos de grupos cualitativamente diferentes dentro del rango planteado anteriormente, que son: los que obtuvieron mejores resultados y los que obtuvieron peores resultados.

TABLA  No.  3

DINAMICA DE  LOS  INDICES  PRINCIPALES EN  QUINTETOS  ABRIDORES  EN  FUNCION  DE LOS  RESULTADOS  OBTENIDOS.

PULSACIONES

 

FUERZA  MAXIMA

EXACTITUD  DIFERENCIAL

MEJOR

PEOR

MEJOR

PEOR

MEJOR

PEOR

 

63

 

73

 

60

 

58

 

5.3

 

4.6

En estas combinaciones participan tanto jugadores que tienen un elevado índice de actividad general positiva como los que tienen una gran actividad general negativa. Obsérvese, que en los mejores deportistas se presenta el menor promedio de pulsación, un promedio semejante

a los  peores  jugadores  en  la  fuerza  máxima y  un  promedio  más  alto (peor) en la  exactitud  diferencial, en  comparación con los peores. La  dinámica  descrita, a nuestro  juicio,  refleja la desigualdad  en la  predisposición psíquica  de  dichos jugadores.

La Tabla  No. 4  recoge  los  resultados promedios  de los cinco baloncestistas propuestos  como  abridores, aún  cuando realmente participaban como iniciadores 2 ò 3 de  ellos.  El  quinteto  propuesto normalmente realizaba las actividades  de conjunto  en el segundo  tiempo, debido a las sustituciones que, en función de su experiencia,  realizaba  el  entrenador  jefe  de la  selección.

Sin lugar a dudas, los jugadores propuestos como abridores lograron los mejores resultados deportivos.

Los  deportistas juegan bien cuando sus pulsaciones son menos frecuentes, la fuerza máxima es mayor y la exactitud diferencial (autocontrol psicomotora) es más exacta. Esto nos permite establece que en la  medida que la  actividad  emocional alcanza los niveles óptimos de estabilidad, los índices estudiados adquieren una dinámica semejante a la descrita. Paralelo a lo  anteriormente expresado, podemos inferir que con una dinámica semejante la autorregulación psicomotora es muy buena y, por ende, la orientación de la conducta deportiva en el terreno tanto en competencias  como en entrenamientos.

TABLA  No.  4

DINAMICA DE  LOS  INDICES  PRINCIPALES EN  QUINTETOS  PROPUESTOS   EN  FUNCION  DE LOS  RESULTADOS  OBTENIDOS.

PULSACIONES

 

FUERZA  MAXIMA

EXACTITUD   DIFERENCIAL

MEJOR

PEOR

MEJOR

PEOR

MEJOR

PEOR

 

69

 

71

 

62

 

60

 

4.7

 

6.1

Es interesante la interrelación dinámica de los parámetros estudiados cuando comparamos los resultados obtenidos en los quintetos abridores y los propuestos como tales (ver Tablas 3 y 4); los deportistas recomendados por el equipo de psicología para abrir presentan una mayor estabilidad en la predisposición psíquica que los jugadores abridores (ubicados por los entrenadores) lo cual se corresponde en forma directa con los resultados obtenidos en la competencia.

El análisis individual de los parámetros investigados conjuntamente con los resultaos obtenidos por cada jugador, nos permitió establecer los límites óptimos de  estabilidad durante toda la serie, los cuales se ofrecen en la Tabla No. 5.

La  integración de los resultados presentados en esa  tabla están en  dependencia de las pruebas que se realizan en cada competencia o entrenamiento, de tal forma, que al  relacionar el resultado promedio de la prueba efectuada con los límites de normalidad establecidas, nos facilite diagnosticar el tipo de predisposición de cada deportista para esa competencia.

 

TABLA No. 5

 

LIMITES ÒPTIMOS DE ESTABILIDAD  ATENDIENDO A LAS CARACTERÌSTICAS  INDIVIDUALES.

No DEL JUGADOR

PULSO

DINAMOMETRIA MAXIMA

EXACTITUD DIFERENCIAL

4

72-80

58-63

1-5

5

62-66

54-68

3-13

6

58-66

58-62

1-7

7

65-59

47-51

1-7

8

66-72

54-56

6-14

9

75-77

54-60

3-13

10

83-87

64-66

3-5

11

75-80

56-58

4-14

12

75-81

62-66

2-6

13

85-91

61-67

3-13

14

72-74

58-60

0-12

15

75-79

59-63

4-6

16

83-87

49-53

6-16

17

61-63

40-44

2-6

 

En  nuestra investigación se muestra que los  índices  establecidos para el conjunto de deportistas del seleccionado  de baloncesto, que participaron en esta serie, resultaron ser los óptimos para alcanzar los mayores resultados en la efectividad de sus acciones de juegos. Estimamos oportuno recordar que los índices óptimos son específicos para cada competencia, en dependencia del nivel de la misma y de la preparación de los deportistas, independientemente que podamos obtener una tendencia general de los mismos.

DISCUSIÓN

El  intento  de  la  determinación  de un  indicador único para  tener una idea, más o menos exacta,  de  la  calidad  de  la participación  de cada uno de  los deportistas durante los juegos  de  entrenamiento y en las competencias parece brindar algunas facilidades especiales  para la  ciencia  de la psicología del deporte.

En  primer  lugar,  este  tipo  de indicador permite objetivar con  claridad la  real participación  de los  deportistas, sin exclusión alguna. Tal objetivación parte del análisis de la conducta deportiva de cada uno de ellos, que sabemos, en muchas ocasiones es  vista, inclusive por la  prensa, de una forma parcializada. (No solamente  a la  prensa, al público y a los entrenadores  les impresiona  como jugador más  eficaz  para  el equipo  aquel  que mayor  cantidad de anotaciones tiene,  pero  la  experiencia  que  hemos  vivenciado nos dice  que no siempre es así).

En  baloncesto  gana  el  equipo  que  mayor cantidad de tantos tenga  al finalizar el último set, esto  quiere  decir  que realmente las anotaciones al cesto cobran una importancia capital  durante  todos los partidos. Pero dichas anotaciones  no ocurren por parte del jugador  que anota, sino que anteriormente, en la generalidad de los casos, se han manifestados sacrificios personales, servicios en pases, adelantamientos  tácticos,  fintas, barreras, etc. Que le permiten a un jugador  tirar libre o casi libre y poder  anotar  la canasta deseada. Aquella labor anónima  de los jugadores  que construyen  el  juego  también tienen un alto valor estratégico para el  equipo y hacia ellos  también  va  dirigida  nuestra atención. El baloncesto lo juegan  5  deportistas y no solamente uno.  Luego, el  gran problema que se nos presenta  científicamente a los  psicólogos  del  deporte y  por supuesto a los entrenadores es, ¿quiénes  deben jugar  hoy  como  abridores  para  lograr el éxito?

El  análisis de coeficiente de productividad (Pr) que utilizamos, en la  medida que lo utilizamos sistemáticamente nos proporciona un criterio muy confiable de la realidad  del  comportamiento  de cada  uno de los deportistas. Por supuesto que con ese  criterio solamente  no se deben tomar decisiones  estratégicas  notables para enfrentar los partidos en las competencias. Una aclaración que necesitaremos para cotejarla  más  adelante: Obsérvese que las notaciones de este tipo de índice  parte de una escala  numeral  con un  cero absoluto.

Se han realizado en  este trabajo, como en el de  muchos psicólogos  del deporte, apareamientos comparativos de las pruebas psicológicas o psicofisiològicas realizadas, comparando  los resultados de cada una  de  las pruebas de  cada uno de los  sujetos con la Pr correspondiente a  él  mismo; o en el mejor de los casos la  determinación  de  cierto rango de  normalidad  a nivel de grupo, para cada prueba, de manera que  podamos conocer la posición relativa  de cada deportista respecto al grupo de pertenencia, actual y real.

Desde nuestro punto de vista, aún estamos lejos de poder ser eficaces en nuestros diagnósticos y pronósticos psicológicos debidos, fundamentalmente, a las imprecisiones en las  mediciones psicológicas. Veamos: ¿Cómo poder saber en un deportista concreto si la Pr., en mejor o peor  que su nivel de pulsaciones, la dinamometría máxima o la diferenciación del esfuerzo?  Sencillamente eso no es posible porque estamos comparando eventos que tienen diferentes escalas de medición.

Lo cierto es que a todos los psicólogos del deporte  nos  es muy necesario  tener un criterio objetivo que sirva para validar las particularidades psicológicas y personológicas de los deportistas en los entrenamientos y en las competencias. Ese criterio sugerimos  sea la  Productividad (Pr)  del deportista.

La respuesta  a la  anterior pregunta ya la tenemos y la hemos encontrado en la estadística. Si llevamos todos los datos de las diferentes pruebas a la  curva normal, en forma estandarizada, de manera que dicha escala estándar  no deforme los datos originales y permita todo tipo de procesamiento estadístico logramos poner todas las pruebas psicológicas y la Pr en una posición comparativa muy ventajosa; pero aún más: nos permite integrar las evaluaciones técnicas ,tácticas, físicas y biomédicas y al final poder obtener un indicador  general del nivel de preparación de cada uno de los deportistas.

No pretendemos con esto hacer numérica  la  psicología, ello se constituiría en un error científico y metodológico imperdonable. Pero además de  todas las labores del psicólogo del deporte en los equipos  deportivos, que son muy necesarias y en la mayoría de las ocasiones partes de observaciones y datos  cualitativos, nos parece que sería  muy útil tener un indicador objetivo  que nos sirva de criterio externo.

CONCLUSIONES

1. El APD permite el análisis juicioso y certero de la actividad de los baloncestistas, por lo cual facilita el establecimiento de relaciones convenientes con los indicadores psicológicos y sirve, a la vez, como criterio externo de la  actividad.

2. La correspondencia de la estabilidad de los parámetros estudiados con los resultados obtenidos en las competencias y entrenamientos fue mayor en los quintetos propuestos por los psicólogos que n los quintetos abridores seleccionados por  los entrenadores, por cuando sugerimos  la utilización del pronóstico de la  actuación del deportista a partir del estudio  pormenorizado de la  predisposición psíquica para cada competencia  concreta.

3. Las posibilidades de triunfo del seleccionado de baloncesto, estuvieron directamente relacionadas con el nivel de aspiración, la confianza en sus propias fuerzas,  la decisión y el optimismo.

4. La  valoración de la actividad  de cada  baloncestista  está determinada, en lo esencial, por  la acción conjunta  de todos  los miembros del equipo,  por el  tipo de relaciones establecidas entre ellos,  por la correspondencia entre la posición que desempeñan y el sistema táctico a  desarrollas, y por el dominio de los elementos técnicos específicos.

BIBLIGRÁFIA

Dzhanmgarov, T; V. Rumiantseva "Liderazgo en el  deporte "Vneshtorgizdat.

Moscú 1989.

García  Ucha, F. "Herramientas  psicológicas" .Editorial Deportes. 2004.

González, L."La  respuesta emocional del deportista" Editorial Deportes. 2004.

Gorbunov, G. "Psicopedagogía  del  deporte". Ed. VIPO Vneshtorgizdat 1988

Martínez, O. "La observación psicológica en el deporte moderno" Trabajo presentado en el Congreso de Psicología del Deporte de los  países socialistas. Moscú, 1968.

Martinò, C. M. "Psicología y entrenamiento integrado en el deporte"

Conferencia  magistral CEPROMEDE  Camagüey.,  2006.

 "La preparación óptima para el combate (P.O.C.) como elemento integrador de la preparación  psicológica en  el deporte. Conferencia magistral CEPROMEDE Camagüey, 2007.

 "La preparación psicológica en los deportes colectivos, con pelota y de contacto violento" Conferencia  magistral CEPROMEDE  Ciego  de Ávila, 2008.

"Psicología  del  Fútbol: algunas  reflexiones  profesionales,  teóricas y  prácticas para  árbitros, futbolistas,  y   entrenadores"  En  proceso  editorial.  2008

Medvedev, A "Psicología  para la  victoria" Vneshtorgizdat. Moscú 1991

Petrovich, V. y R. Abelska  "La `preparación  volitiva  y psicológica de los deportistas para las competencias". Traducción.

Puni, A.Z. "La preparación  psicológica  para  las competiciones deportivas" Suplemento  Bolet`j científico técnico No. 11. 1972.  INDER.

"Ensayos  de Psicología  del Deporte"  Edición  INDER.  1970

Radchenko, L.N. "Acerca del contenido  psíquico del hábito motor". Boletín científico técnico No 1  1973  INDER.

Ribeiro da Silva, A "Psicología del deporte y  preparación del deportista" Ed. Kapeluz 1970.

Rodionov, A.V. "Influencia de los factores psicológicos en el resultado deportivo" Vneshtorgizdat. Moscú 1990.

Rudik, P. A. "Psicología de la educación física y los deportes" Traducción.

Sánchez, M. "Psicología  del entrenamiento y la competencia deportiva"

Editorial Deportes. 2005

13/01/2010 19:30 ucha #. sin tema No hay comentarios. Comentar.

15 de enero día de la Ciencia Cubana

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Colegas y amigos, no quiero dejar pasar por alto este día en que se conmemora "El día de la Ciencia en nuestro país"

Mis mejores deseos a la comunidad científica cubana e internacional.

... que se sigan
cosechando logros personales y profesionales por cada uno de ustedes....

García Ucha

15/01/2010 18:51 ucha #. sin tema No hay comentarios. Comentar.

Llamamiento de ULAPSI sobre los trágicos sucesos de Haití

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Aún conmocionados por los trágicos sucesos de Haití, el Consejo Ejecutivo de la Unión Latinoamericana de Entidades de Psicología (ULAPSI) expresa al gobierno y al pueblo haitiano su solidaridad y la disposición de los psicólogos y psicólogas latinoamericanos de ayudar en lo que fuese necesario, y en el momento y el lugar que se entienda. A la vez que insta a los gobiernos y entidades internacionales que tienen la posibilidad de aportar soluciones, que actúen con la rapidez y cordura necesarias.

El Consejo de la ULAPSI solicita a sus Entidades Miembros, especialmente de los países cercanos geográficamente a Haití, la participación y presencia colaborativa en todo aquello que sea posible de acuerdo a su organización para lo cual deberían contactarse con las entidades que ya están interviniendo.

Conocemos las secuelas y efectos colaterales que los terribles eventos de esta naturaleza dejan en la población.  Muchos de los especialistas de nuestras entidades se desempeñan profesionalmente en los temas asociados a los desastres. Por esto ponemos nuestro saber y nuestro hacer a la disposición del pueblo haitiano.

Este continente múltiple y fecundo de culturas y subjetividades es tierra fértil para la solidaridad y el apoyo humano incondicional.

América Latina, viernes 15 de enero de 2010

16/01/2010 21:00 ucha #. sin tema No hay comentarios. Comentar.

Evaluación de las respuesta emocional a las cargas de entrenamiento.

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Dr. Francisco García Ucha

Esta es una valoración que resulta de elevada importancia para los entrenadores, quienes tienen que estar regulando con frecuencia los planes de entrenamiento en la búsqueda de la forma optima de rendimiento de cada deportista, evitar la fatiga, la monotonía, el sobre entrenamiento y el burnout. Todos los métodos de la psicología del deporte están presentes aquí, desde la observación dirigida, pasando al análisis de los frutos de las acciones de los deportistas durante los entrenamientos Las técnicas experimentales, algunas como el tremor, el tiempo de reacción, el flicker y otras, en el rango de los test psicométricos se encuentra el POMS de, McNair, más recientemente el RESQ-T de, Michael Kellmann y K. Wolfgang  Kallus. Es necesario mencionar la escala de percepción del esfuerzo de, G. Borg, ideal para deportes de resistencia sostenida como el maratón, el fondo y medio fondo, el remo y otros. No así, el ciclismo. Hay otros test que no han recibido quizás la aplicación tan frecuente como los anteriores, por ejemplo el Subjetive Exercise Experience Scale de, Edward McAuley y Kerry S. Courneya, también el Feeling Scale de, W. Jack Rajeski. Hay pruebas específicas para determinar la respuesta emocional a determinados deporte

No pueden faltar las entrevistas con el deportista y el necesario diagnóstico diferencial que he señalado en trabajos de mi autoría.

Aquí vamos a brindar la prueba de Mathesius

Perfil de polaridad para la recopilación del estado vivido por el deportista bajo cargas psico-fisiológicas (según Mathesius).

Estructura del perfil:

En trabajos posteriores sobre el método de investigación se procedió a la modificación del principio del perfil de polaridad para la recopilación del estado vivido.  Este perfil de polaridad posibilita una autovaloración cuantitativa del deportista con respecto a su estado subjetivo actualmente vivido.

El perfil consta de 48 adjetivos de los cuales cada una de las 8 parejas representa las 3 dimensiones siguientes. Estado Físico, Activación y Estado de ánimos o vivencia emocional

Instrucción:

En este cuestionario se ordenan 48 adjetivos en 24 parejas, que indican en un lado el polo positivo y en el otro el negativo de un estado emocional.  Con estos  adjetivos se puede describir tu estado emocional en correspondencia con el grado de las cargas experimentado. La presentación previa de los rasgos descriptivos te facilita la valoración del estado propio, posibilitándote la comparación de varias sesiones de carga realizadas por un deportista, así como también de varios deportistas entre sí.  Con los niveles entre polos puedes conocer el grado diferenciado de tu estado. 

Las polaridades se resumen en tres grupos con 8 parejas cada uno. Un grupo mide el Estado Físico, el otro mide Actividad y el último mide Estado de ánimo o valoración emocional.

Las parejas de adjetivo de Estado Físico son: 1, 4, 7, 10, 13, 16, 19,y 22

Los comprendidos en la categoría Actividad son: 2, 5, 8, 11, 14, 17 20 y 23.

El que más nos ocupa. La vivencia emocional pertenecen las parejas: 3, 6, 9, 12,15, 18, 21, y 24.

 

Perfil de polaridad

Nombre:             deporte                                                              Fecha:

                                                                                                          Antes:

                                                                                                          Después   de las cargas:

 

 

3

2

1

0

1

2

3

 

1  fuerte

 

 

 

 

 

 

 

débil

2  indiferente

 

 

 

 

 

 

 

fogoso

3  contento

 

 

 

 

 

 

 

triste

4  inspirado

 

 

 

 

 

 

 

abatido

5  vigoroso

 

 

 

 

 

 

 

impotente

6  pasivo

 

 

 

 

 

 

 

activo

7  de buen humor

 

 

 

 

 

 

 

enojado

8  fresco

 

 

 

 

 

 

 

cansado

9  imperturbable

 

 

 

 

 

 

 

extenuado

10 perezoso

 

 

 

 

 

 

 

incansable

11 paralizado

 

 

 

 

 

 

 

enérgico

12 estable

 

 

 

 

 

 

 

inestable

13 agradable

 

 

 

 

 

 

 

desagradable

14 cansado

 

 

 

 

 

 

 

corajudo

15 despreocupado

 

 

 

 

 

 

 

atormentado

16 en tensión

 

 

 

 

 

 

 

flojo

17 divertido

 

 

 

 

 

 

 

abatido

18 tullido

 

 

 

 

 

 

 

chispeante

19 apático

 

 

 

 

 

 

 

dinámico

20 agradable

 

 

 

 

 

 

 

amargado

21 lleno de alegría

 

 

 

 

 

 

 

preocupado

22 medio dormido

 

 

 

 

 

 

 

explosivo

23 lleno de fuerzas

 

 

 

 

 

 

 

sin fuerzas

24 bien entrenado

 

 

 

 

 

 

 

deshecho

Seguramente has observado que algunas polaridades se expresan de forma muy semejante. (Al deportista no se le dice la distribución exacta de las polaridades en las tres dimensiones). De estos tres grupos se calcula en cada caso el valor promedio.

Tu tarea consiste en ordenar, en correspondencia con tu estado emocional actual, escogiendo cada una de las 24 polaridades, es decir, tachar el nivel respectivo que corresponda.

Aquí, por ej., significa:

3:            muy fuerte, muy  contento o muy débil, muy  preocupado, etc.

2:            fuerte, contento o débil, preocupado, etc.

1:            más fuerte que débil, más contento que preocupado o más débil que                fuerte, etc.

0:            entre ambos polos. 

Al ordenar sólo necesitas decidir cuál de los dos polos corresponde más a tu estado actual y en qué grado.  No reflexiones mucho ya que por lo general la primera impresión es la correcta.

La realización del procedimiento.

El procedimiento se puede llevar a la práctica en cualquier lugar y sin grandes recursos.

Una vez que los deportistas están familiarizados con el método, el ordenamiento en un perfil dura de dos hasta tres minutos.  Se ha de tener en cuenta solamente que el perfil se ha de llenar antes y después de las cargas.  El tiempo entre el final de las cargas y el llenado del perfil no debe sobrepasar los 5 minutos. 

Evaluación.

El valor del punto de una polaridad resulta del lugar marcado en cada caso en la escala.  Aquí significan:

3  positivo  (por ej., muy fuerte)

1 punto

2  positivo  (por ej., fuerte)

2 puntos

1  positivo  (por ej., más fuerte que débil)

3 puntos

0  (por ej., entre fuerte y débil)              

4 puntos

1 negativo  (por ej., más débil que fuerte)

5 puntos

2 negativo  (por ej., débil)

6 puntos

3 negativo  (por ej., muy débil)

7 puntos

El valor de los puntos es cada vez más alto en la medida en que peor se sienta el deportista. 

A la hora de leer los valores de los puntos se ha de tener presente que los polos de los pares de adjetivos particulares han sido ordenados de forma diferente, es decir, que en algunas polaridades la cualidad que se ha de evaluar con el valor en puntos 7 se encuentra a la izquierda, en algunos adjetivos la cualidad que se ha de valorar con el valor de u punto se encuentra a la izquierda.

La determinación del estado vivido tiene lugar mediante el cálculo del valor promedio en cada dimensión de acuerdo con la fórmula siguiente:

                                x      =          xi  partido 8

Análisis

Estado físico                                       Actividad                                           Estado

Nota:

p    =   número de la polaridad

pw =   valor en puntos de la polaridad

Una interpretación exhaustiva no resulta objetiva sobre la base de los resultados de un estudio con la ayuda del perfil de la polaridad ya que sólo el estado actual del deportista es recopilado y este método de investigación únicamente da resultados con carácter de enunciado cuando se puede comparar con el estado actual, antes y después de las cargas o en las diferentes formas de cargas.

17/01/2010 21:51 ucha #. sin tema No hay comentarios. Comentar.

Sobretensión muscular y bateo en el béisbol.

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PROCEDIMIENTO PARA CONTROLAR LA SOBRETENSION MUSCULAR EN EL ACTO DE BATEAR EN EL BEISBOL.

Lic. Pablo Lázaro Gutiérrez Véliz.

Psicólogo,

Investigador Agregado del Instituto de Medicina del Deporte.

Profesor Auxiliar de la Universidad de Ciencias de la Cultura Física y el Deporte


RESUMEN:

Los problemas que enfrentan los deportistas relacionados con la Sobretensión Muscular han sido estudiados en el Deporte, buscando los métodos y procedimientos más idóneos para lograr que estos sean capaces de conocer el estado de sus músculos y de que puedan regularlos acorde a las exigencias de las acciones motoras a realizar.

Bajo la experiencia del autor de este trabajo y de las inquietudes de técnicos y jugadores, se propone abordar en este estudio de una manera exploratoria, preliminar, uno de los problemas más complejos que aparecen en la acción de batear, conocido como el de la Tensión Excesiva de los músculos del llamado "tren superior" del jugador.

El autor toma como base algunos de los principios del Relajamiento Progresivo De Jacobson al plantearse como objetivo de este estudio, el desarrollar en el Béisbol un procedimiento de Autorregulación del Tono Muscular para la Acción de Batear, consistente en esencia en la utilización de ejercicios de tensión-relajación de los músculos durante acciones de bateo reales. 

Entre las conclusiones principales de este trabajo están las de incrementar Métodos y Procedimientos de Intervención Psicológica en el Béisbol, poniendo en manos de los jugadores un proceder sencillo, que en condiciones de entrenamiento y de juego los ayudó a mejorar la sobretensión muscular y a lograr una mejoría notable en la calidad de las ejecuciones al bate de los jugadores sometidos al procedimiento.

INTRODUCCION:

Los problemas provocados en los deportistas por la Sobretensión Muscular han sido estudiados por las Ciencias del Deporte, buscándose los métodos y procedimientos más idóneos para lograr que estos no solo sean capaces de conocer el estado de sus músculos, sino además que puedan controlar y regular esos músculos acorde a las exigencias de las acciones motoras a realizar.

En el pasado siglo Edmund Jacobson (1929) desarrolló un método de relajamiento Neuromuscular, mostrándose interesado en las reacciones que experimentaban los humanos ante lo inesperado o ante un ruido extraño, planteando que cuanto más tensa y nerviosa parecía estar una persona, mayor era también su tensión muscular.

Como se conoce el tejido muscular solamente actúa en un sentido, el de tracción, por lo que se acorta y engrosa, trabajando en una dirección. Todos los músculos de acción voluntaria actúan en pares, ósea con un efecto contrapuesto (músculos agónicos y antagónicos).  En las acciones motoras por lo regular los músculos que trabajan en par desarrollan una tensión contraria para producir el grado apropiado de tensión.  Esto que no es más que una doble tracción de los músculos, permite mantener un equilibrio del tono muscular para las acciones deportivas, sobre todo de aquellas que necesitan de una gran rapidez en la acción y de una exacta precisión en su ejecución.  Un exceso de tensión en la doble tracción de los músculos explica el porque puede una persona quedar paralizada por el terror, o helados de miedo o rígidos por la ira. Para los deportistas este principio de la doble tracción como lo llaman Harris y Harris (1) es de mucha importancia, ya que cuando un deportista se mueve sin esfuerzo aparente, esto indica que esta utilizando la forma apropiada de ejecución, utilizando solo el volumen de tensión necesario al mover el cuerpo de manera eficiente y con el uso de la menor cantidad de energía.

Por otra parte se conoce que los excesos de tensión aparecen como producto de varios fenómenos que pueden ocurrirle al deportista como; dolor fisiológico, la percepción del medio físico en que actúa, las percepciones subjetivas de su estado mental o a los recuerdos inoportunos y pensamientos negativos. Algo en que todos los autores coinciden es que el exceso de tensión nerviosa viene acompañado por un exceso de tensión muscular, aun cuando su origen sea mental. Si un deportista llega a percibir su tensión muscular y puede además regularla, estará en mejores condiciones de autorregularse para enfrentar cualquier situación competitiva.

Las competencias deportivas plantean grandes exigencias al sistema nervioso del deportista y siempre están vinculadas a enormes tensiones físicas y psíquicas. La tensión emocional durante las ejecuciones deportivas en competencias pueden provocar entorpecimiento de los movimientos, inhibición de las reacciones, disminución del volumen de la atención, marcada alteración de las percepciones especializadas y errores en las soluciones mentales de los problemas que se presentan. En todos estos casos por lo regular se produce al unísono junto con la expresión de la tensión emocional una Sobretensión Muscular que se convierte en una carga adicional, parásita, que perjudica la estabilidad y calidad de las ejecuciones del deportista.

A tratar de regular y eliminar esa Sobretensión Muscular han dedicado muchos trabajos diferentes autores, donde en la mayoría aparecen los Ejercicios de Relajación como proceder principal para darle solución a este problema. Pero esto no es la panacea que resolverá todas las situaciones, ya que en algunos casos la relajación por si sola puede traer dificultades al no alcanzarse los niveles de tensión necesarios. Así las cosas de lo que se trata por la mayoría de los autores es que al desarrollar una aptitud y capacidad de discriminar la tensión-relajación de sus músculos, el deportista este en condiciones de manera consciente de eliminar o regular las Sobretensiones excesivas en sus músculos.

DESARROLLO:

A partir de la experiencia acumulada de más de 40 años vinculado al Béisbol y de las inquietudes de técnicos y jugadores, proponemos en este estudio exploratorio, de carácter preliminar, tratar de darle solución a uno de los problemas más complejos que aparecen dentro de las ejecuciones técnicas de este deporte. Este problema es conocido por los que trabajan en el Béisbol como el de la Tensión Excesiva de los Músculos del llamado "tren superior" del jugador para realizar la acción de batear.

El acto de batear es una de las acciones más complejas no solo en el Béisbol sino también en el mundo del deporte en general. Es una acción que requiere de una exquisita coordinación y precisión de movimientos, ya que se trata de golpear con un implemento (el bate) a otro (la pelota) que viene con una trayectoria dada y que solo pasará por una zona alrededor del Home Play, donde además al mismo tiempo ese acto necesita ser realizado a tiempo, ya que la bola viene por lo regular a gran velocidad o con determinados efectos, a los que solo se puede responder gracias a un excelente tiempo de reacción o de identificación, velocidad del swing y precisión o tacto.

Para que se tenga una idea de la complejidad de esta acción de batear veamos el reporte de la siguiente investigación realizada en el llamado Béisbol de  Grandes  Ligas de los Estados Unidos. En esa investigación se plantea que una recta tirada a una velocidad de 90 mph, llega a home en 0.4 segundos y que el bateador para poder conectarla tiene que poder lograr lo siguiente:

-En 0.10 segundos identificar el lanzamiento.

-En 0.15 segundos decidir si le tira o no, o se quita.

-En 0.15 segundos realizar el swing llevando el bate a la zona donde golpeara la bola.

-En el momento del golpeo, la bola esta aproximadamente a 14 pulgadas de su destino.

Esto nos indica que sería imposible realizar la acción de batear con elevados niveles de tensión muscular, ya que se afecta no solo la velocidad de los movimientos, sino que además se pierde coordinación, precisión y fuerza, afectándose en general toda la dinámica del movimiento para poder batear con efectividad. Para nosotros en nuestra experiencia hemos podido establecer que el Acto de Batear es una acción que necesita realizarse: De manera Rápida, con Elevada Coordinación y con una Exacta Precisión. Es por esto que creemos que el Estado Psicológico Optimo para batear sería el que se caracteriza por los siguientes aspectos:

-Dominio de un Plan de Acción.

-Buen Ritmo de Respiración.

-Adecuado Tono Muscular.

-Claridad Técnico-Táctica.

-Seguridad y Optimismo.

-Correcto uso de los ojos.

-Autocontrol Emocional.

En ese Estado Psicológico Optimo como puede verse esta el de tener un Adecuado Tono Muscular, ya que no solo ese tono muy elevado entorpece la calidad de la acción de batear, sino que además genera sentimientos de inseguridad y falta de confianza en las posibilidades al bate del jugador. Es por esto que partiendo de las consideraciones anteriores, de los criterios de expertos de este deporte y de la literatura consultada, que planteamos como las causas principales de la Sobretensión Muscular en la acción de batear las siguientes:

1-Un pobre desarrollo técnico de los movimientos para batear.  Por lo regular esto está asociado a posturas no adecuadas tanto en el agarre del bate como en la posición en que este se sitúa.

2-Un bajo nivel de preparación deportiva en general. Las limitaciones en la Preparación Física, sobre todo de la Fuerza Rápida están asociados como una causa importante de aparición de la Sobretensión Muscular.

3-La aparición de fatiga física y/o psíquica. Es la que menos se manifiesta por las características y exigencias de este deporte. Quizás este más dada a aparecer en las etapas finales de campeonatos de larga duración.

4-Los estados emocionales negativos. Sobre todo los vinculados con estados de Ansiedad Elevada y de Sobreexcitación.

En el Béisbol aprender a discriminar en cada momento el estado del Tono Muscular es una imprescindible necesidad para poder ejecutar las acciones con calidad técnica, pero en el caso del Acto de Batear además, es más importante aún aprender a Autorregular ese Tono Muscular, por lo que esto se convierte en condición necesaria para obtener elevados rendimientos al bate, sobre todo en condiciones complejas del juego.

OBJETIVOS:

1-Que los jugadores aprendan en su Postura Clásica de pararse a batear, a percibir diferentes Niveles del Tono Muscular del tren superior.

2-Que los jugadores lleguen Conscientemente a Adoptar el Tono Intermedio de Tensión, que le permita aumentar la eficiencia en el acto de batear.

MATERIAL Y METODO:

-PROCEDIMIENTO:

Tomando como base el Relajamiento Progresivo De Jacobson proponemos desarrollar en el Béisbol un procedimiento de Autorregulación del Tono Muscular de la parte superior del cuerpo para la Acción de Batear. Este proceder no es el método de ese autor en el sentido exacto, pero tiene alguno de sus principios como idea inicial. Como se conoce esta técnica del médico Edmund Jacobson, publicada en 1929 en un libro titulado Relajación Progresiva, buscaba que el sujeto sometido a ella llegara a una relajación muscular profunda, la cual afirmaba, no requería ni imaginación, ni fuerza de voluntad, ni sugestión para poder lograrla. Esta técnica esta basada en la premisa de que las respuestas del organismo a la ansiedad provocan pensamientos y actos que se acompañan de tensión muscular.

En esencia Jacobson utiliza un grupo de ejercicios que alternan la tensión y la relajación de distintos músculos o grupos musculares, donde sobre todo se trata que el propio sujeto sea capaz de concientizar los tonos musculares que siente tener en cada momento. Partiendo de las consideraciones anteriores del uso de las técnicas de contracción-relajación establecimos el siguiente proceder:

1-Que aprendan en su Postura Clásica de pararse a batear 3 Niveles del Tono Muscular del tren superior;  uno elevado, uno bajo y uno intermedio,  por ese orden.

2-Que realicen acciones de bateo bajo los 3 Tonos Musculares descritos y que aprendan a identificar esos tonos.

3-Que aprendan a identificar el Tono Intermedio de Tensión, buscando de manera consciente por ellos mismos una relación entre su Mente y sus Músculos.

4-Relacionar ese Tono Intermedio con el uso de alguna Palabra Clave o Palabra Auto mandato,  que al usarla hablándose a sí mismo aparezca en sus músculos el efecto deseado.

-LA MUESTRA:

La muestra utilizada la constituyeron todos los jugadores de posición de la Preselección Nacional de Béisbol que se preparó para un Mundial de Béisbol en China Taipei, realizándose el trabajo más detallado con 12 de los jugadores que tenían más problemas con la aparición de elevada Sobretensión Muscular a la hora de batear, sobre todo en momentos difíciles y complicados de juego.

-PASOS PARA EL APRENDIZAJE DEL PROCEDIMIENTO:

1-Exposición verbal a jugadores y entrenadores: Explicándoles todos los aspectos de la Sobretensión Muscular y los beneficios a obtener con el uso de este proceder.

2-Entrenar a los jugadores en un ejercicio previo: De carácter general, en el que establecen tres niveles de tensión de los músculos de brazos y tórax. En posición de parados con los brazos al frente extendidos e inclinados ligeramente abajo, tensar los músculos de brazos y tórax con las manos cerradas y a continuación relajarlos dejándolos caer al lado del cuerpo: primero dos veces máxima tensión posible, seguidamente dos veces con mínima tensión posible y finalmente dos veces a un nivel de tensión intermedio entre los dos anteriores. Con esto aprenden a discriminar tres niveles de tensión diferentes en que se pueden encontrar sus músculos.

3-Adoptar los 3 Niveles de Tensión en la posición de bateo (uso del bate): En la Postura de Bateo Individual de cada bateador tensar los músculos de brazos y tórax, y posteriormente  relajarlos. Se repite cada nivel de tensión en tres ocasiones, en el orden de máxima, mínima y media tensión. A cada repetición de las distintas tensiones de los músculos en la posición de bateo le sigue una relajación de estos llevando el bate al hombro. Desde este ejercicio se le recomienda al jugador que cada vez que vaya a adoptar la posición de bateo con la tensión media de sus músculos, acompañe este momento con el uso de una palabra Auto mandato como; "listo", "ahora", "así", etc., según preferencias de cada cual.

4-En las prácticas reales de Bateo:

En el Soporte de Bateo y en la Bola Bombeada. Realizar conexiones con los tres niveles de tensión; tres conexiones a máxima tensión, tres a mínima y el resto con el nivel medio de tensión. Insistir en este ejercicio a que el jugador sienta la calidad de la ejecución que realiza bajo los distintos niveles de tensión de sus músculos, y que además utilice en el nivel medio la palabra Automandato seleccionada por él.

En el Bateo contra Lanzadores. Realizar conexiones con los tres niveles de tensión, dosificándolo de 3 a 5 batazos a máxima tensión de los músculos, de 3 a 5 a mínima y el resto a un nivel medio. Aquí es muy importante que en algunas conexiones con el nivel medio de tensión utilice su palabra Auto mandato para lograr el efecto deseado.

5-En condiciones de Juego:

En el círculo de espera. Adoptar la postura de bateo con el bate, bajo los tres niveles de tensión por el orden entrenado, acompañando cada tensión con una relajación posterior llevando el bate al hombro. De 1 a 2 veces repetir los tres niveles de tensión, utilizando la palabra Auto mandato para el nivel medio.

En el cajón de Bateo. En el momento inminente previo al lanzamiento y en la posición particular de bateo de cada jugador pasar de máxima tensión de los músculos a relajación (bate al hombro) y de aquí al nivel de tensión media de los músculos, con la utilización de la palabra Auto mandato. 

-BENEFICIOS QUE SE OBTIENEN CON ESTE PROCEDIMIENTO:

-El jugador identifica en sus acciones al bate el estado de sus músculos y sobre todo tiene la posibilidad de modificar ese estado de ser necesario. 

-Economiza esfuerzos y aumenta la Eficiencia en el Acto de Batear, sobre todo en situaciones complejas de juego.

-Adquiere Mecanismos de Autorregulación para usarlos tanto en el Círculo de Espera como en el Cajón de Bateo (bloqueando los llamados "Focos" de Excitación Negativos).

CONCLUSIONES:

1-El procedimiento fue válido en la dirección de incrementar los Medios y Métodos de Intervención Psicológica.

2-Es un proceder que surge del manejo de la Actividad Deportiva, mostrando las posibilidades de hacer Psicología del Deporte bajo las exigencias de la actividad particular de cada deporte.

3-Contribuyó a una mejoría notable de la calidad de las ejecuciones al bate de los jugadores sometidos al procedimiento, sobre todo de los jugadores con mayores dificultades en este aspecto de la sobretensión muscular.

4-Puso en manos de los jugadores un proceder sencillo, que en condiciones del terreno los ayudó a mejorar la Autorregulación en entrenamientos y en condiciones de juego.

BIBLIOGRAFIA:

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18/01/2010 22:33 ucha #. sin tema No hay comentarios. Comentar.

PREVENZIONE DELLA FATICA MENTALE

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di Diego Polani - psicologo

Spesso ci si è chiesto qual è il ruolo della psicologia nell'ambito dello sport; in molte occasioni si sono utilizzate parole di diniego e superiorità nei confronti di altre categorie che come noi vivono professionalmente il mondo dello sport; ma mai ci siamo posti realmente il problema di come possiamo intervenire nel mondo sportivo creando visibilità professionale e, di conseguenza,  una reale domanda di intervento da parte dell'utenza. L'esperienza internazionale ci ha dimostrato chiaramente come l'unione di tutte le professionalità porti alla fine un reale miglioramento della prestazione che spesso si traduce visivamente nel risultato. È ora, quindi,  che si lavori in funzione dello sport.

Il controllo psicofisiologico dell'allenamento sportivo può avvenire dallo sviluppo di una serie di prove che le varie professionalità possono compiere all'interno di uno specifico processo allenante. È dai risultati di queste prove che si può offrire una serie di dati rilevanti inerenti il comportamento che l'atleta attua nell'esecuzione dei compiti ai quali viene sottoposto. Questo tipo di controllo dovrebbe diventare uno dei punti più importanti nella pianificazione metodologica dell'allenamento.

Attualmente, i procedimenti che danno informazioni sulle conseguenze che gli impegni di lavoro hanno sull'atleta sono di carattere esclusivamente fisiologici. L'allenamento è composto da differenti carichi, che per il loro volume, intensità e tipo, portano ad una serie d'adattamenti funzionali dell'organismo.

A partire dai carichi di lavoro che si propongono all'atleta, si scatenano nel suo organismo tutta una serie di risposte psico-fisiologiche adattive; se il carattere di quest'adattamento è positivo, dopo di un recupero adeguato, questi carichi costituiranno gli elementi fondamentali per aumentare la capacità di lavoro dell'organismo e per predisporre l'atleta all'accettazione di nuovi carichi. Questo fenomeno allenante è comunemente conosciuto con il nome di supercompensazione.

La supercompensazione è uno degli elementi basilari dell'allenamento sportivo d'alto rendimento e serve di aiuto al fine di pianificare e dosare i carichi da lavoro. Tutto ciò è teoria, però sappiamo che durante le sedute di allenamento possono influire tutta una serie di fattori che potrebbero incidere negativamente sulla supercompensazione, e, di conseguenza, nell'assimilazione dei carichi da parte dell'atleta. Quando ciò avviene notiamo che alcuni fattori di origine fisiologica o psicofisiologica possono esserne la causa scatenante. Tra i fattori spesso notati e definiti in ambito internazionale da ricerche differenziate possiamo trovare il sovraccarico, il carico psicologico, la fatica e lo stress:

  • Ø Il sovraccarico può prodursi quando il carico totale degli impegni dell'atleta (allenamento, professione, studio, lavoro, ecc.) è molto grande, cioè, quando la sommatoria di carichi supera il livello di rendimento dell'atleta o, in poche parole, la sua capacità di dare risposte adattive positive. Questo aspetto determina alcuni cambiamenti importanti nel Sistema Nervoso Centrale.
  • Ø Il carico psichico dell'atleta si è la relazione che intercorre tra il sovraccarico e la capacità che possiede un soggetto ad accettarlo, ossia quegli aspetti strutturali che ognuno ha al fine di assimilare i carichi.
  • Ø La fatica, uno dei fattori che agiscono contro il recupero, è forse l'aspetto finora più studiato a livello internazionale. In un'ottica più ampia alcuni autori definiscono la fatica come uno stato dell'organismo che si manifesta su tre livelli differenti, ma che però possiedono un'inseparabile unità d'azione: il livello fisiologico, quello biochimico e quello psicologico. Considerando l'influenza che può avere la fatica sul Sistema Nervoso Centrale si afferma che la stessa conduce ad un'inibizione delle cellule nervose, al fine di proteggersi, in tutto l'organismo, dai sovraccarichi. Possiamo definirla, in modo generale, come la rottura dell'equilibrio esistente tra il soggetto e l'attività che svolge. Questa rottura trova le sue origini nella soggettività di ogni atleta (le sue premesse psicologiche e psicofisiologiche, il suo stato generale, le sue motivazione verso il compito, ecc.), nelle caratteristiche dell'attività sportiva (forte, complessa, monotona, ripetitiva, ecc.), così come nelle condizioni nelle quali il soggetto le realizza (ambiente rumoroso, caldo, luogo stressante, ecc). La fatica se si produce in modo controllato all'interno dei processi allenanti costituisce uno degli obiettivi fondamentali al fine di ottenere alti rendimenti: in poche parole troviamo dei benefici quando si crea un equilibrio tra carica-fatica-recupero.
  • Ø Un altro fattore che agisce contro il recupero è lo stress, quando non è controllato. I carichi di allenamento, per la loro periodicità, creano uno stato di tensione denominato stress di allenamento. Alcuni autori definiscono lo stress come un sotto-prodotto creato per rispondere ad una richiesta. Se l'organismo riesce a rispondere correttamente alle richieste imposte dal carico di allenamento, lo stress provocato aiuterà a raggiungere un miglioramento nell'allenamento. Per tanto lo stress d'allenamento non deve essere considerato come un qualcosa di negativo, ma come una funzione necessaria nell'ambito dello sport d'alto livello.

Alcuni aspetti teorici sulla fatica

La fatica fisica.

La fatica può essere definita come uno stato di indebolimento dovuto ad un impegno eccessivo di natura fisica e/o psichica. I sintomi inerenti uno stato di affaticamento, denunciante il superamento dei limiti di resistenza dell'organismo e della psiche, si possono evidenziare tramite una riduzione del rendimento, della funzionalità, della capacità di concentrazione e, quindi, rifiuto per il lavoro da effettuare.

In campo sportivo la situazione di fatica comporta effetti determinanti nella realizzazione di una performance. Durante l'allenamento si possono creare situazioni che vanno ad alterare l'omeostasi dell'organismo, vale a dire quella condizione dinamica che, in base a continui adattamenti, crea un equilibrio interno agli organismi animali, infatti attraverso l'effettuazione di esercizi allenanti si evidenziano alcune alterazioni dell'omeostasi delle cellule, e degli organi preposti all'insorgenza della fatica, raggiungendo, grazie alla fase di recupero, nuovi livelli di adattamento. Laddove, invece, insorge la fatica si può notare un comportamento di debolezza e di disagio che si evidenzia, alla fine, con una diminuzione della performance. Questa alterazione può manifestarsi sia durante l'esecuzione dell'esercizio, sia dopo tale esecuzione (in questo caso si denota una riduzione dei composti energetici fino all'eventuale raggiungimento della degradazione di strutture proteiche muscolari e di membrana cellulare).

La fatica è quello strumento che aiuta a proteggere l'organismo rendendo, altresì, l'atleta cosciente sui propri limiti di prestazione, limiti che, grazie ad un allenamento corretto, composto da carichi e recuperi, possano modificarsi in base ai nuovi adattamenti e sempre in favore di una performance ottimale. Gli atleti costruiscono le proprie riserve di energia fisica e mentale con innumerevoli ore di allenamento. Una volta sviluppate occorre trovare la maniera di conservare positivamente questa energia al fine di aumentare il risultato della performance finale.

La fase chiamata "recupero" serve per riacquistare un ottimale livello prestativo tramite la rimozione degli stati di fatica fisica e mentale dovuti sia agli allenamenti sia alle gare. Questo processo avviene fisiologicamente su livelli diversi da quelli che precedevano l'allenamento e attraverso la ricostituzione dei componenti che vengono consumati e degradati. Durante il recupero possiamo notare:

  • 1) la reintegrazione dei depositi di fosfageno muscolare. Questo processo si realizza ad opera del sistema aerobico e si completa in due - tre minuti;
  • 2) la riossigenazione della mioglobina - proteina che lega l'ossigeno facilitandone la diffusione all'interno delle cellule muscolari - la quale dipendendo dalla disponibilità di ossigeno nel sangue e nei tessuti non interessa le vie metaboliche;
  • 3) la ricostituzione delle scorte di glicogeno muscolare. Il glicogeno muscolare è fondamentale in quanto risulta avere funzioni sia di carburante energetico dei sistemi aerobico ed anaerobico, sia quale fattore per ritardare l'insorgenza della fatica muscolare durante l'attività. Per fatica muscolare intendiamo l'incapacità dei muscoli nel continuare a fornire, nel tempo, la stessa potenza: a seconda dello sport praticato, può essere o periferica, quindi legata alla placca muscolare, o centrale, con implicazione del sistema nervoso. Il recupero del glicogeno muscolare, dopo lo svolgimento di un'attività prolungata di almeno due ore, richiede un tempo di circa 46 ore ed un'adeguata dieta iperglicidica. In caso di esercitazioni intense, anche se di breve durata, il glicogeno può essere risintetizzato in un tempo di circa due ore, mentre il recupero totale avviene in 24 ore. Questo processo di recupero richiede uno sviluppo elevato di energia;
  • 4) la rimozione dai muscoli e dal sangue dell'acido lattico. Vari studi hanno dimostrato che la rimozione dell'acido lattico avviene più rapidamente se l'atleta continua a svolgere esercitazioni leggere. Tale rimozione richiede energia che viene fornita essenzialmente dal sistema aerobico.

Negli sport strettamente aerobici la fatica muscolare produce essenzialmente l'esaurimento delle scorte di glicogeno muscolare, nelle attività di più lunga durata (marcia, maratona, nuoto di granfondo, sci di fondo, ...) sono presenti altri problemi che vengono individuati dalla disidratazione intracellulare dovuta all'aumento della temperatura corporea e muscolare. Dove, invece, lo sforzo muscolare è di breve durata ma molto intenso, ossia nelle attività motorie che utilizzano una fonte energetica mista (aerobica ed anaerobica), oltre ai problemi legati direttamente al metabolismo - esaurimento delle scorte di fosfocreatina - vanno considerate tutte le altre possibili cause legate ad aspetti sia periferici che centrali: l'accumulo del lattato all'interno delle cellule muscolari porta, ad esempio, ad un abbassamento del pH intracellulare con conseguente variazione della velocità nelle reazioni chimiche delle cellule, in particolare diminuzione della velocità della glicolisi e, conseguentemente, della risintesi dell'ATP.

Spesso la fatica centrale è legata all'utilizzo di grandi masse muscolari che determinano una riduzione graduale delle sensazioni propriocettive. L'atleta si trova in uno stato dove non capisce se sta utilizzando, o meno, la forza massima. Tra le cause scatenanti possiamo considerare la diminuzione della motivazione.

Nella fatica periferica, oltre alle cause valide per la fatica metabolica, è possibile trovare un difetto di attivazione elettromeccanica del muscolo.

La fatica muscolare, quindi, si può evidenziare in vari modi (metabolici, centrali o periferici) in rapporto alla durata della performance, ma anche in rapporto al tipo di contrazione muscolare esercitata.

In ambito sportivo il termine "fatica" lo vediamo sempre di più associato al termine di "superallenamento", termine che indica l'aumentano dei carichi allenanti, che servono a determinare un adattamento superiore, prima che si sia verificato un recupero completo. Questo pericolo è oggi più presente in quanto si cerca di trovare prestazioni sportive sempre più elevate e, quindi, si tende a creare allenamenti con più mole di lavoro sia qualitativo che quantitativo. Un buon allenatore deve programmare l'attività dei propri atleti cercando di trovare un equilibrio ottimale tra la tolleranza dell'esercizio ed il recupero. È possibile, comunque, trovare alcuni casi che denotano l'insorgenza di un affaticamento cronico tale da costringere gli atleti a dover vivere l'esperienza negativa dell'annullamento di un'intera stagione agonistica.

Il superallenamento può essere definito in due modi:

  • Ø Overreaching - forma di superallenamento leggero o a breve termine - può verificarsi quando il sovraccarico è troppo pesante ed il recupero incompleto. In questo caso possiamo notare uno stato di affaticamento precoce ed una diminuzione della prestazione massimale. Questa sindrome è recuperabile in un periodo compreso tra una e due settimane. Durante questa fase si è notato che le unità motorie tendono ad affaticarsi più precocemente, per cui, utilizzando uno stesso carico allenante, si ha una maggiore stimolazione nervosa ed un aumento del consumo di ossigeno. In alcuni casi è possibile riscontrare la diminuzione del peso corporeo e l'alterazione del ritmo sonno-veglia.
  • Ø Overtraining Syndrome - forma di superallenamento pesante e per periodo prolungato - si verifica quando lo squilibrio tra allenamento e recupero sussiste per un periodo prolungato. In questo caso il recupero può avvenire in un periodo di molte settimane o mesi. Durante questa fase oltre ad uno stato di grave spossatezza, con conseguente diminuzione della prestazione massimale, si può notare la comparsa di sintomi che inducono a distinguere uno stato di superallenamento simpatico (a) diminuzione del livello di prestazione, b) aumento della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa a riposo, c) diminuzione dell'appetito, d) diminuzione del peso corporeo, e) recupero rallentato dopo l'esercizio, f) diminuzione della voglia di gareggiare e di allenarsi, g) instabilità emotiva, h) rischi maggiori di infezioni ed infortuni, i) minore livello di lattato durante gli esercizi, l) sonno irregolare) da uno stato di superallenamento parasimpatico (a) diminuzione del livello di prestazione, b) diminuzione della frequenza cardiaca a riposo, c) minore livello di lattacidemia a parità di impegno atletico, d) ipoglicemia durante l'allenamento o la gara, e) atteggiamento flemmatico e/o depressivo, f) appetito e sonno regolari, con il primo talvolta accentuato). Il primo caso, che può verificarsi prevalentemente in sport di potenza, si ha un incremento dell'attività simpatica nello stato di riposo, mentre nel secondo, essenzialmente sport di resistenza, si può notare una forte inibizione del sistema simpatico con un'attivazione parasimpatica sia nella fase di riposo che durante l'esercizio. Come abbiamo visto i segnali clinici e comportamentali che ne derivano sono differenziati.

La fatica mentale.

Quando la quantità di informazioni da gestire supera un determinato livello o l'elaborazione delle stesse si prolunga eccessivamente nel tempo, il sistema attentivo ha un calo di efficienza con conseguente sensazione di fatica mentale. Si può notare un radicale cambiamento nelle strategie comportamentali-cognitive con il passaggio da un'analisi di tipo globale ad una di tipo seriale e lenta. Altro effetto peculiare dell'aumento della fatica mentale è la crescita della percentuale delle risposte altamente automatizzate. Laddove si incontrano situazioni sportive, particolarmente stressanti e faticose, si notano, con facilità, sequenze motorie errate o poco appropriate ma più facilmente attuabili perché meglio apprese o più economiche in termini di lavoro mentale; altrimenti notiamo l'utilizzo di un controllo cosciente anche su quelle operazioni affidate, normalmente, a processi automatizzati e, conseguentemente, viene rallentata l'esecuzione del movimento. Al contrario esiste il pericolo che il processo di elaborazione sia messo in crisi da un flusso di informazioni esiguo, ridotto o particolarmente ripetitivo: la sottoutilizzazione delle capacità elaborative produce uno stato deleterio per la prestazione definito usualmente "noia". Questa sindrome di monotonia, riscontrabile soprattutto in quegli sport ciclici in cui la reiterazione di un gesto è finalizzata alla ricerca di un equilibrio, mostra come il sistema di elaborazione abbia bisogno di un flusso di informazioni da analizzare per tenere in vita i programmi esecutivi messi in atto.

Negli sport cosiddetti ciclici (nuoto, ciclismo, canottaggio, ...) l'elaborazione è prettamente automatizzata ed il costo mentale è relativamente basso.

Rapidamente possiamo affermare che nelle discipline open skill l'impegno attentivo è orientato verso l'ambiente esterno e lo sforzo psichico nella fase precedente il gesto; invece nelle discipline closed skill l'impegno attentivo si orienta verso l'interno e lo sforzo psichico nella fase esecutiva del gesto. In realtà, poi, le operazioni a cui è sottoposta l'informazione sono così complesse che queste divisioni sono orientative e non esprimono l'enorme e completo lavoro con cui l'input viene captato dall'ambiente per produrre una risposta e di come questa risposta crei degli input che verranno captati dall'ambiente.

I segni di una sindrome da superallenamento, invece, possono essere a volte sovrapponibili a quelli di uno stato classico di depressione. Una corretta programmazione dell'allenamento e l'apprendimento di tecniche di gestione dell'energia psichica possono contribuire ad evitare uno stato di superallenamento. Una adeguata prevenzione non dovrebbe trascurare l'insorgenza di almeno alcuni dei seguenti punti:

  • aumentare la durata e/o la qualità del sonno specialmente la settimana che precede l'evento agonistico;
  • effettuare una corretta alimentazione, specialmente con cibi ricchi di antiossidanti;
  • valutare il livello di umore;
  • esaminare il rendimento agonistico;
  • utilizzare una comunicazione che enfatizzi l'impegno agonistico;
  • vivere una vita equilibrata, in quanto l'insoddisfazione può ingenerare atteggiamenti psicologici negativi ed aumento dell'ansia;
  • praticare tecniche di mental training e/o di rilassamento.

Per finire questa parte dedicata alla fatica si può affermare che un corretto screening psico-fisiologico può evidenziare alcuni dei sintomi sopra descritti, così come un controllo dei sistemi ormonali ed in particolare del testosterone serico che favorirebbe l'efficienza neuromuscolare.

Il Fatigtest

Al fine di studiare e di conseguenza effettuare uno screening psico-fisiologico della fatica mentale si può utilizzare il Fatigtest effettuato con un'apparecchiatura elettronica (Flicher) (fig. 1).

Questo strumento è stato studiato da un'equipe cubana di psicologia dello sport su vari atleti di interesse internazionale. È uno strumento che analizza la risposta fisiologica della fatica mentale ed è derivato da una serie di studi effettuati nel campo della psicologia del lavoro per l'ottimizzazione dei turni lavorativi in lavori altamente stressanti. Un primo strumento sperimentale fu costruito svariati anni fa dal prof. Modugno, oculista dell'Istituto di Medicina dello Sport di Roma.

L'analisi per lo studio della fatica si effettua analizzando il rapporto esistente tra la percezione soggettiva della stanchezza (metodo indiretto) e la percezione oggettiva della stanchezza, studiata tramite la frequenza critica di fusione oculare, (metodo diretto). Viene misurato il livello di fatica degli atleti prima e dopo l'allenamento con entrambi i metodi. Per misurare la valutazione oggettiva si usa, appunto, la prova con il flicker mentre per la valutazione della percezione soggettiva della stanchezza una scala di valutazione di undici punti simili a quella di Borg.

fig. 1 Il Fliker di fabbricazione cubana.

18/01/2010 22:45 ucha #. sin tema No hay comentarios. Comentar.

PREVENZIONE DELLA FATICA MENTALE II

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di Diego Polani - psicologo

Come detto precedentemente uno degli obiettivi fondamentali che risiedono negli impegni di lavoro dati agli atleti di alto rendimento è la produzione di fatica con il proposito di collaborare nel processo di supercompensazione dell'organismo e in questo modo aumentare il rendimento atletico. L'allenamento è composto da differenti tipi di carichi, che per il loro volume, intensità e tipo, portano come conseguenza tutta una serie d'adattamenti funzionali dell'organismo.

Studi effettuati in anni di lavori hanno stabilito che la fatica mentale sopraggiunge con un discreto anticipo, circa una settimana prima, nei confronti della fatica fisica o superallenamento. Il Fliker lavorando su di uno stimolo visivo può rendere visibile lo stato appena denominato di fatica mentale. Infatti l'occhio umano presenta una configurazione neurologica insolita e particolarmente complessa essendo collegato al Sistema Nervoso Autonomo, a terminazioni nervose sensoriali ed a terminazioni nervose scheletriche. L'unica componente nervosa sensoriale dell'occhio è la retina mentre tutte le altre derivazioni possiedono scopi motori: i muscoli dell'iride ed il muscolo ciliare del cristallino sono componenti motorie innervate specificamente dalla componente autonoma del sistema nervoso; i muscoli oculomotori sono componenti motorie innervate specificamente dal sistema nervoso scheletrico. L'occhio, quindi, non è da considerarsi un organo di senso periferico, ma una vera e propria estroflessione del cervello. Infatti si origina dalla vescicola cerebrale, nel periodo embrionario, (fig. 2) ed i suoi componenti mantengono la stessa disposizione:

sfera = dura madre,

coroide ed iride = pia madre,

retina = sostanza cerebrale (fig. 3).

Quindi anche la circolazione sanguigna oculare è parte integrante del sistema circolatorio cerebrale. La circolazione arteriosa del cervello comprende, in definitiva, quattro gruppi di arterie:

•1)    le arterie delle circonvoluzioni;

•2)    le arterie dei nuclei centrali;

•3)    le arterie ventricolari o coroidee;

•4)    le arterie della base.

fig. 2 (da G.C. Modugno)                fig. 3 (da G.C. Modugno)

18/01/2010 22:49 ucha #. sin tema No hay comentarios. Comentar.

PREVENZIONE DELLA FATICA MENTALE III

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di Diego Polani - psicologo

fig. 4 (schema del grado di percezione visiva di uno stimolo luminoso)

Molte sono le ricerche dal punto di vista anatomo funzionale per quanto riguarda l'aspetto strettamente fisiologico dell'irrorazione sanguigna cerebrale. Basti sapere che alcuni autori avevano constatato come, dopo prolungato affaticamento dovuto alla guida di un'autovettura, invece che trovare un peggioramento della visione mesopica ed un conseguente allungamento del tempo di riadattamento, dopo l'abbagliamento, si aveva un miglioramento di essi: esattamente mentre, al contrario, tutte le altre funzioni considerate in quell'indagine (frequenza cardiaca, pressione arteriosa, tempi di reazione, etc.) avevano subito un andamento peggiorativo. Tali autori avevano ipotizzato che, essendo il guidare un'autovettura un'attività che richiede un modesto dispendio di energie fisiche a scapito dell'attenzione che prevede un impegno costante, questo comporta, di conseguenza, un'aumentata richiesta di ossigeno da parte dei tessuti cerebrali con la conseguenza di un aumento della frequenza cardiaca, e, probabilmente, con un ampliamento del letto vascolare cerebrale; perciò ne consegue una migliore irrorazione sia della retina che dell'area cerebrale.

La risposta iniziale verso un fattore di stress è quindi una reazione del Sistema Nervoso Simpatico: similmente notiamo un processo simile a livello del sistema visivo. La reazione iniziale si traduce nel comando all'accomodazione nel posizionarsi in un punto dello spazio più lontano rispetto a quello che si avrebbe in condizioni di equilibrio. La tendenza a posizionare l'accomodazione più lontano nello spazio, in relazione al processo di "identificazione", di cui è parte, e al processo di "centraggio", crea una dissonanza interna che l'organismo cerca in qualche modo di risolvere conciliando la discrepanza fra l'azione del meccanismo di accomodazione e quella del processo di identificazione per ottimizzare energie e rendimento.

Studi più recenti sembrano attribuire ai processi di inibizione corticale la fonte principale dello sforzo durante le attività attentive. Si è ipotizzato che in persone sottoposte al medesimo tipo di stress, con reazioni differenti nel modello e nel tempo, utilizzano una strategia di decision-making, correlata con il comportamento percettivo e riflessa in molti altri stili operativi, indicando, come principali fattori di stress, l'atteggiamento e lo stato d'animo dell'individuo, la sua predisposizione, il suo stato mentale prima e durante lo svolgimento dell'impegno visivo.

Un soggetto normale guardando una superficie illuminata intermittentemente, e con ritmo lento, può percepire periodi di luce alternati a periodi di oscurità. Se la frequenza del ritmo aumenta si arriva ad un punto in cui il soggetto non distinguerà più i periodi di oscurità, ma avrà una sensazione di luce continua. Questa sensazione di luce oscillante ritmicamente viene indicata col termine "farfallamento" o più comunemente "Flicker". Se aumentiamo ulteriormente la frequenza con la quale vengono presentati i periodi di luce e di oscurità, le oscillazioni di intensità scompare e la superficie osservata appare illuminata da una luce continua di intensità costante. In questo caso abbiamo una fusione completa degli stimoli luminosi successivi. La minima frequenza di questi stimoli intermittenti (numero degli stimoli per secondo) durante la quale viene raggiunta questa fusione è indicata col termine di "frequenza critica di fusione" e si utilizza per misurare e caratterizzare il fenomeno (fig.4).

Essendo l'occhio embriologicamente un'estroflessione del cervello possiamo dire che le eventuali variazioni di ossigenazione del tessuto retinico sono legate alle medesime variazioni del sistema circolatorio cerebrale.

In occasione di vari collegiali effettuati con il Granfondo e con i subacquei ho riscontrato che effettivamente, una volta stabilita la misurazione basale di frequenza critica di fusione, le misurazioni che venivano espresse dall'utilizzo della macchina erano predittive e funzionali per il tecnico federale. Infatti tramite l'incrocio delle analisi soggettive ed obiettive effettuate dagli atleti dopo gli allenamenti, si dimostrava con un buon grado di precisione lo stato allenante dell'atleta, ossia se la sessione di allenamento aveva prodotto una sorta di supercompensazione oppure se vi erano tracce di inibizione. Nello stesso tempo l'analisi effettuata prima degli allenamenti evidenziava lo stato eventuale di fatica mentale; in questo caso la fatica poteva essere indicatrice di rischio di superallenamento oppure indicatrice di uno stato di noia e quindi di non partecipazione attiva all'allenamento. In ogni caso l'allenatore aveva la possibilità di comportarsi adeguatamente strutturandosi in base alle informazioni ricevute.

Sulla base degli studi effettuati da vari autori, e sulla base dei risultati ottenuti dall'utilizzo della macchina in occasione dei collegiali effettuati con la Nazionale Italiana di Nuoto di Granfondo e con le Nazionali Italiane del settore Subacqueo della F.I.P.S.A.S. si può dire che è stato dimostrato che:

•1)    esiste un rapporto fra impegno mentale e variazioni del flusso sanguigno cerebrale;

•2)    esiste un rapporto tra impegno mentale e frequenza critica di fusione oculare.

Pertanto, alla luce dei risultati ottenuti, crediamo di poter affermare che l'esame della frequenza critica di fusione oculare, grazie anche alla semplicità ed alla praticità dell'apparecchio utilizzato, è un metodo di indagine valido e predittivo per valutare gli effetti dell'allenamento ed i casi di futuro superallenamento. L'utilizzo di questa strumentazione in correlazione con alcuni dati fisiologici (lattato e frequenza cardiaca) ed altri dati psicologici (autovalutazione alla fatica e controllo dello stress tramite biofeeedback) può stabilire durante gli allenamenti lo stato di fatica mentale dell'atleta al fine di fornire al tecnico un'ulteriore informazione per la seduta di allenamento. Non solo, se utilizzata in maniera continuativa prima e dopo l'allenamento, in determinati periodi dell'anno, può aiutare il tecnico a verificare il livello di supercompensazione. In poche parole si può individuare se l'allenamento ha prodotto i risultati richiesti o se l'atleta ha lavorato in stato di inibizione.

 

18/01/2010 22:55 ucha #. sin tema No hay comentarios. Comentar.

UNIVERSIDAD LATINA de Panamá Curso

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UNIVERSIDAD LATINA de Panamá

S  U  M  M  U  M      D  E  S  I  D  E  R  I  U  M      S  A  P  I  E  N  T  I  A

Curso

Técnicas Psicológicas Aplicadas al Rendimiento Deportivo

Sede:                                   Central

Fecha:                                  4 febrero al 12 de marzo 2010

Horario:                               jueves y viernes de 6:00-9:00 p.m.

Intensidad:                        30 horas

Módulos:                           Anexo contenido, fechas y conferencistas

Modalidad:                       Presencial

Cupo:                                   25

Diplomas:                           Tendrán derecho a diploma los participantes que cumplan con una asistencia mínima del 80% a las sesiones programadas y cumplan con las investigaciones previstas.

Evaluaciones:                   Al finalizar cada módulo

Tipo de salón:                   Aula normal,

Contenido:

NOMBRE DEL MÓDULO

CONTENIDO

CONFERENCISTA

FECHAS Y horas

MÓDULO I:

Perspectiva histórica de las técnicas psicológicas

Antecedentes  de la psicología científica

Escuela soviética

Escuela europea

Escuela americana

Corrientes actuales

Ericka Matus

 

4, 5, febrero 

 

6 horas

MÓDULO II:

Técnicas psicológicas para promover la motivación

Teorías sobre la motivación

Principales técnicas

Aplicación a deportes individuales

Aplicación  a deportes de equipo

Ericka Matus

 

18, 19 febrero

6 horas

MÓDULO III:

Técnicas psicológicas para el manejo y control del estrés

Teorías sobre el manejo de estrés

Principales técnicas

Aplicación a deportes individuales

Aplicación a deportes de equipo

Ericka Matus

 

25, 26 febrero

6 horas.

MÓDULO IV:

Técnicas psicológicas parara el proceso de cohesión de grupo

Teoría sobre los procesos grupales

Principales técnicas

Consideraciones sobre la cohesión de grupo

Aplicación a deportes individuales

Aplicación a deportes de equipo

Ericka Matus

 

4, 5 marzo

 

6 horas

MÓDULO V:

Técnicas psicológicas para el proceso de Evaluación del rendimiento

Teorías sobre la evaluación del rendimiento deportivo

Principales técnicas

Aplicación a deportes individuales

Aplicación a deportes de equipo

Ericka Matus

 

11, 12 marzo

6 horas

Facilitador:

ERICKA DEL CARMEN MATUS GARCÍA

Psicóloga social, especialista en enseñanza superior con maestría en investigación y docencia en psicología, psicóloga del deporte y entrenadora de natación. Coordinadora de la licenciatura de Psicologías de la Universidad Latina, especialista en psicología social, educativa y del deporte. Ha trabajado como psicóloga social en desarrollo e implementación de proyectos sociales, como profesora de metodología y estadística en diferentes universidades y como psicóloga del deporte en deportes como gimnasia, futbol, béisbol, basquetbol, nado sincronizado y natación.

Información

Sede Central.

Ave. Ricardo J. Alfaro

Teléfono: (507) 230-8669

Teléfono: (507) 230-8600

Fax: (507) 230-8640

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19/01/2010 23:52 ucha #. sin tema No hay comentarios. Comentar.

ESTILO DE COMUNICACION INTERPERSONAL

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El estilo de comunicación interpersonal caracteriza los medios habituales de conducta comunicativa del deportista con los compañeros de equipo: su actividad general, el círculo de comunicación y la satisfacción por los contactos interpersonales durante la actividad conjunta. (O fuera de ésta).

A continuación citamos un ejemplo:

Instrucción Lea atentamente cada una de las preguntas que aparecen abajo y elija una de las respuestas, o sea, la que corresponda con su opinión.

1. Valore su actividad normal de comunicación en comparación con otros miembros del equipo (con sus compañeros más directos):

a) En las competencias.

b) En los entrenamientos

c) En los tiempos libres.

Frecuentemente

A veces

Rara vez

 

 

 

 

Soy más activo en la comunicación que otros.

 

 

 

Soy, también, activo en la comunicación, como lo son otros.

 

 

 

Yo casi no participo en la                                     comunicación.

2. Quisiera tener comunicación con otros:

a) En las competencias.

b) En los entrenamientos.

c) En el tiempo libre.

 

Al igual que hasta ahora.

 

Más frecuentemente

 

Con menos frecuencia

3. Valore su círculo habitual de comunicación en el equipo.

Frecuentemente

A veces

Rara vez

 

 

 

 

Me comunico activamente con gran número de integrantes del equipo.

 

 

 

Me comunico con un número relativamente pequeño de personas.

 

 

 

Me comunico solo con una persona.

 

 

 

No me comunico con nadie.

4. El círculo habitual de comunicación en el equipo:

a) En las competencias.

b) En los entrenamientos.

c) En el tiempo libre.

 

Me satisface completamente.

 

Quisiera comunicarme con un número mayor de personas.

 

Quiera comunicarme con un número menor de personas.

5. Con quién de los compañeros más cercanos Ud. se relaciona:

a) En las competencias.

b) En los entrenamientos.

c) En el tiempo libre.

Más frecuentemente

 

y expresa el por qué.

 

 

 

Con menor frecuencia (o no se comunica en general) y por qué.

 

 

 

 

 

6. Influye esto y como precisamente en:

El éxito de su actividad Si___ No___

El estado general y la disposición Si___ No___

7. Para establecer mi comunicación en la actividad conjunta es característico:

Frecuentemente

A veces

Rara vez

 

 

 

 

Ocurre que comprendo mal el trato de los compañeros.

 

 

 

No llego a ponerme de acuerdo con los compañeros sobre las acciones posteriores.

 

 

 

Me es suficiente una sola palabra o un gesto para comprender la idea del compañero.

 

 

 

Yo puedo fácilmente reconocer mi error.

 

 

 

Yo siento a cuál de los compañeros tengo que ayudar en el juego.

 

 

 

Me irritan los compañeros, a los que tengo que explicarles  detalladamente las acciones posteriores.

 

 

 

Para mi la comunicación con los compañeros es una carga adicional.

 

 

 

Me gusta dirigir las interacciones en el equipo.

 

 

 

Lo que comprendo mucho mejor son los gestos.

8. En la comunicación de nuestro equipo resulta característico:

a) En las competencias

b) En los entrenamientos

Frecuentemente

A veces

Rara vez

 

 

 

 

La planificación, la coordinación de las acciones conjuntas, la adopción rápida de decisiones durante el juego.

 

 

 

La ayuda recíproca, el estímulo entre unos y otros.

 

 

 

Elogios, la aprobación de los compañeros, la reacción positiva ante  las acciones exitosas.

 

 

 

Reprobaciones, reproches, insultos recíprocos al cometerse errores y perder.

 

 

 

Confusiones, "escándalo", "no saber escuchar"

 

 

 

Tensión, todos callan.

 

 

 

La reacción emocional es insuficiente, indiferencia en el juego.

 

9. Quién de los integrantes del equipo reacciona con mayor brusquedad:

 

a) ante los errores de los otros

 

b) ante vuestros errores

 

Las preguntas propuestas están destinadas a la valoración cualitativa de algunas particularidades de la conducta comunicativa del deportista desde su punto de vista.

En este cuestionario no se estableció intencionadamente el sistema de puntuación, a pesar de que una serie de preguntas y variantes de respuesta pueden servir de base para elaborar la escala de evaluación cuantitativa sobre el estilo de comunicación interpersonal de los deportistas.

La encuesta individual o por grupo de atletas se realiza, con el objetivo de esclarecer su estilo interpersonal de comunicación en el momento dado; para analizar las particularidades de su comunicación en el equipo anterior; para poner de manifiesto el estilo interpersonal de comunicación deseado, el cual ayuda a que su actividad resulte exitosa y su estancia agradable dentro del colectivo.

Los datos obtenidos de la encuesta deben ser obligatoriamente comparados con la comunicación real de cada deportista (especialmente, los jugadores más jóvenes del equipo, así como también, los de carácter introvertido y los conflictivos).

La valoración y la comunicación real del deportista pueden afectarse por la subjetividad de su apreciación o la influencia de los factores ajenos. Toda vez que estás discrepancias han sido aclaradas, es posible comenzar un trabajo especial con este atleta, con el fin de corregir su actitud hacia los compañeros más cercanos.

EFECTO DE LA COMUNICACION

El efecto psicológico de la comunicación interpersonal y las diversas influencias externas pueden expresarse en el cambio (empeoramiento o mejoría) del estado psicológico del deportista, en el resultado de su actividad y el éxito de las acciones recí­procas con los compañeros.

A continuación reproducimos algunos métodos destinados al esclarecimiento de las reacciones subjetivas ante las influencias interpersonales y del micro medio.

Señale con una cruz el número de la respuesta que según su criterio, más le conviene.

1. Sí, en los entrenamientos me prestan atención:

Mucho más activamente que lo acostumbrado

1

2

3

4

5

6

7

Trabajo de la forma habitual

2. Los señalamientos bruscos del entrenador en las competencias:

Me ayudan a concentrar, a ser más atento, ha de a ser más atento, ha desarrollar una mayor actividad.

1

2

3

4

5

6

7

Me entorpecen en el juego, me siento aplastado, me distraen me sacan de paso

3. Yo, habitualmente después de las aprobaciones, y los elogios del entrenador:

Juego más activamente más concentrado más atento, con mayor ni

1

2

3

4

5

6

7

Me tranquilizó, me relajo, a veces me desconecto atento, con mayor ni

4. Yo, habitualmente después de los señalamientos bruscos de mis compañeros juego:

De forma mucho más activa, más concentrado mucho más atento.

1

2

3

4

5

6

7

Mucho peor, me cuesta mucho trabajo el volverme a concentrar, a veces me desconecto

del juego.

5. Cuando siento el apoyo, la aprobación, la ayuda de mis compañeros de equipo, juego:

Considerablemente mejor que lo habitual

1

2

3

4

5

6

7

Ni mejor, ni peor que de costumbre

Debido a que en algunos deportistas, el resultado de la actividad no siempre empeora, a consecuencia de un estado psicológico malo, en las encuestas es conveniente esclarecer independientemente cómo unos u otros factores y situaciones actúan sobre el estado y la actividad del deportista. Con el fin de lograr lo anterior, podemos emplear una escala con siete puntos.

Instrucción:

Durante el juego, especialmente en las situaciones significativas, las acciones, la conducta y las reacciones de los compañeros y del entrenador pueden influir (de diverso modo) sobre el estado de ánimo, el estado psicológico del jugador, así como, sobre el resultado del juego. Después, de esto, el estado del jugador puede mejorar, hacerse más activo, o por el contrario, empeorarse, así como el resultado de su juego.

Lea, atentamente, la enumeración de las situaciones que con bastante frecuencia se manifiestan en la actividad de juego (reacciones y acciones de los compañeros y del entrenador) y evalúe, con la ayuda de la escala de siete puntos.

a) Como actúan sobre vuestro estado de ánimo, deseo de jugar.

b) Como actúan sobre el juego real (resultados de sus acciones de juego).

Además, represéntese que la conversación gira sobre la parte final del partido y el equipo pierde.

PUNTOS DE LA ESCALA

No. ESTADO

1

2

3

4

5

6

7

NIVEL DE EFICIENCIA DE JUEGO

 

1 Significativamente bueno, actúa positivamente, estimulado, movilizado, buena disposición, deseos de disposición, deseos de jugar, pericia deportiva.

 

 

 

 

 

 

 

Juego significativamente mejor más activo, con mayor resulta do, comete menos errores.

2  El mejor

 

 

 

 

 

 

 

El mejor

3  Tal vez, el mejor

 

 

 

 

 

 

 

Tal vez, el mejor

4  No cambia, ni mejor, ni

 

 

 

 

 

 

 

Ni mejor, ni peor

5  Muy rápidamente empeora

 

 

 

 

 

 

 

Tal vez, el peor

6 Se empeora 

 

 

 

 

 

 

 

Juego peor

7   Significativamente empeora (disminuye el ánimo, el deseo de jugar, me siento aplastado, distraído, me es difícil jugar).

 

 

 

 

 

 

 

Juego considerablemente peor (cometo más errores, juego sin iniciativas, indolentemente).

 

Enumeración de las situaciones en el juego:

Estímulo por parte del entrenador.

Elogios, reconocimiento de los compañeros.

Explicación, precisión.

Tranquilidad, apoyo de los compañeros

Falta de reacción ante la interrogante del compañero.

Señalamientos bruscos de parte del entrenador.

Aspecto disgustado de los compañeros.

Señalamientos groseros, ofensivos de parte de los compañeros.

Apatía externa, indiferencia, pasividad.

Reconocimiento del error por parte del compañero.

Ignorancia, silencio manifiesto por parte del compañero.

Falta de atención del compañero.

Entrega incompleta, carencia de esfuerzo en los compañeros.

Lentitud de los compañeros.

Incomprensión por parte de los compañeros del sentido del juego.

Actividad, esfuerzo, autorresponsabilidad de los compañeros.

Errores serios en las situaciones sencillas.

Errores serios de los compañeros en las situaciones sencillas.

Si puedes volver a repetir una misma falta.

Repetición de una misma falta por parte del compañero.

Acciones propias exitosas.

El entrenador tranquiliza al jugador.

Elogios por parte del entrenador.

Esta enumeración de frases puede ser elaborada para distinto deportes y de las mismas se pueden derivar situaciones que presenten un interés especial tanto para el entrenador, como para el psicólogo.

En los últimos tiempos, debido a la elaboración de métodos más precisos y correctos, destinados a la medición de los estados emocionales (por ej. inquietud reactiva de situación), es posible valorar el efecto psicológico de las distintas influencias interpersonales de forma más precisa y operativa.

 

El material presentado es una traducción de un trabajo presentado en la ex Unión Soviética en la década de los años 80 por Y. Hanin.

20/01/2010 00:17 ucha #. sin tema No hay comentarios. Comentar.

TALLERES PSICOEDUCATIVO PARA MEJORAR LA CALIDAD DE VIDA DEL ADULTO MAYOR DESDE LA PERSPECTIVA DEL TRABAJO COMUNITARIO SOSTENIBLE.

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Autor: Ms. C. Osvaldo León Bravo

osvaldo@isch.edu.cu

Coautor: Dr. Francisco García Ucha

 "Al hombre no se forma en el silencio, sino en

 la palabra en la acción, en la reflexión"

Paulo Freire

Consideraciones socio psicológica del adulto mayor en la sociedad contemporánea

El envejecimiento de la población es un fenómeno de gran interés en la sociedad contemporánea, el cual debe ser abordado desde la orientación, prevención, e intervención, pues la persona que envejece requiere de ayuda para conservar la propia suficiencia física, psíquica y social, condicionada en la mayoría de los casos, por las posibilidades de movimiento incrementado o mantenido.

Conocer al adulto mayor significa  ser receptivo ante sus necesidades y posibilidades. Por eso, resulta necesaria la  planificación de actividades que contrarresten el sedentarismo acorde a su estado de salud para contribuir al mantenimiento de una psiquis y un cuerpo verdaderamente activo.

Sobre el adulto mayor y los factores relacionados con este período de la vida, se escribe desde diferentes perspectivas y con más amplitud en los últimos años. Esto obedece fundamentalmente, a la preocupación cada vez más creciente en las sociedades contemporáneas por las personas mayores de 60 años, que representan el grupo de edad que más rápidamente crece en el mundo.

El denominado adulto mayor es portador de regularidades propias de una etapa del desarrollo humano, así como de una serie de limitaciones en gran medida provenientes de prejuicios que le ha depositado la cultura. En este sentido lo principal es que los ancianos tomen conciencia de su posición  en la sociedad y en el mundo en que viven, mediante su comparación con la persona madura.

Este período de la vida, ha sido abordado por  lo  general, de forma aislada o como fase de involución y no como una verdadera etapa del desarrollo humano, cuya significación social adquiere cada vez mayor relevancia, dada la tendencia mundial a un proceso de envejecimiento de la población.

Por lo tanto, se convierte esto en una necesidad psicológica de primer orden, donde el aprender a vivir y  conocer más sobre el propio cuerpo sería una de las alternativas más modestas a las que pudiera acudir el adulto mayor. Un sistema de talleres psicoeducativos donde la persona  pueda mirarse por dentro y movilizar todos los recursos es un espacio viable  para el autoaprendizaje y el conocimiento de sí mismo, es decir, un modelo meta cognitivo donde el sujeto es su propio agente de cambio en relación a su calidad  de vida.

Nuevo enfoque de intervención comunitaria para mejorar la calidad de vida del adulto mayor

En la última década se viene produciendo un sensible aumento de interés social por la calidad de vida y una creciente sensibilización por buscar alternativas hacia lograr de forma sostenible el desarrollo humano. Esto repercute en los retos actuales de la educación la cual debe estructurarse en torno a cuatro aprendizajes fundamentales según criterios de la UNESCO. En el transcurso de la vida serán para cada persona, en cierto sentido, los pilares del conocimiento: Aprender a Conocer, es decir, adquirir los instrumentos para la comprensión; Aprender a Hacer, para poder influir sobre el propio entorno; Aprender a Vivir Juntos, para participar y cooperar con los demás en todas las actividades humanas; por último, Aprender a Ser, un proceso fundamental que recoge elementos de los tres anteriores. Por supuesto, estas cuatro vías del saber convergen en una sola, ya que hay entre ellas múltiples puntos de contacto, coincidencias e intercambio.

La prolongación de la vida y la existencia de un creciente número de ancianos exigen que cada individuo y la sociedad adopten una nueva perspectiva de vida. Es decir, la sociedad y en especial el adulto mayor necesitan aprender a envejecer. Lo que implica cambiar la percepción cultural del adulto mayor y aceptar sus limitaciones. Hoy, "Aprender a envejecer " significa captar apresuradamente lo que puede ofrecer la vida en la ancianidad, aceptar las limitaciones biológicas normales y por otra parte potenciar la experiencia vida.

Educar para aprender a vivir, significa dar a las personas la oportunidad de desarrollar su potencial, su personalidad y sus aptitudes particulares. Así pues, no se trata simplemente de que el participante adquiera nuevos conocimientos, sino también de que desarrolle capacidades que le permitan vivir una vida más plena. Esto es lo que se entiende por preparación para la vida diaria y comprende las capacidades intrínsecas de las personas y las competencias prácticas necesarias para la vida diaria. Muchas de las capacidades intrínsecas que suelen denominarse aptitudes psicosociales- no pueden enseñarse como asignaturas. No son conocimiento de índole académico o técnico.

En el caso específico de los enfoques para una Didáctica del adulto mayor, coincidiendo con los criterios de la UNESCO, Roque (2004)  señala que lo esencial en el contenido de los  aprendizajes para esta edad está alrededor  de cinco pilares básicos:

  • Ø Aprender a ser....identidad, autonomía.
  • Ø Aprender a vivir juntos....Querer al otro, vivir en los valores de la paz.
  • Ø Aprender a hacer....Competente
  • Ø Aprender a conocer......Poseer una cultura general integral, universal
  • Ø Aprender a emprender....actitud preactiva e innovadora.

Por lo tanto, en el conjunto de formas de organización, precisamente para el desarrollo de estos cinco pilares, adquiere gran peso "el taller" como forma didáctica  toda vez que implica un encuentro de conocimientos a partir del criterio de todos "en el grupo" y "para el grupo".

Estos pilares básicos se traducen en competencias necesarias para hacer frente a las rápidas transformaciones sociales. Esto significa que es importante saber cómo seguir aprendiendo, en la medida en que necesitamos nuevas habilidades para la vida. Además, necesitamos saber cómo afrontar el gran volumen de información existente y convertirlo en conocimiento útil. Asimismo, necesitamos conocer la manera de enfrentar los cambios, tanto en la sociedad como en nuestras propias vidas.

Estos aspectos de apreciación subjetiva en relación al tema de la calidad de vida se convierten en una necesidad educativa de primer orden, donde el aprender a vivir y conocer más sobre el propio cuerpo sería una de las alternativas más modestas a las que pudiera acudir el adulto mayor.

Por lo tanto el taller psicoeducativo lo podemos asumir dentro de estas consideraciones conceptuales, con una plataforma básica de instrumentación en el trabajo corporal participativo que a través de las habilidades conformadoras del desarrollo, es capaz de crear los espacios necesarios para la reflexión y el desarrollo personal de aquellos que participan,  coronado de vivencias que van desde un plano grupal hasta la reflexión más personal del participante.

Características organizativas y funcionales de los talleres psicoeducativos

El sistema de talleres psicoeducativos para desarrollar la calidad de vida del adulto mayor estará conformado por seis indicadores generales de trabajo (esquema # 1), es importante destacar que  los mismos no tienen un orden de prioridad, se pueden trabajar indistintamente en dependencia de las expectativas de los participantes. Por lo tanto es importante explicar algunas consideraciones que dan respuesta a la lógica funcional que los caracteriza.

21/01/2010 17:27 ucha #. sin tema No hay comentarios. Comentar.

TALLERES PSICOEDUCATIVO PARA MEJORAR LA CALIDAD DE VIDA DEL ADULTO MAYOR DESDE LA PERSPECTIVA DEL TRABAJO COMUNITARIO SOSTENIBLE.(segunda parte)

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Autor: Ms. C. Osvaldo León Bravo

osvaldo@isch.edu.cu

Coautor: Dr. Francisco García Ucha

Esquema #1. Indicadores de trabajo para el desarrollo de la calidad de vida

En primer lugar los indicadores de trabajo estarán ubicados en dos grupos de relaciones, esto responderá al tipo de naturaleza que los caracteriza. Los mismos responderán a una lista de contenido, que no serán más que las habilidades que son formadoras del desarrollo.

El primer grupo de relación responde más bien a una dimensión de carácter  psicosocial, en dependencia de la apreciación del participante.

El segundo grupo responderá a una dimensión de apreciación psicocorporal, ya que se  aprecian en ella una relación directa con el componente corporal el cual a esta edad es muy marcado en dependencia de los cambios psicofisiológicos que ocurren.

Es importante destacar que ambos grupos de indicadores de trabajo tienen un sentido de relaciones de carácter sinérgico. Esto nos da la medida que a la hora de trabajarlos no se deben interpretar de manera lineal.

Esta percepción sinérgica nos permite que en un taller se puedan trabajar indistintamente cada uno de ellos, sin dejar de quitarle importancia al de mayor peso, en dependencia de los objetivos del taller. Cada uno va a responder a un momento de desarrollo de un contenido de trabajo, pero a su vez puede ser vinculado con uno de su mismo grupo de trabajo y con el grupo de relaciones contrario. Ejemplo: proyección futura puede vincularse con imagen corporal (Grupo de relación contrario) y con bienestar como parte de su mismo grupo de trabajo. Este orden de relación quedará en dependencia de las exigencias del grupo de participantes y del discernimiento del coordinador a la hora de planificar los talleres.

Es importante que cada coordinador a la hora de planificar los talleres, destaque el sentido de relación entre los indicadores de trabajo, los cuales van a tener como base las habilidades que son formadoras conformadoras del desarrollo, componente que va a ser potenciado con el trabajo corporal y la funcionalidad de las técnicas participativas. Las habilidades que son formadoras del Desarrollo son un sistema de recursos personológicos que actúan en sinergia a partir de los criterios de  cooperación, dominancia y subordinación, donde tiene lugar la emergencia de diferentes formaciones psicológicas (pensamiento abstracto,  imaginación y lenguaje interno) que unidas  a emociones, sentimientos, valores y preferencias que   dan lugar a vivencias encaminadas al logro de un objetivo personal.

Las habilidades que son formadoras del desarrollo constituyen en el caso de los talleres psicoeducativos un puente conceptual entre las dinámicas  grupales y el trabajo corporal, estimulando y orientando  de esta manera las acciones del adulto mayor en pro de una mejor calidad de su vida. Las mismas nos permiten movilizar aquellos instrumentos psicológicos que dan vida en el plano ideal. Para luego cristalizarse y  convertirse en un verdadero agente de cambio y trasformación  anticipada del individuo ante las exigencias de la realidad objetiva y subjetiva.

En este caso las técnicas corporales van a exigir una relación más directa de trabajo con las habilidades que son formadoras del desarrollo, ya que estas tienen mayor compromiso sobre las apreciaciones que se deben lograr en los participantes.

Las técnicas participativas en cambio, van a favorecer el componente movilizador  de las relaciones de trabajo entre las habilidades que son formadoras del desarrollo y el trabajo corporal en dependencia del indicador que se esté trabajando.

Cada instrumentación de los talleres psicoeducativo se propone alcanzar una serie de objetivos de crecimiento personal, los mismos se enumeran en el siguiente orden: 

 

  • Ø Alcanzar un mayor dominio sobre sí mismo, su cuerpo, y sus funciones, desarrollando habilidades de autocontrol, a través de la concientización de sus posibilidades y dificultades expresivas, reconociendo y combatiendo las tensiones musculares y psíquicas, así como las ansiedades propias de la vida cotidiana.
  • Ø Aspirar a una elevación de la calidad de vida, aumentando el nivel de cultura psicocorporal del individuo, enseñando la utilización de técnicas específicas de amor y de aceptación de su propio cuerpo.
  • Ø Contrarrestar la ansiedad y las tensiones psíquicas que se producen en el hombre como resultado de su interrelación con el medio y que adoptan la forma de complejos, conflictos, frustraciones o somatizaciones.

Los talleres psicoeducativos como experiencia  trasformadora con relación a la calidad de vida del adulto mayor

La instrumentación de los talleres psicoeducativos en el ámbito del adulto mayor constituyeron momentos de comunicación interpersonal intensa, caracterizados por la intensidad creativa, variedad de ritmos, transformación del espacio, atmósfera de juego, espejos de intercambio, construcción de mundos (conceptos, ideas, representaciones), procesos de des-compactación y recomposición de identidades. Cada taller fue capaz de generar de manera espontánea una lógica dramática expresada a manera de tensiones, clímax, catarsis e ideas contrapuestas que luego se convertían en un proceso de desarrollo personal. 

A continuación citaremos algunas  opiniones emitidas por los participantes durante la  realización de los talleres psicoeducativos.

Grupo de trabajo # 1: "El taller me enseñó que la felicidad no depende del sexo, ni de la edad, ni de la belleza, ni del dinero, ni siquiera de la salud (auque el dolor es un ladrón de la felicidad). La felicidad son las relaciones con los demás, de pareja, de familia, de amistades. El sentido de pertenencia a un grupo y las pequeñas cosas de la vida; una comida, un paseo por el parque, el campo es realmente lo que nos hace ser dichoso".

Grupo de trabajo # 2: "El taller nos enseñó que podemos aprender a controlar nuestro cuerpo ante las diferentes situaciones negativas de la viada. El taller es como un espacio de magia trasformadora de la conducta. Pudimos intercambiar puntos de vista con nuestros compañeros. Nos sentimos muy felices y contentos durante el taller".

Grupo de trabajo # 3: "En el taller pudimos intercambiar criterios con nuestros compañeros, reírnos de las cosas negativas que tiene la vida. Aprendimos nuevas formas de vivir ante las exigencias de la vida. Compartimos momentos de felicidad y alegría".

Grupo de trabajo # 4: "Aprendimos técnicas para controlar nuestras emociones. Aprendimos lo útil que es el trabajo en grupo para resolver problemas personales. Aprendimos nuevas formas de vida. El taller es un espacio de felicidad".

Bibliografía

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21/01/2010 17:32 ucha #. sin tema Hay 1 comentario.

Nuoto e disabilità: aspetti psicologici

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Diego Polani, Isabella Ottavi

(Cattedra di Psicologia dello Sport, Facoltà di Medicina di Firenze, corso di Laurea in Scienze Motorie)

LA CURA DEL CORPO O IL CORPO CHE CURA? Analogie fra approccio terapeutico e approccio sportivo

«Quando un uomo canta e non riesce ad alzare la voce e arriva un altro e canta con lui, un altro che può alzare la voce, anche il primo sarà in grado di alzare la voce. Questo è il segreto dell'unione degli spiriti» (Martin Buber)

Parlando di cura del corpo nel caso di persone disabili, viene spontaneo riferirsi ad un corpo malato, menomato, oggetto di cure mediche ed anche il titolo di questo convegno «Lo sport come evoluzione della terapia» può evocare l'immagine di un corpo oggetto da curare.

Terapia fa pensare alla cura, spesso intesa soltanto in termini eliminazione della patologia, ma curare è anche «prendersi cura di», come una madre si prende cura del suo bambino. Osservando l'interazione corporea terapeuta/paziente e istruttore/allievo, vengono in mente quelle che Winnicott, psicoanalista inglese, definisce le tecniche di «holding» per esprimere il modo in cui la madre tiene il suo bambino e lo sorregge e di «handling», il modo di accudirlo e di maneggiarlo. Il tatto è il primo dei nostri sensi, è quello che occupa la maggior parte della superficie del nostro corpo e mobilita da lontano il maggior numero di terminazioni nervose. Se si osserva la rappresentazione corticale del corpo, l'homunculus, ci si accorge che circa 1/3 della sua superficie è occupata dalla mano e dalle dita ed 1/3 dal volto. La porzione residua di spazio è riservata al resto del corpo. Ma il tatto, o meglio il contatto cutaneo, inteso come toccare globale con tutto il corpo, come hanno dimostrato numerosi studi sull'attaccamento (Bowlby, Spitz, Harlow, Kohler e altri), assolve, oltre alla funzione di definizione dello schema corporeo, anche ad un altro importante bisogno dell'individuo: il contatto emotivo, fondamentale per un armonico sviluppo psico-fisico.

Gli esperimenti di Harlow sulle scimmie hanno dimostrato la validità di questa affermazione, infatti tra una madre di filo di ferro provvista di biberon ed una di pelouche, senza cibo, sceglievano la seconda. Pertanto il tatto resta il senso prevalente nella prima infanzia ed è precedente all'acquisizione della parola, infatti nei gravi disturbi di personalità questa modalità arcaica di funzionamento psichico permane anche negli stadi di sviluppo successivi.

E' per questo motivo che viene privilegiato il contatto corporeo rispetto alla parola in psicoterapia della Gestalt e si lavora con tecniche espressivo-corporee (musica, arte, danza, movimento, sport) quando ci si trova in presenza di una psicopatologia grave o di un handicap.

Molto si parla di terapia, ma poca attenzione viene dedicata al valore terapeutico della relazione, sottendendo nel concetto stesso di rel-azione, azione collegata, la riattivazione dell'energia vitale, precedentemente bloccata a causa dell'handicap o del disagio psichico, che diventa energia di cura.

Si può paragonare il rapporto terapeuta-paziente e istruttore-allievo con l'acqua che in due vasi comunicanti scivola da uno all'altro con un movimento armonioso e continuo, riempiendo i vuoti e svuotando i pieni.

Oggi si parla molto di ecologia, di terapie naturali, ma quali terapie più naturali di quelle che coinvolgono direttamente il corpo? E quale luogo terapeutico può essere considerato più naturale se non l'acqua?

Nello sport come in psicoterapia si lavora su principi semplici, con materiali fisiologici: il peso del corpo, l'equilibrio/disequilibrio, la relazione respiro/movimento.

Movimento inteso non più solo nelle sue componenti meccaniche e dinamiche, ma come espressione di una corporeità globale, includendo nel concetto di globalità anche le componenti psichiche e relazionali.

E' l'emozione il carburante del movimento, il terapeuta come l'istruttore, seppure in ambiti diversi e con modalità differenti, stimola la consapevolezza del gesto anziché istruire sulla tecnica, pertanto la terapia si trasforma in una pratica di guarigione attraverso il movimento.

I più recenti studi di neuropsicologia e psicologia cognitivista hanno dimostrato che la memoria è prima sensoriale e motoria che cognitiva e che le sensazioni corporee favoriscono la creazione di immagini. Immagini cenestesiche, le prime a crearsi che forniscono informazioni sulla posizione del corpo nello spazio e sul movimento ed immagini mentali che conservano la memoria di tutti gli accadimenti della nostra vita. In altre parole, non si risponde agli eventi per quello che sono attualmente, bensì alla rappresentazione mentale degli eventi stessi, all'immagine che se ne conserva nella memoria.

Se ne deduce quindi, che l'immagine è la rappresentazione mentale di un oggetto esterno che diventa interno, è l'effetto di un processo di interiorizzazione. Quando c'è un blocco emozionale o un sintomo c'è il tentativo di evitare il contatto con eventi considerati minacciosi, che inducono aspettative catastrofiche a causa di interiorizzazioni negative (giudizio, umiliazione frustrazione).

Nella vita ogni effetto è determinato da uno schema di pensiero che lo precede e lo perpetua; la rappresentazione mentale che si ha di noi stessi e della realtà influenza le nostre esperienze e fa sì che si ripetano, è come un circuito chiuso; modificando questa rappresentazione mentale si possono modificare le nostre esperienze (causalità metafisica) e trasformare il malessere in benessere.

In psicoterapia e nello sport si cerca di creare un ponte, mediante il movimento, con quegli eventi considerati minacciosi. Laddove è intervenuta una rottura (anatomica o psicologica), quando mente e corpo hanno perso la capacità di comunicare è necessario un ri-collegamento, un ri-specchiamento. E' necessario allora parlare una lingua più antica, quasi dimenticata, il linguaggio del corpo, per creare un contatto con qualcuno che vive nel caos incontrollato del proprio corpo o della propria mente (si pensi ad esempio ad alcune malattie neurologiche che producono spasmi e reazioni motorie incontrollate o alla psicosi o alla schizofrenia) e permettere all'altro di trovare e di afferrare, nel corpo del terapeuta o dell'istruttore un filo sottile a cui aggrapparsi per esprimere, portare fuori ciò che a lungo è rimasto inespresso.

Nel caso di un disabile o di un individuo con disagio psichico ciò che rimane inespresso è il piacere, soprattutto del corpo.

Lo sport o il movimento esperito direttamente nel setting terapeutico consentono a coloro che, a causa di problemi fisici o psicologici, si sono allontanati dal corpo per rifugiarsi in un mondo evanescente, di riconoscersi nuovamente come corpo, di riappropriarsi del corpo e mediante il corpo proprio e del terapeuta o dell'istruttore avventurarsi verso l'esplorazione del mondo circostante. Il movimento è diventato per il paziente o per il disabile motivazione per guarire.

Terapeuta e istruttore, seppure agiscano con strumenti diversi e su piani diversi si assomigliano, perché non impongono una disciplina, ma accompagnano la persona, a volte dirigendo e a volte assecondando la relazione.

Per-sona, dice F. Perls il fondatore della psicoterapia della Gestalt, ascoltare il suono non le parole, ascoltare la vibrazione, l'emozione nostra e dell'altro e permettere all'altro di sentire la nostra come in un atto d'amore.

Amore, dice Sartre, è com-passione, è patire la carnalità dell'altro, soffrirne la presenza anche corporea, è accettare di essere emozionati ed emozionabili anche come istruttori o terapeuti.

Soltanto se terapeuta e paziente, istruttore e allievo, al di là degli inevitabili elementi trasferenziali, ingaggiano un rapporto «umano» come persone «reali», reciprocamente interessate-interessanti, l'incontro diventa un valido elemento di «cura».

IL CORPO NEL PORTATORE DI HANDICAP FISICO

Il corpo nella persona con handicap fisico subisce notevoli modificazioni in negativo, pertanto l'immagine di sé ne risulta pesantemente condizionata anche rispetto alla limitazione fisica e di movimento conseguente.

Lo schema corporeo di una persona non è innato, si sviluppa dalla nascita all'età adulta per stadi successivi: all'inizio vi è un certo grado di confusione e l'incapacità di evocare la propria immagine, successivamente, nella prima e seconda infanzia, si cominciano ad acquisire quegli elementi che consentono al termine dello sviluppo somatico di integrare tutte le sensazioni esterocettive, propriocettive, cenestesiche che mandano informazioni rispetto a come il corpo si posiziona e si muove nello spazio.

Alla formazione dello schema corporeo contribuiscono anche altri fattori legati all'affettività, come ad esempio il contatto con la madre che, all'inizio della vita, è prevalentemente corporeo. Bowlby, Spitz e le teorie dell'attaccamento hanno messo in evidenza la centralità del contatto nel legame affettivo madre-bambino; il modo in cui la madre favorirà od ostacolerà l'esplorazione successiva dell'ambiente e quindi la soddisfazione dei bisogni del bambino  influenzerà le relazioni successive.

L'Io corporeo esprime quindi un duplice livello di integrazione:

il vissuto del corpo e la sua rappresentazione

l'impegno dell'Io nell'azione.

Nel disabile fisico adulto, si viene a ricreare una situazione analoga a quello del bambino, soltanto che non sarà la madre ad influenzare la possibilità dei contatti successivi, bensì l'handicap: alcune sensazioni relative al dolore o al piacere gli sono precluse, alcuni dolori diventano abituali o comunque più frequenti, alcune sensazioni muscolari o di movimento articolare sono assenti dalla nascita o sono scomparse improvvisamente.

L'immagine di sé sotto il profilo affettivo risente quindi delle limitazioni psico-fisiche derivanti dall'avere un corpo imperfetto ma anche dalla risposta che ne deriva nel contesto sociale, viviamo in una società competitiva, improntata all'efficienza, in cui una persona con disabilità trova scarsa considerazione.

Il corpo, comunque, indipendentemente dall'handicap, rappresenta la possibilità di esistere fino in fondo, dà il senso del limite ( ci ricorda che siamo finiti nel tempo e nello spazio), è un confine fisico con l'ambiente, riflette il bisogno di stare nei confini, ma anche quello di esplorare cosa c'è fuori, di sperimentare il contatto con l'altro.

Importante è non fissare confini troppo rigidi o poco definiti, trovare una via di mezzo per poter entrare ed uscire dai propri confini senza perdersi., vivere il corpo con amore, accettarlo per quello che è, anche con l'handicap, a prescindere dalle prestazioni, non considerarlo come un involucro ma reinserirlo in un contesto esistenziale più ampio superando la scissione.

Parlando di corpo nel caso di persone disabili, si dovrà fare necessariamente riferimento anche agli ausili tecnici di cui si avvale (protesi, carrozzina, tutori). Questi supporti, attraverso il contatto con il corpo, inviano al cervello informazioni di tipo propriocettivo che vengono poi rielaborate e riproposte in termini di nuovi schemi motori, pertanto il corpo del disabile diventerà, ai fini del movimento, una totalità integrata di carne, ossa, muscoli e strumenti meccanici che compenseranno le mancanze.

Nella disciplina del nuoto, l'elemento acqua si sostituisce agli ausili nello svolgere funzione di sostegno;. il disabile sperimenta la completa libertà di movimento del proprio corpo, il piacere fisico derivante dal contatto con l'acqua e dal rilassamento degli spasmi e delle contrazioni, con conseguente rafforzamento dell'autonomia negli spostamenti.

La seconda fonte di sostegno per il disabile in acqua è l'istruttore, il quale provvederà a creare un clima di sicurezza e di fiducia che consentirà al bambino o all'adulto di seguirlo anche nelle situazioni ritenute più rischiose o più pericolose.

Parlando del corpo del disabile è necessario far riferimento anche al corpo dell'operatore. Il metodo Mac Millan, attualmente usato per l'avviamento all'acquaticità dei soggetti disabili, prevede la presenza di un istruttore per ogni allievo e si basa sul contatto fisico tra istruttore e allievo: il bambino sperimenterà il movimento in acqua poggiandosi sul corpo dell'operatore. Il contatto corporeo è fonte di piacere, ma quando si tratta di un corpo mutilato, imperfetto, possono insorgere sensazioni di sgradevolezza o reazioni di disgusto con conseguente rifiuto del contatto stesso. E' perciò importante che anche l'operatore o il tecnico sportivo siano consapevoli, momento per momento, delle proprie sensazioni corporee, delle emozioni o delle fantasie anche aggressive che dal contatto derivano per poterle affrontare e superare al fine di instaurare un clima relazionale di fiducia e accettazione reciproca oppure divenire consapevole dei propri limiti e rifiutare la presa in carico di persone disabili.

IL MOVIMENTO

Parlando di movimento nelle persone disabili, è importante distinguere se l'handicap è congenito oppure acquisito.

handicap congenito:

La persona, limitata dall'handicap fin dalla nascita in alcune sue espressioni fisiche, avrà elaborato schemi motori alternativi sostituendo i movimenti impossibili da eseguirsi con altri che utilizzano le parti valide del proprio corpo.

Si trovano spesso associati alle limitazioni motorie anche dei deficit primari nello sviluppo cognitivo, imputabili alla lesione in aree cerebrali deputate alle funzioni cognitive superiori (es. linguaggio) e secondari, conseguenti alle limitazioni motorie imposte dall'handicap, soprattutto nei casi di tetraplegia, poiché questa interessa tutti gli arti in modo molto grave.

Le teorie sullo sviluppo infantile, in  particolare quelle di Bruner e di Piaget, affermano, infatti, che la formazione della conoscenza nel bambino avviene in due fasi successive: la prima riguarda la costruzione degli schemi percettivi e motori, la seconda consente di integrare questi schemi e la formazione dei concetti.

Nella prima fase, definita esplorativa, il bambino riconosce le caratteristiche fisiche degli oggetti (formazione di categorie percettivo-visive) abilità  che gli consente di formulare ipotesi formali sugli oggetti stessi (il bicchiere è cilindrico).

In una fase successiva gli schemi percettivi saranno integrati con gli schemi d'azione, consentendo al bambino di acquisire i concetti, di individuare le caratteristiche funzionali degli oggetti ed il nucleo funzionale di tutti gli oggetti appartenenti ad una medesima categoria bicchiere e tazza: oggetti che servono per bere).

La possibilità di manipolare ed esplorare gli oggetti per ottenere informazioni sull'ambiente circostante, condiziona la formazione della conoscenza nei primi anni di vita del bambino, ne consegue pertanto che le operazioni intellettuali originano da azioni reali e che anche i processi inferenziali (base della conoscenza astratta) sono legati all'atto motorio.

Attraverso l'esperienza motoria, inoltre, il bambino costruisce la propria esperienza soggettiva, base per lo sviluppo successivo della personalità che si costruisce grazie anche alla conquista da parte del bambino, della piena padronanza del corpo, della gestualità, delle proprie azioni.

Una tappa fondamentale dello sviluppo psicologico del bambino è l'organizzazione della propria identità, strettamente connessa alla possibilità di percepirsi separato dal corpo della madre. Frequenti infatti sono le situazioni in cui i bambini disabili manifestano eccessiva dipendenza ed intolleranza a qualunque forma di separazione dalla madre, con la quale vive un rapporto di fusione-confusione senza avere coscienza dei propri limiti.

Per quanto riguarda l'ambiente familiare della persona con tali disabilità, c'è da dire che spesso la famiglia tende a mantenere l'individuo in uno stato di dipendenza, anche sostituendosi a lui in alcune situazioni, scoraggiando in tal modo l'autonomia e quindi la scoperta di altre potenzialità sia a livello fisico che psicologico.

L'avviamento all'attività motoria, per questi bambini, pertanto, riveste un ruolo di primaria importanza anche per quanto riguarda lo sviluppo psicologico e la progressiva conquista dell'autonomia.

Innanzitutto la necessità di allontanarsi fisicamente dal nucleo familiare, favorisce la prima separazione (fisica) dalla figura materna, in secondo luogo, in piscina o in qualunque altro luogo deputato a questa attività, il bambino avrà l'opportunità di relazionarsi anche con il mondo esterno (istruttore, gruppo di pari), oltre che con il proprio mondo interno integrando le parti malate del proprio corpo con la scoperta di nuove possibilità che contribuiscono all'accettazione di sé anche come esseri imperfetti.

b) handicap acquisito:

In conseguenza del trauma subito, subentrano, a livello psicologico, depressione e senso di impotenza derivanti dal senso di insufficienza vitale e dalla perdita di alcune importanti funzioni. C'è una perdita immediata di autonomia, l'intera vita dell'individuo dalle azioni più semplici, come camminare, mangiare, guidare la macchina, ecc., alle relazioni sociali è gravemente compromessa.

Egli torna, da adulto, in una situazione di dipendenza infantile. Come un bambino molto piccolo, l'handicappato, nella fase della riabilitazione, ritorna totalmente dipendente dall'ambiente circostante per quanto riguarda la soddisfazione dei, propri bisogni, non solo primari, ma anche di calore, affetto, sostegno con conseguente diminuzione dell'autostima.

L'avviamento alla pratica sportiva per questi soggetti, passa necessariamente per la riabilitazione, la cosiddetta "sport-terapia".

Questa pratica rieducativa di tipo psicomotorio consente al soggetto di trasformarsi da oggetto della riabilitazione a soggetto dell'azione.

Attraverso lo sport  egli può sperimentare nuovamente a livello fisico la gratificazione che deriva dal sentire i propri muscoli, validi, capaci di offrire sostegno e produrre movimento. A livello psicologico ciò significa "sono di nuovo vivo, esisto, posso" e aiuta a  riacquistare la stima di sé diminuita conseguentemente al trauma subito.

Nell'uno come nell'altro caso, lo sport consente di recuperare il movimento perduto o imperfetto in modo giocoso e divertente, di sperimentare nuove modalità di esplorazione dell'ambiente e di relazione nonostante la situazione di svantaggio.

L'esplorazione, come per i bambini, è eccitante ma comprende anche una certa dose di rischio, perché non tutte le situazioni o le persone che si incontrano sono positive. Inoltre, sussiste il ricordo del trauma o delle umiliazioni sociali subite e l'individuo oscilla tra desiderio di autonomia e bisogno di sicurezza che può portarlo a rifugiarsi nell'handicap anche in seguito ai condizionamenti familiari subiti.

Con l'allenamento sportivo, egli impara ad allenare se stesso anche sul piano psicologico, gli esercizi, gli allenamenti, gli sforzi per apprendere e migliorare il gesto tecnico, infatti, non sono fini a sé stessi ma in funzione di un obiettivo: la riuscita in gara, e richiedono la partecipazione simultanea di tutte le esperienze motorie e sensoriali, ma anche cognitive ed emozionali, consentendo all'individuo la possibilità di ritrovare valori, motivazioni, scopi, mete, specialmente se l'attività sportiva è di tipo agonistico.

Si può paragonare lo sport ad un setting terapeutico: all'interno di uno spazio protetto, è possibile confrontare con altre persone, aventi le stesse o simili problematiche, le proprie paure, ansietà frustrazioni ed errori, ma anche scoprire interessi, obiettivi e nuove mete.

Si sperimentano così nuovi apprendimenti rispetto a se stessi che saranno riproposti nella vita quotidiana, fuori dal setting o dall'ambito sportivo, con la conseguenza di una maggiore autonomia psicologica.

L'handicap sarà sempre presente, ma attraverso le attività natatorie verrà inquadrato in una prospettiva più ampia: ognuno di noi ha parti positive e parti negative che non gli piacciono, ma in questo modo si impara ad accettarle come componenti della propria esperienza e a conviverci allo stesso modo che con quelle positive.

                In sport sia altamente tecnici che ciclici, quale il nuoto, è di notevole importanza, per gli allenatori ed istruttori, dedicare grande attenzione allo studio delle tecniche corrette di esecuzione degli esercizi al fine di conoscerle e, quindi esporle ai propri allievi. Spesso, però, non viene data molta importanza alle strategie che il tecnico deve mettere in atto per migliorare la sua metodologia di insegnamento. Il tecnico non è solo un conoscitore degli esercizi ma è colui che escogita soluzioni al fine di ottimizzare ed accrescere sia la tecnica che la consapevolezza dell'allievo. L'importanza di una metodologia dell'insegnamento è fondamentale al fine di adeguare gli interventi alle caratteristiche ed alle necessità degli allevi.

                Con questo lavoro si vuole dare una visione generale degli aspetti più importanti, dal punto di vista psicologico, legati all'apprendimento ed all'insegnamento.

I PROCESSI MENTALI

                I processi mentali sono tutti quei meccanismi che il cervello umano mette in atto per recuperare informazioni dall'ambiente interno od esterno a se, quindi analizzarle e compararle con altre già memorizzate al fine di decidere, in base agli scopi che ci si è preposti la risposta motoria più adatta da emettere.

                In fase d'apprendimento in psicologia cognitivista, si parla di teorie motorie della mente ossia di quelle teorie che evidenziano l'elaborazione attiva dell'informazione, dove i fattori principali legati all'attività mentale non sono più visti come un'acquisizione passiva degli stimoli ambientali, ma, al contrario, come un incessante processo di confronto attraverso il quale l'ambiente viene continuamente aggiornato dagli "input" di entrata. In poche parole l'esecuzione di un movimento non avviene passivamente (input-output), ma tramite l'elaborazione attiva dell'input, la costruzione della risposta motoria e l'output finale. Si può affermare che è un funzionamento basato su processi di feed-forward e di feed-back, dove l'informazione per essere efficace deve essere "confrontata e verificata con l'attività neurale centrale spontanea o corollaria".

                I nostri organi sensoriali sono quindi forniti di un meccanismo anticipatorio, definito feed-forward, per cui concorrono alla costruzione della percezione con la possibilità di correzione, o feed-back, più o meno rapida. Gli stimoli ambientali, così, vengono ricercati attivamente con una costruzione dei dati percettivi mantenendo, altresì, una propria autonomia evolutiva.

                Le teorie appena enunciate suggeriscono il fatto che l'esistenza di andamenti cognitivi preconsci, con funzioni anticipatorie, sono tali da facilitare la successiva focalizzazione dell'attenzione selettiva cosciente.

                In poche parole si attuano tutti quei processi mentali, ossia quei meccanismi che il cervello umano mette in atto per recuperare le informazioni dall'ambiente, al fine di confrontarli in base alla propria autoreferenzialità. Infatti Si sa che alcune informazioni sono preprogrammate nel nostro bagaglio genetico, altre sono acquisite con l'eperienza.

                Ma essenzialmente si sa che tutte queste informazioni acquisiscono valore in base alla realtà soggettiva che ognuno di noi si costruisce essenzialmente in base alle emozioni che si vivono di volta in volta. Emozioni negative danno input negativi ed emozioni positive danno input positivi. Emozioni ed input, quindi, interagiscono al fine di costruire la realtà del soggetto, e questo è di basilare importanza per comprendere totalmente le leggi dell'apprendimento. Un tecnico deve sapere che i risultati dell'insegnamento spesso dipendono dalla soggettività del singolo allievo.

                L'attività cognitiva dell'uomo è, quindi, vista come un'elaborazione attiva dell'informazione. Si sa, anche, che l'elaborazione dell'informazione, caratteristicamente, è estremamente flessibile, ossia si può scegliere lo stimolo da elaborare e, quindi, decidere come elaborarlo.

                Si pensa che l'attenzione si comporti in maniera assai simile ad un filtro, elemento che lascerebbe passare esclusivamente l'informazione che proviene dal canale sul quale e stato sintonizzato per permetterne l'elaborazione. Nel gioco complesso che viene attivato al fine di elaborare risposte motorie adeguate all'ottenimento del gesto motorio si devono inoltre considerare gli aspetti non certo minori che vengono esercitati dal funzionamento della memoria. Quando parliamo di memoria scopriamo che la stessa non viene utilizzata esclusivamente nelle operazioni che implicano il riconoscimento degli stimoli in entrata oppure nelle operazioni decisionali necessarie nell'attività motoria, ma anche come mezzo di conservazione dei programmi motori (memori a lungo termine) e di controllo dei movimenti (memoria a breve termine). In poche parole quando un allievo riceve degli stimoli, questi passano in prima istanza attraverso una prima memoria definita sensoriale, che dura circa 200/300 ms, per poi passare nel magazzino di lavoro, o memoria a breve termine (circa 20"), per organizzare la risposta motoria più adatta. La ripetizione in allenamento di tale situazione crea una nuova serie di stimoli che verranno immagazzinati nella memoria a lungo termine. In allievi giovani ed inesperti notiamo che la velocità di elaborazione di tali stimoli è molto più lenta di quella effettuata da atleti più esperti.

                Questo avviene, in parte, perché gli stimoli immagazzinati nella memoria a lungo termine vengono recuperati con più difficoltà ed in parte per l'incapacità di riconoscere ed elaborare lo stimolo acquisito.

                Più si diventa padroni del movimento più si vedrà che il susseguirsi di tali movimenti diventa, a quel punto, automatico, come quello di un musicista che non segue il movimento delle sue mani ma l'intera melodia. Si ha, in poche parole, una concentrazione sull'azione globale della prestazione, che altro non è che l'esecuzione automatizzata dei movimenti annullando del tutto l'attenzione sui movimenti in maniera analitica.

                Risulta, inoltre, rilevante ed interessante conoscere ciò che l'allievo sente, pensa od immagina nel momento in cui sta eseguendo il suo gesto tecnico. In poche parole capire cosa effettivamente sta sotto il suo controllo cosciente e che cosa viene eseguito automaticamente, su quali percezioni egli si basa durante la valutazione della propria prestazione, e come venga realizzato nell'insieme il controllo sui movimenti.

LE MOTIVAZIONI

Per quanto la motivazione a fare sport deve essere presente nel profondo di un atleta, che ad essa può ricorrere nei momenti di difficoltà, in quanto sempre sua alleata.

Per motivazione si può intendere la causa di un comportamento, ossia ciò che può determinare il manifestarsi, la forza, la direzione e la persistenza di un comportamento. Termini, comunemente usati, quali bisogni, istinti, motivi, desideri, ecc., sono indicati spesso per spiegare le azioni di un individuo. Si ritiene, quindi, che i motivi e le emozioni provvedano ad incentivare l'impulso ad agire.

Le motivazioni originano dai bisogni dell'essere umano e quelle che spingono a praticare sport, sono le stesse che sostengono l'individuo nel suo sviluppo psicologico. Maslow, psicologo umanista, ha ipotizzato una graduatoria dei bisogni mettendo al posto più alto il movimento:

movimento: l'esigenza di cambiare la posizione nello spazio

fantasia: l'esigenza di immaginare, rappresentare, sognare ad occhi aperti

costruzione: il bisogno di uno scopo da perseguire per lasciare una traccia del proprio passaggio

esplorazione: l'esigenza interiore di ricerca di situazioni nuove e stimolanti

avventura: la necessità di provare cose nuove, in parte rischiose che generano anche conflitti e tensioni emotive e comportano capacità di impegno, sforzo, coraggio

affermazione: la necessità di ottenere successo e gratificazioni personali

aggressione: l'esigenza di emergere, dominare, prevalere sull'altro inteso come  estraneo contrapposto a sé

nutrizione: bisogno legato alla sopravvivenza

sessualità: il desiderio di conoscere, di avere rapporti ed intimità con un partner

socialità: il bisogno di avere rapporti con gli altri.

Tutte queste motivazioni vengono vissute inconsciamente nello sport, in particolare il movimento, il gioco, l'aggressività competitiva.

In campo sportivo le motivazioni sono molteplici e spesso si intersecano fra di loro.

Gli aspetti principali sono riconducibili al bisogno di movimento, ossia il ricercare soddisfazione attraverso le sensazioni cenestesiche, ed al bisogno di affermazione.

L'affermazione di se stessi, per mezzo dello sport, può esprimere il bisogno di trovare il senso della propria esistenza, diventare consapevoli dei propri limiti, restituire al corpo la sua importanza, potersi imporre sugli altri, aver prestigio.

Due sono le grandi classi di studio motivazionale nello sport: le motivazioni primarie e le motivazioni secondarie.

Nelle motivazioni primarie si riconoscono il gioco e l'agonismo, tra le attività maggiormente gratificanti per l'uomo. Il gioco è un'attività fondamentale ed è comune a tutti gli individui. A livello biologico aiuta a ripristinare l'equilibrio neuro-dinamico mediante una scarica motoria, risultando come un'attività libera e piacevole, che aiuta lo sviluppo di tutte le componenti psico-fisiologiche dell'uomo.

L'agonismo risponde all'esigenza di misurarsi con la natura, con se stesso e con gli altri.

Accanto agli aspetti primari, per quanto riguarda la motivazione sportiva, si presentano fattori secondari, il cui grado di presenza e significato varia da atleta ad atleta in base alla sua personalità ed al suo essere disabile o no.

Possono essere identificati come:

1) fattori psico-biologici: hanno origine dalla costituzione dell'individuo, ossia dalle sue funzioni psico-vegetative. Sono divisi in omeostatici, ossia finalizzati a ripristinare l'equilibrio neuro-dinamico, ed autoplastici, connessi ai processi di crescita somatica.

2) fattori psico-patologici: aiutano il liberarsi di tensioni e conflitti intrapsichici. Sono suddivisi in: complesso di virilità, il desiderio di conformarsi ai modelli proposti come ideali dai media e dai luoghi comuni; narcisismo, smisurato amore verso se stesso; desiderio di potenza, opposizione agli altri attraverso l'ipertrofia del Sé per superare un senso di inferiorità; sentimento d'inferiorità, tentativo di compensare alcuni deficit di natura fisica o psichica con l'attività sportiva.

3) fattori socio-culturali: affiliazione, voglia di appartenere ad un gruppo; approvazione sociale, gratificazione dell'individuo all'interno del suo gruppo sociale; achievement, bisogno di affermazione come necessità di autorealizzazione; fattore economico, riconoscibilità del successo raggiunto attraverso il denaro; mobilità sociale, bisogno di elevazione sociale attraverso lo sport.

4) fattori psicologici: espressione di motivazioni strettamente collegate con gli aspetti emotivi di ogni individuo affettivi, comunicativi, individualizzanti, proiettivi, catartici, etici ed estetici. L'atleta interagendo con l'ambiente e con le proprie emozioni influenza le sue scelte di vita.

E' dimostrabile che una parte importante della pratica sportiva è principalmente in funzione della motivazione interiore e che quest'ultima risulta favorita da condizioni che stimolano l'autonomia o l'autodeterminazione.

Allo scopo, infine, di definire soggettivamente il successo o la motivazione intrinseca in ambito sportivo, è stata rilevata l'interdipendenza teorica ed empirica tra la prospettiva degli obiettivi, o modi, per giudicare la competenza di ognuno. Obiettivi orientati al compito incrementano la motivazione intrinseca, mentre obiettivi ego-orientati stimolano una riduzione della motivazione estrinseca.

IL GIOCO COME ELEMENTO PSICOPEDAGOGICO

 "... nel momento dell'azione, descrisse Ulrich, succede così: i muscoli e i nervi scattano e combattono insieme con l'Io; e questo - cioè il complesso di corpo, anima, volontà, insomma l'individuo nel suo insieme così come è definito e delimitato dal diritto civile - viene da nervi e muscoli preso su e trasportato leggermente, come Europa in groppa al toro; se così non è, se per disavventura il più piccolo raggio di riflessione attraversa quel buio, l'impresa fallisce sicuramente" (R. Musil).

Così, forse per la prima volta nella storia, Robert Musil, nella sua opera migliore L'uomo senza qualità, rendeva l'immagine dell'attività sportiva, anche sotto l'aspetto psico-sociologico, pur mantenendone, un'esposizione assai lontana dall'attuale scientificità d'approccio anche se sul piano linguistico categoriale.

Benché il significato dell'attività sportiva sia andato gradualmente modificandosi e specializzandosi, con il mutare delle società nel corso della storia, ha sempre avuto una valenza assai importante. Fin dalla sua prima comparsa l'uomo dovette imparare ad usare il suo apparato anatomico per adattarsi a luoghi sempre diversi e difficili, anticipando e controllando i movimenti dal punto di vista motorio, in modo che risultassero sicuri e sufficientemente agili. Tutto ciò aiutò l'ulteriore formazione dei sensi quali quello ottico e cenestesico e lo sviluppo delle capacità coordinative. Lo sport altro non era che un ripetersi di gesti giornalieri che simboleggiavano la caccia o la guerra.

Negli anni moderni lo sport ha vissuto svariate modificazioni. Basti pensare che sino a pochi anni fa lo sport era solo considerato quale veicolo di forza e di sviluppo narcisistico del proprio corpo. Infatti non a caso negli anni 30 in occasione delle XI Olimpiadi (Berlino, 1935), De Coubertin in un suo discorso dichiarò che "non si può essere seguiti se ci si adopera a sviluppare l'educazione fisica in nome dell'igiene e dell'estetica".

In tempi più recenti si è passati a vivere lo sport in funzione di aspettative meramente economiche portando lo sportivo a cercare in maniera ossessiva la vittoria con un aumento di pratiche non consone, quali il doping, alla reale filosofia del mondo sportivo.

Eppure lo sport, pratica che distingue ulteriormente l'uomo dalle altre specie animali, altro non è che l'espressione ottimale dei ritmi motori ed è di vitale importanza specie in quegli esercizi dove esiste una composizione plurima di fasi: ossia una successione di combinazione di movimenti.

Riprendendo e ribaltando il discorso di De Coubertin, si può dire che, a livello psicosociale, lo sport aiuta a sviluppare il corpo umano in nome dell'igiene e dell'estetica (intesa come qualità della vita). Sicuramente l'evoluzione delle capacità motorie è legato allo sviluppo dell'attività cerebrale, così come si può osservare nei primi giochi dei bambini che si confrontano con il mondo esterno facendolo oggetto della loro attività cognitiva.

Essendo lo sport una forma di gioco, caratterizzato da finalità agonistiche, non si può esimersi dall'analizzarlo, anche se non in maniera esaustivamente completa.

Il gioco, che è una delle motivazioni primarie e fondamentali dell'atleta, è stato per anni erroneamente relegato, dal pensiero comune, tra le attività esclusive dell'infanzia. Invece è un esigenza fondamentale per ogni essere umano indipendentemente dalla sua età o dalla sua cultura. Benché non sia facile definirlo si può, comunque, affermare, così come scrive Kant, che il gioco è piacevole in quanto si sottrae alle categorie temporali e quindi si contrappone all'attività lavorativa.

Il gioco, e quindi anche il gioco sportivo, ha una duplice funzione nella vita dell'individuo: da un lato esso rappresenta un mezzo di scarico delle energie fisiche e nervose attraverso l'attività motoria, dall'altro svolge una funzione terapeutica, come molti autori (Jung, Klein, Moreno, Perls, Polster) hanno sottolineato. Esso è uno strumento proiettivo, giocare vuol dire rappresentare, far presente, esporre, esternare, è come portare in scena una rappresentazione, permette l'espressione di pulsioni e fantasie e quindi il passaggio dall'isolamento dell'inconscio al contatto con l'ambiente, quindi alla relazione sociale dell'Io.

Il gioco osservato dal punto di vista fisiologico risulta positivo in quanto, grazie ad una liberazione di surplus energetico mediante una scarica motoria, ristabilisce l'equilibrio neuro-dinamico in modo da ottenere uno stato di quiete e, di conseguenza, la propulsione a ricercare nuovi stimoli.

Visto sotto altri aspetti lo si può definire un'attività che sviluppa la fantasia, come forma di espansione della personalità, un momento piacevole, in quanto si gratificano esigenze molto profonde di natura affettiva. In poche parole il gioco ha una notevole importanza educativa in quanto gli è affidato l'impegnativo compito di assecondare e promuovere i processi di maturazione dell'individuo. Osservandolo dal punto di vista psicodinamico possiamo affermare che il gioco, così come i sogni, può realizzare quei bisogni interni che nell'andamento quotidiano della vita devono essere rimossi o differiti nei loro appagamenti. Infatti l'attività ludica tende a realizzare quello spazio estremamente privato e fantastico senza sottomettersi alla formalità del quotidiano. E' qui che è possibile realizzare, avvalendosi della propria espressività corporea e di oggetti tra i più svariati, i contenuti più profondi del proprio inconscio. Per questo in fase evolutiva acquisisce un'importanza fondamentale sia a livello cognitivo che formativo ed affettivo. Sotto l'aspetto psico-pedagogico si è notato che i bambini, che spesso vengono frustrati nella loro immaginazione dall'educazione classica, apprendono meglio se vengono loro riconosciuti gli interessi ed il loro spazio vitale. Tramite il gioco crescono la creatività e l'intelligenza. In poche parole il gioco è il terreno privilegiato dove affondare produttivamente le radici del processo di apprendimento. Infine il gioco è anche lo strumento per far crescere socialmente il bambino.

Quando il bambino si trova fuori dai contesti famigliari incontra coetanei che hanno la sua stessa energia e gli stessi problemi, ed è con loro che inizia a vivere nuove esperienze e nuovi legami affettivi. E' il modo naturale per iniziare ad emanciparsi dai genitori e per trovare nuove realtà al di fuori della sfera ristretta della famiglia. E' con i coetanei, grazie al gioco, che il bambino può ricercare dinamiche affettive analoghe a quelle famigliari, ristrutturando gli stessi ruoli, oppure, nella maggioranza dei casi, ricercarne differenziate fondando gli affetti su basi diverse assumendo ruoli diversi da ciò che avviene in famiglia. Ad esempio se in una famiglia esiste una supervalutazione di un eventuale fratello maggiore, il bambino giocando, al di fuori del contesto famigliare, con i suoi coetanei si trova a vivere le stesse esperienze sia di successo che di insuccesso riequilibrando così il suo senso di inferiorità.

Stare tra coetanei è anche un modo per impossessarsi dei comportamenti degli adulti, per abituarsi al controllo della realtà imparando a responsabilizzarsi e ad accettare quelle regole morali e di comportamento che sono la base di una corretta socializzazione.

Il gioco è, quindi, un'attività molto importante e che serve ad assolvere molte funzioni:

esplorazione: il bambino osserva il suo ambiente e ne fa conoscenza manipolando e toccando i vari oggetti;

acquisizione di abilità fisiche specifiche: tramite i giochi di movimento e di precisione;

fortificazione dell'organismo: anche in questo caso tramite i vari giochi fisico-motori;

aumento del senso di sicurezza e di autostima: attività ludico motoria, giochi di precisione e giochi sociali;

socializzazione: giochi di gruppo;

appropriazione dei ruoli sociali e sessuali degli adulti: giochi simbolici e giochi sociali dove si instaurano i vari ruoli differenziati tra maschi e femmine;

acquisizione di abilità logiche: giochi di costruzione, di fantasia e di regole.

Analizzando questo piccolo elenco si può notare che l'attività ludica, spesso bistrattata o relegata ad una visione strettamente agonistica, è non solo corretta ma fondamentale.

In un processo formativo l'attività ludica riveste, per l'appunto, un ruolo fondamentale.

Nei bambini più piccoli, ad esempio, si può pensare ad una serie di giochi volti a sviluppare le capacità individuali e la socializzazione. Questa seconda parte potrà essere affrontata organizzando giochi in coppia dove non si dovrà puntare ad una cooperazione obbligata ma, organizzando situazioni sempre nuove, i bambini si troveranno ad adottare azioni comuni.

Con l'aumentare dell'età crescerà il bisogno di socializzazione tramite l'identificazione con i propri pari. In questa fase i giochi saranno sempre più complessi e potranno coinvolgere la totalità del gruppo. Inizieranno a fare la loro comparsa anche le "regole" che verranno seguite e difficilmente cambiate. Si creeranno delle squadre, si inizierà ad evidenziare anche l'aspetto agonistico, che altro non è che una forma più adulta e matura del gioco. Esempio di quanto esposto ora lo si può trovare in quelle situazioni che si attuano in palestra, o all'aperto, dove si formano squadre per confrontarsi, in gruppo, in giochi che al tempo stesso sviluppano quelle capacità coordinative fondamentali nella crescita. Nel gioco il bambino imita l'adulto, ma evitando al tempo stesso le responsabilità dell'adulto: quando il bambino gioca i confini tra fantasia e realtà sono aboliti, crea situazioni immaginarie che affronta e padroneggia, riuscendo in tal modo a sopportare e superare l'ansia delle situazioni reali.

Compito dell'istruttore, in questo caso, sarà quello di abituare l'allievo a vivere in modo tranquillo e non traumatico questo nuovo salto di qualità. Rendere l'agonismo un qualcosa di strano che non è più gioco ma qualcosa di diverso potrà portare il futuro atleta a vivere lo sport in maniera negativa ricercando con altre vie (doping) la propria realizzazione.

L'AGGRESSIVITA' COMPETITIVA

Alla base del comportamento agonistico, ci sono i bisogni di affermazione, il desiderio di emergere e di rassicurarsi circa le proprie capacità, in sintesi l'agonismo è un comportamento aggressivo, intendendo l'aggressività nella sua accezione positiva di assertività, ovvero la capacità di modificare l'ambiente rispetto alla possibilità di prendersi uno spazio vitale e impadronirsi delle cose.

L'essere umano sviluppa una certa dose di aggressività fin dalla nascita, la stessa nascita è un evento aggressivo, per uscire da un contenitore (utero materno) il bambino deve "rompere" qualcosa o comunque forzare una situazione di staticità, lo stesso vale per la fase della masticazione, per nutrirsi bisogna frantumare con i denti il cibo necessario all'alimentazione, infine, anche il pianto, come modalità di comunicazione volta a richiamare l'attenzione su di sé, ha una componente aggressiva.

L'aggressività quindi è necessaria per  la conservazione della specie, è legata alla vita (pulsione di vita), infatti l'aggressività non espressa può portare a comportamenti autolesionistici, fino ai limiti estremi del suicidio (pulsione di morte) .

Soprattutto nel caso di persone con handicap acquisito il senso di sconfitta nei confronti della vita è molto forte e il desiderio di autoaffermazione può esprimersi mediante la rabbia, l'ostilità, i comportamenti aggressivi e i sentimenti di rivalsa verso gli altri.

Ma l'aggressività necessaria alla persona disabile per affermare se stessa in un ambiente competitivo, e quindi non propriamente favorevole, può essere espressa in forma ritualizzata nello sport, che diventa campo di allenamento non solo fisico ma anche psicologico.

L'aggressività competitiva viene canalizzata nello sport agonistico: confrontandosi con degli avversari, c'è la possibilità di ingaggiare una lotta e quindi di rivaleggiare per vincere, nel rispetto delle regole, senza che ne consegua una distruzione dell'altro e quindi la violenza. Si impara inoltre ad accettare la sconfitta, a gestire la rabbia derivante dalla frustrazione e a non lasciarsene sopraffare.

La sconfitta non esiste senza vittoria, è l'altra faccia della medaglia, vista in questa prospettiva essa diventerà uno stimolo per progredire, con conseguente rafforzamento dell'autostima per disabili e non.

LA COMUNICAZIONE

Un aspetto di notevole importanza nel lavoro di un educatore sportivo è la comunicazione.

Il corpo, come già espresso inizialmente, svolge anche una funzione comunicativa, inizialmente la madre ed il bambino comunicano attraverso scambi corporei, vocalizzi, sguardi, pianto e sorrisi, modificazioni toniche e posturali, successivamente la frustrazione derivante dall'assenza della madre genera il pensiero che riempirà questa mancanza e farà insorgere nel bambino il desiderio di comunicare. Al dialogo tonico si aggiungerà quello gestuale, la postura diventerà movimento via via sempre più complesso in relazione anche allo spazio e al tempo, parametri base per il successivo sviluppo del linguaggio parlato. Dalla comunicazione dipendono sia le fasi dell'apprendimento che quelle relazionali con il conseguente cambiamento comportamentale motorio e di un allievo, nella direzione auspicata dall'allenatore, e di soggetti operanti all'interno di un gruppo.

Avere una situazione attentiva sull'aspetto comunicativo non significa trascurare altri importanti aspetti di carattere psicologico quali la determinazione, la motivazione, l'ansia etc., ma semplicemente affrontare prima un elemento che può orientare il rapporto tra due persone in senso positivo o negativo. Bisogna aggiungere inoltre, che negli sport individuali questo rapporto è sicuramente più stretto, diretto e coinvolgente rispetto agli sport di squadra.

La comunicazione è l'atto legato al passaggio di un certo materiale, noto ad uno, verso altri soggetti che si vogliono rendere edotti in tal senso. E', quindi, un qualcosa che non si fa a spese degli altri ma in collaborazione con gli altri. La comunicazione si definisce sempre a due vie, ossia colui che comunica riceve un feedback dagli altri. Anche quando si impartisce un ordine il feedback è dato dal fatto che questo può essere eseguito oppure si nota il rifiuto all'esecuzione.

La classificazione classica prevede che la comunicazione venga divisa in "verbale" (CV) e "non verbale" (CNV). Secondo molti autori l'aspetto verbale della comunicazione incide per circa il 7% del messaggio inviato, mentre il rimanente 93% si compone dei vari aspetti non verbali basati sul tono ed utilizzo della voce (messaggi paraverbali) e sul linguaggio del corpo (postura assunta durante il colloquio).

La CV avviene quando una persona (che chiamiamo Emittente) esprime un concetto (che definiamo Messaggio) ad un terzo soggetto (chiamato Destinatario). Questi passaggi non avrebbero nessun significato se colui che invia il messaggio non valutasse il contesto sociale in cui opera, al fine di trovare un contatto reale, scegliendo il codice comunicativo più idoneo.

Comunic-azione vuol dire letteralmente azione in comune. L'azione rappresenta l'identità di una persona nel momento in cui si trova di fronte ad un'altra persona quindi si estrinseca all'interno di una relazione io-tu-ambiente. L'azione può esprimersi a diversi livelli corporeo, sensorio, emozionale, immaginativo, cognitivo-verbale ed è importante, all'interno della relazione prestare attenzione all'agire della persona stessa, ma anche a quello dell'allenatore. Si cercherà attraverso l'allenamento di far vivere al soggetto un'esperienza relazionale positiva a diversi livelli al fine di raggiungere l'obiettivo prefissato.

Tutti i soggetti dovranno quindi sviluppare la consapevolezza, momento per momento all'interno di quella relazione, dei propri vissuti corporei, sensori, emozionali, immaginativi, cognitivi.

La comunicazione, inoltre, può essere efficace o ostacolata a seconda di come gli stati emozionali dell'Io, secondo la teoria transazionale, entrano in relazione.

Secondo questa teoria il nostro Io è suddiviso in tre parti: genitore (normativo), adulto (logico) e bambino (emozionale).

Per Stato dell'Io si intende un'insieme di pensieri e vissuti emotivi, e quindi dei comportamenti riferiti a uno specifico momento o aspetto della vita della persona (figura 4).

Lo Stato dell'Io Adulto è la manifestazione della propria parte adulta, cioè di quella dimensione dell'Io che è in contatto cognitivo e affettivo con il "qui e ora".

Lo Stato dell'Io Genitore corrisponde alla parte genitoriale introiettata e si esprime all'esterno riproponendo modelli comportamentali che l'atleta ha incorporato dalle differenti figure genitoriali con cui è stato o è in contatto (dalla mamma all'allenatore a un compagno di squadra particolarmente carismatico). All'interno lo Stato dell'Io Genitore si manifesta sotto forma di ordini, divieti, incoraggiamenti, minacce che l'atleta ha incorporato da fonti esterne e che ripropone a se stesso in un dialogo interno.

Il terzo Stato dell'Io è lo Stato dell'Io Bambino, costituito dalle esperienze arcaiche vissute e immagazzinate dall'atleta nei suoi anni formativi.

Quando si comunica si invia a livello verbale un messaggio a proposito del "qui ed ora". Nel contempo passa un altro messaggio, di solito del tutto inconscio, ed è un messaggio di tipo transferale. Vedendo nell'allenatore una figura in qualche modo genitoriale, ossia protettiva, si cerca di stabilire con lui un tipo di relazione che è in qualche misura ripetitiva, per similitudine o per opposizione, alla relazione che una persona ha avuto con uno dei genitori reali. Alla base di ogni forma di interazione esiste come unità di rapporto sociale la "transazione". Una transazione consiste di due "unità di riconoscimento" o "contatti". Sono chiamate transazioni piuttosto che interazioni perché sia l'una che l'altra persona coinvolta ottengono qualcosa in cambio, non foss'altro che un breve segno di riconoscimento. Ma ciò una persona (così come il suo interlocutore) cerca è il rinforzo alla propria identità, un sostegno al suo tipo di equilibrio psicosomatico.

21/01/2010 18:25 ucha #. sin tema Hay 1 comentario.

Nuoto e disabilità: aspetti psicologici (II)

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Diego Polani, Isabella Ottavi

(Cattedra di Psicologia dello Sport, Facoltà di Medicina di Firenze, corso di Laurea in Scienze Motorie)

figura 4- Gli stati dell'IO (da Neuroscienze e sport - UTET)

In Analisi Transazionale l'analisi delle transazioni si fa a partire dall' individuazione dei specifici Stati dell'Io impegnati.

Inoltre c'è un ulteriore passaggio che può esprimersi coinvolgendo anche altri stati dell'"Io", ed in questo livello l'atto del comunicare viene solitamente espresso con la CNV attraverso gesti, atteggiamenti del corpo, tono della voce, e rappresenta il reale livello psicologico della comunicazione.

Questi tre livelli, verbale, transferale e psicologico, esistono in tutte le comunicazioni e vengono mostrati tramite la CV e la CNV. E' importante tener presente che un gesto fatto con il capo, magari di diniego, non è necessariamente una metacomunicazione, cioè non è di per sè un messaggio a proposito del messaggio verbale; forse è la risposta che il soggetto effettua ad un dialogo interno che si sta svolgendo parallelamente alla comunicazione. Se, per esempio, l'istruttore dice: "Oggi questo esercizio mi è veramente piaciuto!" e sta dicendo "No" con il capo, quello che succede è che l'allievo riceve un "No" dall'altro e tenta di decodificare, modificandolo, quel "No". Istintivamente ed inconsciamente potrà tradurre il tutto con: "non è vero che gli è piaciuta la mia prestazione" e comincerà a formulare ipotesi su "Perché non è piaciuta la mia prestazione?".

Di fatto quello che può succedere è che a livello di dialogo interno, il tecnico si sta dicendo qualcosa del tipo "Avevo sbagliato il mio giudizio precedente". Quindi quel "No" della testa non è riferito al messaggio verbale effettuato, per cui non è un diniego, ma è un diniego nei confronti dell'elaborazione fatta precedentemente nei confronti dell'atleta.

Il problema a questo punto diventa relazionale. L'atleta, come l'allenatore, non ha alcun modo di sapere, come nessun altro del resto, cosa succede nella mente dell'altro. Però possiamo aiutare le persone con la comunicazione ad imparare a chiedere piuttosto che continuare a perseguire la non-comunicazione con l'ausilio dell'interpretazione.

Osserviamo un altro aspetto emozionale. L'atleta vive i suoi successi, od insuccessi, con intensità emotiva, creandosi inconsciamente, a livello cognitivo, un dialogo interno. E' importante sapere che il dialogo interno che ognuno si costruisce può essere positivo, quindi valutante, o negativo, quindi svalutante. La maniera in cui si parla o si agisce con l'atleta sarà quindi vissuta o costruttivamente o distruttivamente.

Se recuperiamo la parte iniziale di questo scritto non si può fare a meno di valutare la comunicazione in base agli assiomi della PNL (Programmazione Neurolinguistica) che afferma che ogni comportamento (linguaggio, movimento degli occhi, variazione del tipo di respirazione, cambiamento del colorito della pelle, ecc.) è una trasformazione dei processi neurorali interni pertanto esso fornisce informazioni su questi processi. In poche parole non si può non comunicare, ogni comportamento è comunicazione. Si ricava una chiave essenziale per la comprensione del comportamento umano che pur sembrando bizzarro e sconclusionato è il risultato della mappa interna che ognuno in base alle proprie esperienze ed emozioni si è creato. E' dunque importante vedere il comportamento della persona nel contesto in cui esso è generato.

La PNL nasce come un modello adatto allo studio della esperienza soggettiva umana, utile per una comunicazione efficace e per una guida nei processi di cambiamento comportamentale, all'inizio degli anni settanta da una brillante ricerca di R.Bandler e J.Grinder volta a sistematizzare un modello di comunicazione efficace ed eccellente.

La PNL è il prodotto di una geniale sintesi di contributi tratti dalla psicoterapia, dalla cibernetica, dalla neurologia e dalla teoria dei sistemi. È diventata la disciplina che studia oltre che la comunicazione interpersonale, la struttura dell'esperienza soggettiva.

Utilizzando i suoi principi è possibile descrivere qualsiasi comportamento in modo sintetico e al tempo stesso dettagliato e ciò permette di indurre rapidamente trasformazioni profonde e durevoli sia nel singolo individuo che nel interazione tra due o più individui.

Bandler e Grinder hanno chiamato il loro modello Programmazione Neuro Linguistica;

PROGRAMMAZIONE: ogni persona ha i suoi propri "programmi" di funzionamento che sono riconoscibili ed elaborabili;

NEURO: tali "programmi" sono i prodotti di particolari modalità di funzionamento "neurologico";

LINGUISTICA: i "programmi" sono riconoscibili perché rappresentati ed espressi nei "linguaggi" (verbale, para verbale, non verbale) con cui ogni persona si esprime.

L'assunto base della comunicazione è che è impossibile non comunicare poiché ogni comportamento è comunicazione. Di fatto ogni comportamento, essendo il prodotto della elaborazione che avviene attraverso complessi processi neurologici e psicologici è la manifestazione esterna di essi e rappresenta una informazione, un messaggio.

I microcomportamenti (movimenti oculari, cambiamenti di colore della pelle, modificazioni del respiro ecc.) danno importanti informazioni sulla persona e un attento osservatore è in grado di ricevere molte più informazioni di quanto il comunicante stesso pensi di trasmettere.

Queste variazioni nella fisiologia, a differenza di quelle macrocomportamentali (movimenti del corpo, linguaggio) sono al di fuori del controllo volontario del soggetto e quindi difficilmente falsificabili. Un buon comunicatore, a differenza di quanto comunemente si pensa, è colui che è in grado di ricevere il maggior numero di informazioni possibili e non colui che è in grado di darne; maggiori sono le informazioni che si ricevono maggiori sono le possibilità che si hanno per adattare la propria comunicazione in modo da ottenere gli obiettivi prefissati.

La comunicazione, e di conseguenza la relazione tra due o più soggetti, può essere considerata come un "sistema" di feedback all'interno di un sistema cibernetico in cui il feedback ricevuto, in termini macro e micro-comportamentali, influenza la comunicazione successiva.

Per sistema si intende un insieme di elementi vincolati da una relazione tale per cui una variazione in uno dei singoli elementi si ripercuote sull'intero sistema. Per sistema cibernetico si intende un sistema che si autoregola attraverso messaggi retroattivi (feedback).

In un atto comunicativo, E (l'emittente) emette un segnale, (comportamento esterno [C.E.]), che rappresenta un input che viene colto dall'apparato sensoriale (A.S.) di D (il destinatario) e che successivamente viene elaborato generando uno stato interno (S.I.). Quest'ultimo genererà in D un comportamento esternamente rilevabile da E (output per D, input per E). Questa risposta verrà colta dall'apparato sensoriale di E, e costituirà il feed-back che influenza la comunicazione successiva. Una conseguenza di ciò è che qualunque cosa avvenga all'interno di un atto comunicativo è dipendente dal comportamento di entrambi i comunicanti; e ciò implica che dobbiamo assumerci la responsabilità di quello che avviene, e che non possiamo credere che tutto dipenda solo dall'atteggiamento dell'altro.

Purtroppo spesso ci si trova di fronte ad una resistenza apparentemente irrazionale, ma che alla luce di quanto esposto potrebbe diventare oggetto di riflessione. Il corretto atteggiamento di un buon comunicatore in questi casi è quello di porsi la domanda: "cosa posso fare IO perché il mio interlocutore si motivi a seguire le mie istruzioni?"

Come si è più volte sottolineato tutto ciò che noi consideriamo (il nostro universo interno, il nostro modo di vedere la realtà e di interagire con essa) è creato da una elaborazione mentale di ciò che percepiamo attraverso i nostri cinque sensi ed ulteriormente elaborato dalle emozioni che stiamo vivendo in quel momento. Questa elaborazione mentale non è altro che il nostro modo di vedere il mondo, e cioè lo schema-guida dei nostri comportamenti. Il modello del mondo che ci creiamo lo possiamo considerare metaforicamente come una mappa, una carta geografica riferita al territorio che essa rappresenta (il nostro territorio). Quindi come in una mappa non è il territorio quello rappresentato, così il nostro modo di vedere la realtà non è la realtà stessa. Le persone costruiscono la propria mappa del mondo elaborando, attraverso complessi processi neurologici, dati provenienti da contesti ambientali, culturali, familiari, e personali.

L'individuo, letteralmente immerso in un fiume di input sensoriali, ha a disposizione una serie di filtri che gli permettono di acquisire in maniera selettiva dall'ambiente le informazioni utili alla sua sopravvivenza.

Questi filtri sono di tre tipi:

1)            Fisiologici, dovuti alle limitazioni geneticamente determinate degli organi di senso che ci permettono di percepire solo una piccola porzione dei fenomeni fisici che ci circondano;

2)            Socio-culturali, derivanti dall'appartenenza ad un gruppo etnico, ad una zona geografica, o ad una determinata cultura. Particolare importanza assume in questo caso il linguaggio: tutti i linguaggi sono ricchi di terminologie che permettono una differente capacità discriminativa;

3)            Personali, che rendono il modello del mondo di ogni persona squisitamente unico, come unica è la sua storia ed il suo vissuto esperenziale. Il modo di "archiviare" i dati nel proprio cervello, di strutturare la propria esperienza, è decisamente personale, ed influenza il modo di vedere le cose del mondo e di percepire l'impatto l'emotivo delle situazioni esperenziali. Questo significa che noi siamo gli artefici della nostra realtà ed è l'idea che noi ci facciamo del mondo che determina le nostre scelte, il nostro modo di agire nel mondo e sul mondo. Sia che si debba scegliere cosa mangiare a pranzo o che si debba prendere una decisione di grande importanza, ogni nostro atto è determinato dalle nostre convinzioni sulla realtà e su noi stessi in rapporto ad essa. I meccanismi che intervengono nel nostro modo di creare la mappa del mondo possono essere identificati nei tre seguenti:

Generalizzazione

Cancellazione

Deformazione

Se da un lato l'uso di queste modalità ci permette di costruire una mappa di elevata esattezza, dall'altro un loro utilizzo non corretto può risultare così limitante da impoverire enormemente la nostra esperienza del mondo.

Generalizzazione: si parla di processo di generalizzazione quando una specifica esperienza viene estesa fino a diventare rappresentativa di quella categoria di esperienze a cui si riferisce. Questa modalità ci consente di utilizzare al meglio le risorse messe a disposizione dalle esperienze passate immagazzinate nella nostra memoria, per risolvere problemi simili in situazioni apparentemente uguali.

Ad esempio il bambino reagirà con gioia di fronte ad una gara, dopo che ne avrà effettuate una certa quantità e vivendole come positive per la sua prestazione. Peraltro la generalizzazione può diventare un meccanismo limitante come nel caso dove l'eterna capacità di vincere una gara diventa demotivante e priva di significati emotivi, oppure dove si è vissuta un'esperienza negativa e concludere che quel tipo di esperienza è sempre negativa.

Cancellazione: è il meccanismo attraverso il quale prestiamo attenzione ad alcuni aspetti della nostra esperienza e ne scartiamo altri, potendo così utilmente orientarci nell'enorme quantità di dati che ci provengono dal mondo esterno. Un tipico esempio è quello del nuotatore che tende a non distrarsi udendo urla e rumori, per quanto forti siano, ma che è in grado di reagire, ossia smettere di nuotare e prestare l'opportuna attenzione, anche al più flebile richiamo del proprio allenatore.

Deformazione: questo meccanismo ci permette di trasformare letteralmente la realtà, facendo in modo che si applichino significati alterati alla percezione sensorialmente basata del mondo reale. Famosa è l'esperienza in cui venne fatto osservare ad un gruppo di studenti un mazzo di carte con i segni picche in rosso ed i segni cuori in nero, e nessuno di loro notò alcunché di strano. Altro caso estremo di distorsione può essere considerato quello del paranoico che interpreta tutto ciò che proviene dagli altri come ostile.

In conclusione si può asserire che le stesse facoltà che ci permettono di organizzare la realtà nella maniera per noi più creativa e proficua, possono portarci ad una visione estremamente impoverita del mondo, molte volte causa di infelicità e insuccesso personale.

Le difficoltà che si incontra non si trova nella realtà bensì nella mappa del mondo che ci si è costruiti. Ne deriva che la soluzione dei problemi non sta nel titanico ed inutile tentativo di cambiare la realtà esterna bensì in precise operazioni mentali che ci consentono di riorganizzare l'esperienza che abbiamo del mondo ed accedere a nuove alternative.

Relazione, comunicazione, comportamento e mappa sono dunque collegati!

Per quanto strano ed assurdo possa sembrare, ogni comportamento umano assume un preciso significato quando venga riferito alla mappa da cui deriva. Addirittura possiamo dire, considerando i processi di mappatura della realtà che ciascuno fa, che la scelta, tra quelle che considera in quel dato momento possibili, risulta essere la migliore.

Per la PNL cambiare significa essere "flessibili", cioè poter disporre in ogni contesto di un numero più possibile elevato di alternative.

Come diventare un buon comunicatore?

Come già precedentemente accennato, la PNL ci mette a disposizione risorse che ci permettono di passare da una situazione problematica alla sua risoluzione. Le tecniche utilizzate in PNL e sviluppate nel corso degli anni da numerosi terapeuti le possiamo considerare come vere e proprie risorse.

Sebbene la PNL ci offra tecniche specifiche di intervento, occorre mantenere in primo piano non tanto l'aspetto tecnico, quanto piuttosto il rispetto della peculiarità del soggetto e quindi contestualizzare la tecnica prescelta.

È importantissimo quindi saper rapportarsi alla persona che si ha di fronte al fine di comunicare nel modo più adeguato. Questo è possibile farlo attraverso tre azioni fondamentali: i tre verbi chiave della PNL:

1)            OSSERVARE cioè rilevare attentamente gli elementi che ci consentono di comprendere la mappa dei nostri interlocutori al fine di

2)            RICALCARE/RISPECCHIARE tanto da creare con essi il necessario feeling che ci consenta di

3)            GUIDARE cioè di agire in modo mirato e consapevole sulla situazione per raggiungere gli scopi che ci siamo prefissati (obiettivi).

Gli esseri umani entrano in contatto con la realtà che li circonda attraverso i loro cinque sensi, e tra questi soprattutto grazie ai canali visivo, auditivo e cenestesico. La percezione del reale, momento per momento, è una combinazione di informazioni provenienti dai diversi canali sensoriali.

Quindi non possiamo parlare di realtà ma di personale percezione della realtà che chiameremo rappresentazione mentale della realtà.

Tutti i contenuti mentali sono codificati con modalità sensoriali ed espressi rivelano una struttura sensorialmente basata. Questa è la struttura che interessa colui che adotta la PNL per comunicare. La PNL non si interessa tanto del contenuto del messaggio, quanto piuttosto del processo, con il quale il messaggio è stato costruito. Questo processo è quel elemento che ci può far comprendere le sequenze degli avvenimenti interni di una persona in un determinato momento.

Ogni persona ha la tendenza a privilegiare l'utilizzo di un canale sensoriale rispetto agli altri sia nell'organizzare i dati di elaborazione interna delle sue percezioni sia nel comunicare con gli altri. Solitamente ogni persona usa il canale in cui mostra una capacità discriminativa migliore. Si pensi ad esempio ad un musicista, che privilegerà il canale auditivo, un fotografo invece privilegerà quello visivo, mentre un fisioterapista privilegerà quello cenestesico. I fattori che condizionano la scelta preferenziale sono probabilmente di ordine genetico, certamente di tipo culturale e familiare, ma sicuramente dipendenti dalla storia personale e dalle abitudini che ogni persona ha acquisito.

È importante identificare il canale sensoriale preferito di una persona ed utilizzarlo per comunicare con lei, muovendosi così su un terreno comune. Se due persone non utilizzano lo stesso canale può accadere che in pratica non si comunichi.

Uno degli obiettivi della PNL è quello di aiutare colui che grazie alla comunicazione vuole ampliare lo sviluppo delle proprie abilità sensoriali, che solitamente si utilizzano molto al di sotto degli effettivi limiti fisiologici.

La PNL ci mette a disposizione metodi che ci consentono di andare ad attingere da questo grosso magazzino di informazioni inconsce, che in pratica significa espandere l'acuità sensoriale, discriminare con una maggior ricchezza di dettagli, di precisione, ampliare la propria mappa, e quindi avere più informazioni sulla mappa dell'altro.

I dati possono essere percepiti da comportamenti, verbali o non verbali, particolarmente evidenti, normalmente consci per chi li pone in atto, ma anche da comportamenti meno evidenti, alle volte difficilmente percettibili, come per esempio i movimenti oculari, i cambiamenti di colorazione della pelle, le tensioni muscolari, il respiro, ecc. Questa categoria di comportamenti è, come già affermato, messa in atto inconsapevolmente dalla persona, e proprio per questo particolarmente significative al fine di conoscere le modalità strutturali della mappa interna della persona stessa. Osservare i comportamenti esterni di una persona significa poter accedere a quella specifica esperienza interna che li ha determinati.

La PNL sottolinea l'importanza dell'osservazione durante una comunicazione. Accorgersi di ciò che sta avvenendo nell'interlocutore (calibrare quindi l'altrui comportamento) è condizione indispensabile per superare qualsiasi ostacolo comunicativo. Il concetto di calibrazione è la spiegazione dell'osservazione di quelle piccole variazioni comportamentali che possono essere correlate all'esperienza interna della persona stessa e utilizzate come feed-back per una nostra ulteriore comunicazione.

Uno degli strumenti che possiamo affinare è la capacità di ascoltare quali predicati verbali (verbi, sostantivi, aggettivi, avverbi) vengono utilizzati in un discorso al fine di avere indicazioni sul sistema che tale persona sta utilizzando in quello specifico momento.

Ad esempio una persona che usa un sistema di tipo visivo, può pronunciare frasi come: "È chiaro che...., l'immagine che mi faccio di questo esercizio....., è illuminante sapere che....., ecc.". Una persona che utilizza il sistema cenestesico potrà dire: "Sento che siamo caduti in un problema...., non riesco ad afferrare il concetto di questo esercizio durante l'allenamento...., ecc. Uno che invece usa prevalentemente il sistema auditivo dirà: "Mi sto chiedendo se è il caso...., le tue parole mi suonano strane....., ecc.".

I predicati ci danno indicazioni su "come" la persona sta funzionando a livello neurologico in quel preciso momento ed è importante sapere che gli stessi predicati sono delle modalità espressive che ci danno informazioni su come una persona sta vivendo quella situazione.

L'uso di un determinato canale in quel preciso momento, può essere scelto per "simpatia" (rispecchiamento, inconscio), per esigenze di contenuto, per la preponderanza di particolari stimoli in una certa situazione (ad esempio visivi piuttosto che cenestesici).

Il canale preferito viene definito sistema rappresentazionale principale e conoscerlo significa avere importanti informazioni sulla "mappa" del soggetto al fine di ricalcarne i comportamenti.

Ricalcare significa utilizzare tutte le informazioni che abbiamo raccolto per "parlare la lingua" della persona con cui vogliamo entrare in rapport. Il ricalco può avvenire a diversi livelli: a livello dei valori della persona, delle convinzioni, o semplicemente del comportamento, ed in questo caso si parla di rispecchiamento. Il rispecchiamento si può attuare a livello verbale, utilizzando il sistema rappresentazionale principale della persona, e le sue micrometafore; a livello paraverbale rispecchiando tono, volume, ritmo dell'eloquio; a livello non verbale cioè posturale, e in questo caso può essere indifferentemente diretto o speculare.

Un tipo di rispecchiamento molto potente e difficilmente individuabile è quello del respiro; meglio ancora se viene attuato in modo incrociato e cioè ad esempio rispecchiando il ritmo respiratorio con un movimento di un dito o di una mano. Ovviamente il rispecchiamento non deve essere evidente; esso risulta più elegante quando non è individuabile e perciò assume aspetti di maggiore efficacia se eseguito in tale modo riprendendo solo alcuni comportamenti.

Una volta entrati in rapport si può smettere di ricalcare o farlo di tanto in tanto e cominciare a guidare la persona prima a ricalcarci per poi raggiungere l'obiettivo che ci siamo prefissati.

Tutto quello che abbiamo spiegato fino ad ora, ci rende l'idea di come un individuo strutturi la propria esperienza soggettiva. E' attraverso quest'ultima che genera i propri comportamenti, per non dimenticare che l'esperienza soggettiva sta alla base anche delle nostre emozioni, capacità, convinzioni, valori, identità.

Basti ricordare, comunque, che uno dei grandi segreti della comunicazione sta nel porsi di fronte ad un altro individuo con la predisposizione di animo di voler imparare, cosa che, ad esclusione del periodo infantile, può risultare stranamente difficile!

Considerando quanto detto sino ad ora possiamo evidenziare la comunicazione come un qualcosa che interviene fortemente sia sugli aspetti emozionali che sulla realtà dell'individuo. L'atleta, come chiunque, vive i suoi successi, od insuccessi, con intensità emotiva, creandosi inconsciamente un dialogo interno che strutturerà la sua mappa del mondo. È importante ricordare quanto già affermato in precedenza: il dialogo interno che ognuno si costruisce può essere positivo, quindi valutante, o negativo quindi svalutante.

Sarebbe opportuno che l'allenatore cercasse di migliorare, anche attraverso i diversi spunti esposti, il proprio sistema comunicativo al fine di migliorare le sue abilità di relazione sociale e conseguentemente la sua professionalità. L'allenatore che si pone nella condizione di ascoltare acquisisce una serie di importanti informazioni e segnali utili ad una più corretta comprensione dei sentimenti delle motivazioni e delle aspirazioni dell'atleta stesso.

Queste acquisizioni gli permetteranno di incrementare il grado di consapevolezza e di conseguenza di migliorare la trasmissione e ricezione dei messaggi indispensabili nello svolgimento della sua attività.

In definitiva si può affermare con estrema facilità che la comunicazione è probabilmente uno dei fattori principali che possono decretare la riuscita di un lavoro basato sull'insegnamento e sulla relazione. Non esiste comunicazione corretta o sbagliata, quindi si può affermare con forza che il buon allenatore è il solo responsabile (al 100%) dei risultati che ottiene (o che non ottiene)!!!

LA FAMIGLIA DEL DISABILE

La nascita di un figlio, all'interno di una famiglia, comporta sempre un cambiamento e quindi un certo grado di stress per riuscire a fronteggiare le esigenze familiari e quelle del nuovo nato; Solitamente la gioia e la gratificazione legate alla cura ed alla crescita del figlio compensano i disagi, ma quando nasce un bambino handicappato l'impatto sulla famiglia è altamente destrutturante. Si viene a creare una situazione di perdita, sogni e progetti nei confronti di un bambino sano con un processo di sviluppo, normale, e la conseguente necessità di elaborare il lutto.

"Il lutto è la perdita di una presenza perfetta: la presenza di un figlio handicappato è l'acquisizione di una presenza menomata" (Dell'Aglio 1994) L'elaborazione del lutto avviene attraverso varie fasi: dallo shock e dal dolore iniziali, si genererebbero sensi di colpa e rabbia, che col passare del tempo si trasformeranno in accettazione del problema e nell'elaborazione di un progetto di intervento.

Non sempre per l'adattamento riesce e la colpevolizzazione può amplificare i conflitti preesistenti fra i coniugi, può diventare negazione del problema con gravi conseguenze sullo sviluppo fisico e psichico del bambino, oppure evidenziare un atteggiamento di rifiuto che si traduce nel correre da uno specialista all'altro per cercare la soluzione definitiva al problema o, all'opposto, generare un atteggiamento iperprotettivo nei confronti del bambino, impedendogli di crescere e rinforzandolo a rifugiarsi nell'handicap, handicap che verrà poi usato come modalità ricattatoria per ottenere potere sull'ambiente (vantaggio secondario della malattia).

Il raggiungimento di un equilibrio soddisfacente sarà inevitabilmente collegato alla possibilità di creare una rete di supporto intrafamiliare (collaborazioni di genitori, nonni, zii, parenti) e di ricevere un adeguato supporto sociale da parte di professionisti con competenze diversificate (medici, psicologi, tecnici della riabilitazione, istruttori di attività motoria).

La famiglia è quindi un anello fondamentale del processo riabilitativo ed educativo del disabile, pertanto anche il tecnico sportivo o l'istruttore di attività motoria dovrà rapportarsi non solo al bambino, ma anche alla famiglia, quindi, pur senza diventare uno psicologo dovrà:

prestare attenzione sia alle domande della famiglia che alle richieste specifiche del bambino e alle necessità dell'handicap

coinvolgere il più possibile la famiglia nelle decisioni che riguardano il piano di trattamento del bambino, sottolineando la diversità dei ruoli.

BIBLIOGRAFIA

Anochin P.H., "Biologia e neurofisiologia del riflesso condizionato", Bulzoni 1975

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Polani D. "Lo sviluppo dell'apprendimento", La Tecnica del Nuoto, anno XXI, 2, 30:33, 1994

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Polani D. "L'apprendimento", in Gatta G. (a cura di) "Dispensa del Corso per allenatori Pallanuoto di 1° livello", 357-366, FIN. Roma, 1996

Polani D. "Il gioco come momento psicopedagogico fondamentale", in "GIOCOSPORT", (nuova edizione) C.O.N.I./F.I.P.S.A.S., Roma, 1997

Polani D. "Le motivazioni dell'atleta", in: Tamorri S. (a cura di) "Neuroscienze e Sport", UTET, Torino, 1999

Polani D. "Motivazioni primarie e secondarie", in: Tamorri S. (a cura di) "Neuroscienze e Sport", UTET, Torino, 1999

Polani D. "Psicologia dell'immersione", Ed. Olimpia, Firenze, 1999

Reda M.A., "Sistemi cognitivi complessi e psicoterapia", NIS 1986

Saibene S., Rossi B., Cortili G., "Fisiologia e psicologia degli sport", Mondadori 1986

21/01/2010 18:29 ucha #. sin tema No hay comentarios. Comentar.

“Sexualidad Positiva”

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PRESENTACIÓN

La forma como vivimos la sexualidad es un factor determinante en nuestro nivel de salud y de bienestar. Así, una SEXUALIDAD POSITIVA, una sexualidad sana hace que las personas potencien su bienestar y felicidad, mientras que vivir la sexualidad con miedo, con ansiedad, con rechazo..., en definitiva de una forma negativa, es siempre causa de malestar, genera problemas de salud e influye negativamente en la forma como nos relacionamos con los demás.

Este curso está pensado para adaptarse a la disponibilidad temporal de sus alumnos; cada participante puede estructurarlo de acuerdo a sus necesidades y a sus preferencias.

Se imparte a distancia, pero ofrece a sus alumnos la posibilidad de asistir a las "sesiones complementarias" que se celebrarán en Madrid los día 8 de marzo y 10 de mayo de 2008. En estas sesiones se impartirán conferencias y talleres.

PROFESORADO

Director: Dr. Andrés López de la Llave

Profesores: Dra. Mª Carmen Pérez-Llantada; Pilar Carrillo; Ana Sierra; Elena Valdés

Profesores invitados: Dr. José Mª Buceta; Dr. Enrique García Fdez-Abascal; Dr. Emilio Ambrosio.

Más información a través de algunos de los siguientes medios:

E-mail: sexualidadpositiva@gmail.com

WEB: www.sexualidadpositiva.org/asmos

Fundación UNED

C/ Francisco de Rojas 2 2º dcha.

28010 Madrid

Tel: 91 386 72 75 Fax : 91 386 72 79

WEB: www.fundacion.uned.es

 

23/01/2010 06:58 ucha #. sin tema No hay comentarios. Comentar.

LA RISA Y EL HUMORPARA PREVENIR Y AFRONTAR EL ESTRÉS

¿Qué es y cómo utilizar la risoterapia?

Quinta edición del curso

En este curso aprenderás por qué la risa es beneficiosa para la salud. Se trata de que conozcas, de una manera rigurosa, la relación entre las emociones y la salud, y cómo se puede aplicar este conocimiento para mejorar el nivel de bienestar de las personas.

Este curso se adapta a tu disponibilidad de tiempo, tú lo estructuras según tus necesidades.

Te ofrece toda la información necesaria para aplicar los conocimientos sobre las emociones en ejercicios que facilitan el buen humor.

No importa que hayas realizado otros cursos sobre risoterapia, este curso te proporcionará, además información, elementos prácticos para lo que aprenderás ejercicios individuales, además de los grupales que se desarrollan en otros talleres y cursos. Conocer más cosas sobre las emociones te hará más fácil la compresión de lo que has aprendido en otros cursos.

Más información sobre este curso:

www.jajajaja.es

Teléfonos: 660 806 182 y 654 906 805

Fundación General de la UNED,

C/ Francisco de Rojas, 2 2º Dcha.

28010 Madrid

www.fundacion.uned.es  Tel.: 91 386 72 75

 

23/01/2010 07:02 ucha #. sin tema No hay comentarios. Comentar.

Relajación y control emocional

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CONTENIDOS

Conocimientos básicos de Psicología

- Bases científicas de la psicología

- La activación, la ansiedad y el estrés

- Psicología aplicada a diferentes ámbitos

Conocimientos básicos de biofeedback

- Instrumentación y fases del proceso de biofeedback

- Tipos de aparatos y señales

El biofeedback en diferentes contextos de aplicación

- Psicología Clínica

- Estudios y oposiciones

- Trabajo

- Deporte

- Fisioterapia y medicina

Procedimientos de aplicación del biofeedback Auto aplicación del biofeedback

MÁS INFORMACIÓN

Puede obtenerse más información a través de algunos de los siguientes medios:

Teléfono: 609 668 211

Fax: 91 398 77 48

E-mail: ansioteps@gmail.com

WEB: www.ansioteps.com

MATRÍCULA

La matrícula se realiza en la Fundación UNED

C/ Francisco de Rojas 2 2º dcha.

28010 Madrid

Tel: 91 386 72 75 Fax: 91 386 72 79

WEB: www.fundacion.uned.es

PLAZAS LIMITADAS

El curso se impartirá durante los meses de Marzo, abril, mayo y junio de 2010

Plazo de matrícula hasta 20 de marzo

PRESENTACIÓN

A o largo de la vida, las personas se esfuerzan para conseguir las metas que se proponen; así, ya sean estas profesionales, sociales, o personales, para conseguirlas deben poner en marcha una gran cantidad de recursos, tanto mentales como físicos.

Lo mismo ocurre en los estudios, la preparación de oposiciones o en otros ámbitos del rendimiento, como el deporte o la interpretación artística.

En definitiva, el esfuerzo mantenido requiere un alto nivel de ACTIVACIÓN continuado, que en algunos casos hace que se atraviesen momentos críticos de cierta ANSIEDAD y para ello, en general, es necesario ser capaz de tolerar cierto nivel de ESTRÉS sin sucumbir a sus efectos negativos.

Las técnicas que ayudan a controlar el impacto de los excesivos niveles de activación o estrés, se han mostrado muy útiles para las personas. Existe un amplio número de ellas, desde la relajación progresiva hasta la meditación.

El BIOFEEDBACK es una de las menos extendidas al requerir de instrumentos para su aplicación. Consiste en dar información a la persona, en tiempo real, acerca de algunos parámetros de su organismo. Esta información, que es un reflejo de su estado emocional, sirve de base para entrenarse en controlar la propia actividad emocional.

PROFESORADO

Director: Dr. Andrés López de la Llave

Profesores invitados: Dr. José Mª Buceta;

Dr. Enrique García Fdez.-Abascal;

Dr. Emilio Ambrosio

 

23/01/2010 07:07 ucha #. sin tema No hay comentarios. Comentar.

Resúmenes de Artículos de Athletic insight

Fall, 2009

Volume 11, Issue 3

http://www.athleticinsight.com/Vol11Iss3/Motor.htm

Mental Training in Motor Sports: Psychological Consulting for Racecar Drivers in Japan

Yoichi Kozuma

Applied Sport Psychology & Mental Training Lab

Okai University Kanagawa, Japan

Introduction

The Japanese sports world has a longstanding tradition of using a mentoring style of coaching where the coaches train their athletes in the same manner in which they were trained. This coaching style is a reflection of traditional Japanese cultural disciplines such as martial arts, religious practices, music, fine arts and crafts as well as tea and flower ceremonies where the master would teach the apprentice the skills and techniques that were imparted to them from previous masters who lived ages ago. In sports, this coaching legacy cycle repeats over and over again through the years as the athlete becomes the coach and the time-honored training practices are passed down to a new generation of athletes. These training practices are so culturally ingrained into the sport that the use of any other method is often considered to be a show of disrespect towards the tradition of the sport. This attitude towards implementing new ideas and methods hold true for both traditional Japanese sports as well as for sports introduced from the West. With such strong traditional and cultural beliefs firmly in place, it is often difficult to introduce innovative sports science methods to Japanese coaches and athletes.

In addition to the cultural barriers mentioned above, there are also personal obstacles. With easy access to rapid global information, Japanese athletes and coaches now have the ability to study and gather information of successful training practices from around the world. Even with this information, those involved in the Japanese sports world are still divided on whether or not new scientific methods or ideas should be implemented or even be tried. There are times when some athletes are willing to utilize new methods that may lead them to performance enhancement, but their coaches may be wary of introducing an unfamiliar new training method because it goes against tradition. By the same token, it is also possible for the coaches to be willing to seek new practical solutions for improving athletic performances, while the athletes themselves are unwilling to cooperate in a new training method that defies the tradition of the sport. Facilitating new training methods based on science becomes a daunting task because both the coaches and the athletes have preconceived notions of the types of training that are necessary or important. Unfortunately, these set ideas often hinder their ability to look beyond tradition and culture. Once in a while, however, there comes a time when both the coaches and the athletes are willing to seek new training methods that is considered to be completely outside of the realm of that particular sport. This transformative moment happened in Japan for the sport of motor racing.

In 2005, the major Japanese automobile manufacturing companies of Honda, Nissan and Toyota banded together to establish a project called Formula Challenge Japan (FCJ). The purpose of this project is to cultivate talented young racecar drivers to eventually compete at the world level through a progression of different racing categories starting with a newly initiated junior formula race circuit category. Promising young drivers from ages 16-26 who are Japanese kart-racing champions are tested and selected to participate in this innovative program. Once in the program, the young drivers are mentored and coached by racing advisers. The role of the racing adviser is to help support and train the young drivers to become world-class racers. Even though the goal is to have the racecar drivers compete at an international level, the motor sport field in Japan also fosters the same pattern of the traditional Japanese training approach in order to train their young drivers. Namely, the racing advisers use the techniques and psychological factors from their own experiences as racecar drivers to train and teach the new crop of drivers.

Shortly after the start of this young driver's program, I was contacted by one of the FCJ racing advisers. Upon reading a book that I wrote called "Mental Training Program for Athletes" (Kozuma, 2002), which introduces a step-by-step mental training program for performance enhancement to athletes, the racing adviser called to let me know that he was opened to the idea of using mental training as a component of the young driver's training program. The adviser was a past champion of the 24 hour Le Mans race in France and felt that mental training could be an effective tool in Formula 1 (F1) racing. I was asked to be the sport psychology consultant for his team of young drivers.

http://www.athleticinsight.com/Vol11Iss3/Feature.htm

FEATURED ARTICLE:  

Transitioning into the AFL: Indigenous Football Players' Perspectives

Emma E. Campbell

Dubai Women's College

Dubai

and

Christopher C. Sonn

Victoria University

Melbourne, Australia

Sport plays an important part in Indigenous culture, politics is an important part, sports important, and it brings the community together. On some communities it is a matter of life and death. It's what our programs bring, being part, participating in football, community being involved, raising awareness on alcohol and drugs, health issues, very important part in how we can make an impact on Australia. Football is such a powerful tool, it's one thing Indigenous people love, that's football, not saying it's going to change our world, but geez we've got something there that can attract the kids, families and can change an ecosystem, make an impact on all different levels. We've got players, Indigenous players that are powerful tools; they are seen as heroes, role models. They can have an impact through a leather ball. (Michael Long, AFL Ambassador, cited in Roberts, 2005).

http://www.athleticinsight.com/Vol11Iss3/Culture.htm

Culture in Sport Psychology: Whose Culture is it Any way?

Tatiana V. Ryba
University of Jyväskylä, Finland

Introduction

Just as you cannot fully understand human action without taking account of its biological evolutionary roots and, at the same time, understand how it is construed in the meaning making of the actors involved in it, so you cannot understand it fully without knowing how and where it is situated. For, to paraphrase Clifford Geertz, knowledge and action are always local, always situated in a network of particulars.

Jerome Bruner, 1996, p. 167

In spring 2008, I was shortlisted for a Senior Lecturer post in the European Master's in Sport and Exercise Psychology Programmed at the University of Jyväskylä. The subsequent stage in the competition was to deliver a 20-minute lecture entitled "Current Issues in Sport and Exercise Psychology." As I was perusing the latest issues of international journals in the field in an attempt to get a better grasp of "hot" topics, my list of "current issues" was growing. There were plenty of topics I could raise in my lecture. Yet, I was feeling uneasy-contemporary issues seemed but the recurrent old ones. Take for example, present anxieties about growing rates of child obesity and urgency of instigating physically active lifestyle in the developed countries; or models of sport psychology practice and delivery; or using sport as a tool for peace and international collaborations. These issues continuously make national and international news, peer-reviewed journals, and scientific conferences. Yet they are certainly not new. In the late 19th century, Russian biologist, anatomist and educator Piotr Lesgaft (1901) stressed the importance of physical activity for healthy physical and psychological development of children. The scientifically inspired model of physical education developed by Lesgaft was later incorporated into the school system by the soviet state. At the turn of the 20th century, we see medical doctors and physical educators across Europe and North America pointing to physiological, psychological and social benefits of regular engagement in physical activity (Welch & Lerch, 1981). Recent empirical research provides convincing support to previous theoretical and descriptive essays produced by scholars around the world. Similarly, debates about the best provision of psychological services for athletes and coaches have been ongoing since the late 1960s, if not earlier.

In addition, sport as an important sociocultural practice has been historically utilized for social integration, nation building, and peace diplomacy. I began to realize that it is not the issue per se that makes news but the meaning it is given at a particular historical conjuncture. The meaning, of course, is based on what our best explanatory theories can provide.

http://www.athleticinsight.com/Vol11Iss3/Soccer.htm

Sport Psychology Consultations for Professional Soccer Players Working with Diverse Teams

Ronnie Lidor

The Zinman College of Physical Education and Sport Sciences

Wingate Institute and Faculty of Education

University of Haifa, Israel

and

Boris Blumenstein

Ribstein Center for Sport Medicine Sciences and Research

Wingate Institute for Physical Education and Sport Israel

Introduction

Since the 1950s soccer has established itself as one of the most popular team sports in Israel (Ben-Porat, 1998, 2001). Professional and amateur soccer is played around the country, in both large and small cities. Although soccer is played by females as well, the sport has been exclusively dominated by males. There is only one amateur league for adult females (composed of 8 teams). However, there are two professional and three semi-professional divisions for male players, and there are many amateur leagues for male players comprising teams from all over the country. All the games played in the two male professional divisions are regularly televised, while games played in the female league can seldom be seen on television.

This article focuses on the provision of sport psychology consultations to three professional soccer clubs by one sport psychology consultant (SPC). Over the past 10 years, the SPC worked with three different professional soccer clubs in Israel, each during a separate season. This article presents the experiences of the SPC based on his work with these three clubs. Typically, the team of experts that works for a professional soccer club in Israel is composed of a head coach, assistant coach/s (one or two), strength and conditioning coach, an athletic trainer, a physiotherapist, and a physician specializing in sports medicine. Few clubs hire a SPC in order to regularly provide their players and coaches with the required psychological preparation for practices and games. The reason for this is that most of the owners of the clubs believe that soccer is a physical game and not a mental game. They insist that a good coach should, with the help of his or her regular assistants, be able to prepare the players to overcome any psychological barriers they may face during the season. Furthermore, they believe that if a coach demands to work with a SPC on a regular basis, he or she may lack strong leadership, and in turn, this may have a negative influence on the relationships with his or her players. This belief is not a cultural perspective but rather a sport-specific perspective, since in other ball games such as basketball; team-handball, and volleyball, club owners are more open to hiring SPCs to help the coaches' better deal with the psychological preparation of their players.

23/01/2010 17:52 ucha #. sin tema No hay comentarios. Comentar.

Relaciones interpersonales entre jugadores.

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Las notas que aparecen a continuación son referencias del trabajo de Yuri Hanin. Las mismas me resultaron muy útiles durante mis tareas como psicólogo del deporte del equipo nacional de voleibol femenino de Cuba.

Hanin, tiene una extensa obra en psicología del deporte, tanto en la antigua Unión Soviética como en sus años posteriores en Finlandia. Sus líneas de investigación están íntimamente relacionadas con el desarrollo de la Psicología Social del Deporte, donde enfocó con creatividad el tema de la comunicación en equipos deportivos y también en el desarrollo de su teoría ZOF, que desarrollo inicialmente por medio de sus experiencias con el IDARE de, C. D.  Spielberger.

Destaca Hanin, al estudiar la comunicación interpersonal de los deportistas, nosotros tropezamos con la necesidad de esclarecer sus relaciones recíprocas tanto en el proceso de la actividad conjunta, como la fortaleza de ésta. El medir las relaciones del deportista con los compañeros de equipo se constituye en un complemento importante de la investigación de la comunicación interpersonal y la dirección de las influencias recíprocas en el equipo.

Existen algunas metodologías generalmente conocidas sobre el estudio cuantitativo del carácter de las relaciones interpersonales en el deporte. Entre éstas se hallan las encuestas sociométricas, la escala de la recepción, de los vínculos entre los deportistas. Al traducir del ruso las palabras utilizadas por Hanin se logra comprender que intenta tener una medida de cómo un deportista es  referente de otros. Aquí para simplificar expresamos vínculos entre los deportistas. En definitiva destaca no la posibilidad de relaciones o contactos sino de interacciones intensas entre un jugador y otro.

Durante las encuestas sociométricas se esclarece el sistema de las preferencias interpersonales y de las relaciones negativas hacia determinados miembros del equipo, por medio del análisis de cómo se lleva a cabo la selección de los compañeros deseados o indeseables, o el rechazo de x compañero en una situación de actividad significativa o en condiciones de una comunicación normal.

Nosotros no pretendemos describir detalladamente esta metodología, pero sólo es importante que tengamos en cuenta ciertas circunstancias:

1) Al formular los criterios sobre la selección (o sea, con quién Ud. desearía ejecutar una u otra actividad, tarea, etc.) es necesario reflejar obligatoriamente el carácter específico del deporte y las particularidades de las situaciones de la actividad significativa y la comunicación, propias del equipo (en la práctica real).

Así, por ejemplo, I. P. Volkov ha escrito detalladamente sobre la medición cuantitativa en el nivel de organización de las relaciones interpersonales en el deporte. Este tema aparece en "Teoría y Práctica de la Cultura Física" Año 1968, No. 9, pág. 7‑10. También, ha escrito sobre el método del socio grama en lo referente al estudio de las posibilidades psicológicas de los colectivos deportivos. Este aparece en la revista "Teoría y Práctica de la Cultura Física", Año 1969, No. 9, pág. 15‑16. V. Paranosich, L Lazarevich son los autores de la Psicodinámica del grupo deportivo. M. Cult. Fis., 1977, pág. 47‑58. Importante destacar que al igual que en otros autores ya la Psicología Social del deporte ocupaba un lugar de importancia en la Psicología del Deporte de los países socialistas como, también la domino en otras regiones del orbe.

2) Cada selección o rechazo debe estar motivado, o sea, por qué este u otro compañero resultan deseables o indeseables para el calentamiento, los ejercicios de grupo u otros.

3) Es preferible no incluir las selecciones negativas, ni las manifestaciones de rechazo en la encuesta, y en lugar de este proponer el establecer una categoría para cada uno de los miembros del equipo, la cual pudiera ser por el nivel de preparación física o por los resultados en la actividad competitiva (Yu. L. Janin, 1973, R. L. Krichevskii, 1978).

La escala de la aceptabilidad (N.V. Bajareva "La escala de la aceptabilidad como método de estudio de las interrelaciones. Al mismo tiempo, ver el libro "El hombre y la sociedad", bajo la redacción general de B. G. Ananeva, Año 1970.) es otro de los métodos utilizados para la medición de las interrelaciones ya formadas, cuya idea fue formulada por el psicólogo social norteamericano Bogardus, en dicho método se propone el estudio acerca de la actitud hacia los representantes de las personas de las diversas regiones de los EEUU, situándolos en una "distancia social" determinada.

En las investigaciones que se han llevado a cabo en los últimos años han sido empleadas dos variantes de la escala de la aceptabilidad.

La primera variante:

‑ Cada miembro del equipo puede categorizar a los otros, según el nivel de su aceptabilidad en la solución de una tarea determinada o en una comunicación normal, señalando quién es él dentro del equipo:

1) Me mantendría obligatoriamente en primer lugar.

2) También, me mantendría.

3) Me puede mantener, o no me puede mantener.

4) Lo más probable es que no me mantenga.

5) De ningún modo dejaría de mantenerse. (N. V. Bajareva)

La segunda variante:

Cada uno de los miembros del equipo puede evaluar, desde su punto de vista, en qué medida desea ser como:

1) El compañero inmediato de línea.

2) El jugador principal

3) Miembro del equipo en general (preferiría jugar con él en un equipo).

4) Miembro del equipo de la ciudad dada.

5) Miembro del equipo de otra ciudad.

Conjuntamente con las relaciones de trabajo, se evalúa la simpatía y la antipatía. En este caso, las preguntas son formuladas de modo diferente:

1) Yo quisiera tener este hermano (hermana)

2) Yo quisiera tener este amigo.

3) Yo quisiera tener este compañero.

4) Yo quisiera tener este compañero de cuarto.

5) Quisiera tener la posibilidad de vivir con este compañero en mi propia casa.

6) Quisiera vivir con este compañero en una misma ciudad.

7) Preferiría vivir con este compañero en diferentes ciudades.

En todos los casos, las primeras selecciones caracterizan la distancia interpersonal más próxima, así como el mayor nivel de aceptabilidad del compañero tanto en el plano de trabajo (deportivo), como en el plano interpersonal. En este método, al igual que en la sociometría, resulta importante la selección de las situaciones reales y significativas para el grupo, al igual que la motivación de la propia selección.

La combinación de las valoraciones individuales y de grupo nos ofrece una visión sobre la medida en que los compañeros son aceptados uno con respecto al otro, y para todo el equipo en su conjunto.

De este modo, con la ayuda del procedimiento sociométrico y de la escala de la aceptabilidad, resulta suficiente el esclarecer (de forma operativa) tanto las preferencias individuales, como el propio cuadro emocional general de las relaciones interpersonales en el equipo.

Sin embargo, como ya nos convencimos al analizar los métodos de dirección de la conducta comunicativa entre los compañeros que tienen relaciones recíprocas (por las características del juego), la simpatía y antipatía son obligatoriamente tenidas en cuenta por el entrenador, pero las influencias recíprocas de los participantes son organizadas frecuentemente, a pesar de la selección o rechazo que estos manifiesten. Lo fundamental en esto, no es sólo la necesidad de partir de la lógica y de las exigencias de la actividad conjunta y de lo específico de las tareas colectivas.

La dirección y mucho menos el optimar las relaciones inter-grupo, la actividad conjunta de los integrantes del equipo resultan imposibles sin el esclarecimiento del círculo de personas, cuya opinión y valoración le sirven al hombre para orientarse.

El procedimiento especial y experimental de evaluación de los vínculos entre los deportistas (referentometría), propuesto por E. V. Shedrina, (Ver E.V. Shedrina. La selección interpersonal como medio para evidenciar el grupo de referencia‑. "Problemas de la psicología experimental y su historia" M. 1973, pág. 114‑121. Ver E.V. Shedrina. Investigación del fenómeno de la referencia en el sistema de las relaciones interpersonales. M. 1978, A.V. Petroskii, V.V. Shpalinskii. Psicología Social Colectiva, M. "educación", Año 1978, pág. 113‑115.) Sirve para evidenciar el círculo de personas, significativas para el hombre en lo que respecta a la valoración de las cualidades de su personalidad, a las formas de su conducta, de las opiniones y orientaciones.

La esencia de esta metodología consiste en lo siguiente:

a) En la valoración por parte de cada uno de los miembros del grupo de los restantes, con respecto a ciertos miembros del colectivo.

Una vez concluida la primera serie de valoración de la encuesta, se le permite, a cada uno de los participantes en el experimento, conocer la opinión que tienen sobre él, las personas que más le interesan. Precisamente, esta selección ("¿cuál es la opinión sobre mi?") posee una importancia especial para el esclarecimiento del círculo de referencia de la comunicación del hombre.

Como resultado de esto, se establece indirectamente el orden de preferencia de las personas, cuyas opiniones resultan las más significativas para el sujeto, así como también, la cualidad de referencia, es decir la cualidad de su personalidad en el plano del hombre más necesario.

Como quedó demostrado en los experimentos especiales, los resultados de las encuestas, realizadas mediante el test sociométrico y el método de la "referentometría", pueden no coincidir.

Ya en estos momentos estamos en condiciones de afirmar que el diagnóstico sobre el círculo de referencia de la comunicación entre los miembros del equipo deportivo, el cual ha sido obtenido con ayuda de la metodología de E.V. Shedrina, nos permite, en particular, esclarecer la formación del círculo de referencia en los participantes de la actividad conjunta. Al mismo tiempo, dicho círculo puede ser variado al formularse las orientaciones correspondientes a los miembros del equipo y crearse unas u otras situaciones de comunicación obligada.

No esta excluido que el propio método de la encuesta de "referentometría" podrá acercarse en el futuro a las tareas y problemas reales del equipo deportivo.

De modo que, en lugar que la recopi­lación de cualidades de la personalidad para evaluar a los otros miembros del equipo de las situaciones reales que surgen en el equipo, por ejemplo, después de llevarse a cabo un juego importante, torneo, o campeonato a nivel de república es factible el proponerle a cada jugador que haga una valoración sobre todos sus compañeros de equipo, desde el punto de vista de su aporte a la victoria (o a la derrota), señalando en dicha valoración, lo que precisamente era más importante (preferiblemente, indeseablemente), es decir acciones, conducta, actitud hacia las tareas y otras manifestaciones, etc.

Además, cada integrante del equipo debe señalar las perspectivas reales que tienen sus compañeros en la próxima temporada, después de lo cual queda esclarecido sobre cuáles valoraciones se debe orientar cada uno en principio.

Indudablemente, esta encuesta es esencialmente más significativa para cada atleta, ya que aborda importantes aspectos de su vida y su actividad.

La única dificultad que tiene el método "referentométrico", consiste en la necesidad en algunos casos de dar a conocer la opinión real de unos compañeros de equipo con respecto a los otros y no siempre esta opinión resulta positiva.

Ciertamente, es mucho más convincente que esta metodología no la emplee directamente el entrenador, sino un psicólogo calificado, el cual puede no sólo obtener la información de lo que ocurre, sin originar deterioro en las relaciones y si es posible ayudar a introducir una corrección oportuna en la conducta de los miembros del grupo.

Saludos

García Ucha

25/01/2010 19:35 ucha #. sin tema No hay comentarios. Comentar.

Maestría de Actividad Física Terapéutica.

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Comenzó la semana pasada la nueva versión de la Maestría de Cultura Física Terapéutica de la Universidad de Ciencias de la Cultura Física y el Deporte de Cuba. En la foto el Comité Académico y alumnos de la misma. Al centro el Dr. Hermenegildo Pila coordinador de la misma.

Saludos

García Ucha

26/01/2010 22:36 ucha #. sin tema Hay 1 comentario.

Sports Medicine World Summit 2010

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Sports Medicine World Summit 2010

Date: 11th - 13th March, 2010

Location: Congress Innsbruck Austria

Abstract Deadline: 16th October 2009

Post Congress Tour - 8 + 1 Packages

(with free admission for faculty)

Couch Surfing Program for Students

Sports Activity Program

Conference Topics

Acute Care

Pain Management

Psychology

Nutrition

Liablility

Rehab - Return to Play

www.sportsmedicine2010.de

29/01/2010 01:21 ucha #. sin tema No hay comentarios. Comentar.

Cristiano Ronaldo

El martes 26 de enero Eurosport resalto la acción en que fue expulsado Cristiano Ronaldo, de un partido formando parte del equipo del Real Madrid, el hecho es motivo de comentario de los medios.  Tanto el Dr. Feliz Guillen de la Asociación Canaria de Psicología del Deporte, como el Prof.  José Carlos Jaenes del Centro Andaluz de Medicina del Deporte y Vicepresidente de la Federación Española de Psicología del Deporte, dieron sus opiniones al respecto.

El interés de este post es resaltar un estudio realizado por la Rotterdam School of Management, Erasmus University, analiza todas las faltas cometidas en tres partidos importantes de fútbol durante siete años. Ese exhaustivo estudio ha determinado que "es más probable que una falta ambigua se atribuya al más alto de los jugadores".

Por falta ambigua entienden los investigadores aquellas que se no están sujetas a un criterio puro del reglamento, si no a la interpretación del árbitro de turno. Y en esas situaciones siempre pierden los jugadores con más centímetros.

Además, el estudio concluye que también los árbitros y los propios aficionados perciben que las personas más altas son las que cometen faltas y por lo tanto ven a sus oponentes de menor estatura como víctimas de las faltas.

El tema desarrollado por Serge Moscovici sobre las representaciones sociales quizás ayude a darle peso a este resultado, por tendencia las representaciones sociales son " Sistema de valores, nociones y prácticas que proporcionan a los individuos los medios para orientarse en el contexto social y material, para dominarlo... un corpus organizado de conocimientos y una de las actividades psíquicas gracias a las cuales los hombres se integran en un grupo o en una relación cotidiana de intercambios, liberan los poderes de la imaginación".

Teniendo como base la Psicología social cognitiva Moscovici  Psicología social cognitiva: su atención debe centrarse en las formas de conocimiento grupales, socialmente compartidas, ya que en estas resulta una dimensión no sólo cognitiva, sino también simbólica.

En suma, Las personas preferimos habitar un mondo de representaciones familiares de forma que evitemos sentirnos emocionalmente perturbados por lo desconocido.

Aquí se impone el conocimiento de sentido común.  Al cual  no escapa el deporte. Hay muchas representaciones que van mas allá de lo planteando anteriormente, por ejemplo resulta común que ese entienda que el entrenador debe ser autoritario y gritar desde una esquina y que el deportista muestre cierto nerviosismo previo a la competencia. De no ocurrir estas señales en el comportamiento de ellos - entrenador y deportista - la derrota del equipo puede interpretarse como falta de interés del entrenador y del deportista.

Nuestra actitud social debería de ser más precisa para la interpretación de los fenómenos que ocurren en la interrelación social de los actores en el deporte.

La nota en http://es.eurosport.yahoo.com/27012010/47/liga-codazo-cr9-base-cientifica.html

 

29/01/2010 01:32 ucha #. sin tema No hay comentarios. Comentar.



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