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La Bitácora del Dr. Ucha

Nuoto e disabilità: aspetti psicologici

Nuoto e disabilità: aspetti psicologici

Diego Polani, Isabella Ottavi

(Cattedra di Psicologia dello Sport, Facoltà di Medicina di Firenze, corso di Laurea in Scienze Motorie)

LA CURA DEL CORPO O IL CORPO CHE CURA? Analogie fra approccio terapeutico e approccio sportivo

«Quando un uomo canta e non riesce ad alzare la voce e arriva un altro e canta con lui, un altro che può alzare la voce, anche il primo sarà in grado di alzare la voce. Questo è il segreto dell'unione degli spiriti» (Martin Buber)

Parlando di cura del corpo nel caso di persone disabili, viene spontaneo riferirsi ad un corpo malato, menomato, oggetto di cure mediche ed anche il titolo di questo convegno «Lo sport come evoluzione della terapia» può evocare l'immagine di un corpo oggetto da curare.

Terapia fa pensare alla cura, spesso intesa soltanto in termini eliminazione della patologia, ma curare è anche «prendersi cura di», come una madre si prende cura del suo bambino. Osservando l'interazione corporea terapeuta/paziente e istruttore/allievo, vengono in mente quelle che Winnicott, psicoanalista inglese, definisce le tecniche di «holding» per esprimere il modo in cui la madre tiene il suo bambino e lo sorregge e di «handling», il modo di accudirlo e di maneggiarlo. Il tatto è il primo dei nostri sensi, è quello che occupa la maggior parte della superficie del nostro corpo e mobilita da lontano il maggior numero di terminazioni nervose. Se si osserva la rappresentazione corticale del corpo, l'homunculus, ci si accorge che circa 1/3 della sua superficie è occupata dalla mano e dalle dita ed 1/3 dal volto. La porzione residua di spazio è riservata al resto del corpo. Ma il tatto, o meglio il contatto cutaneo, inteso come toccare globale con tutto il corpo, come hanno dimostrato numerosi studi sull'attaccamento (Bowlby, Spitz, Harlow, Kohler e altri), assolve, oltre alla funzione di definizione dello schema corporeo, anche ad un altro importante bisogno dell'individuo: il contatto emotivo, fondamentale per un armonico sviluppo psico-fisico.

Gli esperimenti di Harlow sulle scimmie hanno dimostrato la validità di questa affermazione, infatti tra una madre di filo di ferro provvista di biberon ed una di pelouche, senza cibo, sceglievano la seconda. Pertanto il tatto resta il senso prevalente nella prima infanzia ed è precedente all'acquisizione della parola, infatti nei gravi disturbi di personalità questa modalità arcaica di funzionamento psichico permane anche negli stadi di sviluppo successivi.

E' per questo motivo che viene privilegiato il contatto corporeo rispetto alla parola in psicoterapia della Gestalt e si lavora con tecniche espressivo-corporee (musica, arte, danza, movimento, sport) quando ci si trova in presenza di una psicopatologia grave o di un handicap.

Molto si parla di terapia, ma poca attenzione viene dedicata al valore terapeutico della relazione, sottendendo nel concetto stesso di rel-azione, azione collegata, la riattivazione dell'energia vitale, precedentemente bloccata a causa dell'handicap o del disagio psichico, che diventa energia di cura.

Si può paragonare il rapporto terapeuta-paziente e istruttore-allievo con l'acqua che in due vasi comunicanti scivola da uno all'altro con un movimento armonioso e continuo, riempiendo i vuoti e svuotando i pieni.

Oggi si parla molto di ecologia, di terapie naturali, ma quali terapie più naturali di quelle che coinvolgono direttamente il corpo? E quale luogo terapeutico può essere considerato più naturale se non l'acqua?

Nello sport come in psicoterapia si lavora su principi semplici, con materiali fisiologici: il peso del corpo, l'equilibrio/disequilibrio, la relazione respiro/movimento.

Movimento inteso non più solo nelle sue componenti meccaniche e dinamiche, ma come espressione di una corporeità globale, includendo nel concetto di globalità anche le componenti psichiche e relazionali.

E' l'emozione il carburante del movimento, il terapeuta come l'istruttore, seppure in ambiti diversi e con modalità differenti, stimola la consapevolezza del gesto anziché istruire sulla tecnica, pertanto la terapia si trasforma in una pratica di guarigione attraverso il movimento.

I più recenti studi di neuropsicologia e psicologia cognitivista hanno dimostrato che la memoria è prima sensoriale e motoria che cognitiva e che le sensazioni corporee favoriscono la creazione di immagini. Immagini cenestesiche, le prime a crearsi che forniscono informazioni sulla posizione del corpo nello spazio e sul movimento ed immagini mentali che conservano la memoria di tutti gli accadimenti della nostra vita. In altre parole, non si risponde agli eventi per quello che sono attualmente, bensì alla rappresentazione mentale degli eventi stessi, all'immagine che se ne conserva nella memoria.

Se ne deduce quindi, che l'immagine è la rappresentazione mentale di un oggetto esterno che diventa interno, è l'effetto di un processo di interiorizzazione. Quando c'è un blocco emozionale o un sintomo c'è il tentativo di evitare il contatto con eventi considerati minacciosi, che inducono aspettative catastrofiche a causa di interiorizzazioni negative (giudizio, umiliazione frustrazione).

Nella vita ogni effetto è determinato da uno schema di pensiero che lo precede e lo perpetua; la rappresentazione mentale che si ha di noi stessi e della realtà influenza le nostre esperienze e fa sì che si ripetano, è come un circuito chiuso; modificando questa rappresentazione mentale si possono modificare le nostre esperienze (causalità metafisica) e trasformare il malessere in benessere.

In psicoterapia e nello sport si cerca di creare un ponte, mediante il movimento, con quegli eventi considerati minacciosi. Laddove è intervenuta una rottura (anatomica o psicologica), quando mente e corpo hanno perso la capacità di comunicare è necessario un ri-collegamento, un ri-specchiamento. E' necessario allora parlare una lingua più antica, quasi dimenticata, il linguaggio del corpo, per creare un contatto con qualcuno che vive nel caos incontrollato del proprio corpo o della propria mente (si pensi ad esempio ad alcune malattie neurologiche che producono spasmi e reazioni motorie incontrollate o alla psicosi o alla schizofrenia) e permettere all'altro di trovare e di afferrare, nel corpo del terapeuta o dell'istruttore un filo sottile a cui aggrapparsi per esprimere, portare fuori ciò che a lungo è rimasto inespresso.

Nel caso di un disabile o di un individuo con disagio psichico ciò che rimane inespresso è il piacere, soprattutto del corpo.

Lo sport o il movimento esperito direttamente nel setting terapeutico consentono a coloro che, a causa di problemi fisici o psicologici, si sono allontanati dal corpo per rifugiarsi in un mondo evanescente, di riconoscersi nuovamente come corpo, di riappropriarsi del corpo e mediante il corpo proprio e del terapeuta o dell'istruttore avventurarsi verso l'esplorazione del mondo circostante. Il movimento è diventato per il paziente o per il disabile motivazione per guarire.

Terapeuta e istruttore, seppure agiscano con strumenti diversi e su piani diversi si assomigliano, perché non impongono una disciplina, ma accompagnano la persona, a volte dirigendo e a volte assecondando la relazione.

Per-sona, dice F. Perls il fondatore della psicoterapia della Gestalt, ascoltare il suono non le parole, ascoltare la vibrazione, l'emozione nostra e dell'altro e permettere all'altro di sentire la nostra come in un atto d'amore.

Amore, dice Sartre, è com-passione, è patire la carnalità dell'altro, soffrirne la presenza anche corporea, è accettare di essere emozionati ed emozionabili anche come istruttori o terapeuti.

Soltanto se terapeuta e paziente, istruttore e allievo, al di là degli inevitabili elementi trasferenziali, ingaggiano un rapporto «umano» come persone «reali», reciprocamente interessate-interessanti, l'incontro diventa un valido elemento di «cura».

IL CORPO NEL PORTATORE DI HANDICAP FISICO

Il corpo nella persona con handicap fisico subisce notevoli modificazioni in negativo, pertanto l'immagine di sé ne risulta pesantemente condizionata anche rispetto alla limitazione fisica e di movimento conseguente.

Lo schema corporeo di una persona non è innato, si sviluppa dalla nascita all'età adulta per stadi successivi: all'inizio vi è un certo grado di confusione e l'incapacità di evocare la propria immagine, successivamente, nella prima e seconda infanzia, si cominciano ad acquisire quegli elementi che consentono al termine dello sviluppo somatico di integrare tutte le sensazioni esterocettive, propriocettive, cenestesiche che mandano informazioni rispetto a come il corpo si posiziona e si muove nello spazio.

Alla formazione dello schema corporeo contribuiscono anche altri fattori legati all'affettività, come ad esempio il contatto con la madre che, all'inizio della vita, è prevalentemente corporeo. Bowlby, Spitz e le teorie dell'attaccamento hanno messo in evidenza la centralità del contatto nel legame affettivo madre-bambino; il modo in cui la madre favorirà od ostacolerà l'esplorazione successiva dell'ambiente e quindi la soddisfazione dei bisogni del bambino  influenzerà le relazioni successive.

L'Io corporeo esprime quindi un duplice livello di integrazione:

il vissuto del corpo e la sua rappresentazione

l'impegno dell'Io nell'azione.

Nel disabile fisico adulto, si viene a ricreare una situazione analoga a quello del bambino, soltanto che non sarà la madre ad influenzare la possibilità dei contatti successivi, bensì l'handicap: alcune sensazioni relative al dolore o al piacere gli sono precluse, alcuni dolori diventano abituali o comunque più frequenti, alcune sensazioni muscolari o di movimento articolare sono assenti dalla nascita o sono scomparse improvvisamente.

L'immagine di sé sotto il profilo affettivo risente quindi delle limitazioni psico-fisiche derivanti dall'avere un corpo imperfetto ma anche dalla risposta che ne deriva nel contesto sociale, viviamo in una società competitiva, improntata all'efficienza, in cui una persona con disabilità trova scarsa considerazione.

Il corpo, comunque, indipendentemente dall'handicap, rappresenta la possibilità di esistere fino in fondo, dà il senso del limite ( ci ricorda che siamo finiti nel tempo e nello spazio), è un confine fisico con l'ambiente, riflette il bisogno di stare nei confini, ma anche quello di esplorare cosa c'è fuori, di sperimentare il contatto con l'altro.

Importante è non fissare confini troppo rigidi o poco definiti, trovare una via di mezzo per poter entrare ed uscire dai propri confini senza perdersi., vivere il corpo con amore, accettarlo per quello che è, anche con l'handicap, a prescindere dalle prestazioni, non considerarlo come un involucro ma reinserirlo in un contesto esistenziale più ampio superando la scissione.

Parlando di corpo nel caso di persone disabili, si dovrà fare necessariamente riferimento anche agli ausili tecnici di cui si avvale (protesi, carrozzina, tutori). Questi supporti, attraverso il contatto con il corpo, inviano al cervello informazioni di tipo propriocettivo che vengono poi rielaborate e riproposte in termini di nuovi schemi motori, pertanto il corpo del disabile diventerà, ai fini del movimento, una totalità integrata di carne, ossa, muscoli e strumenti meccanici che compenseranno le mancanze.

Nella disciplina del nuoto, l'elemento acqua si sostituisce agli ausili nello svolgere funzione di sostegno;. il disabile sperimenta la completa libertà di movimento del proprio corpo, il piacere fisico derivante dal contatto con l'acqua e dal rilassamento degli spasmi e delle contrazioni, con conseguente rafforzamento dell'autonomia negli spostamenti.

La seconda fonte di sostegno per il disabile in acqua è l'istruttore, il quale provvederà a creare un clima di sicurezza e di fiducia che consentirà al bambino o all'adulto di seguirlo anche nelle situazioni ritenute più rischiose o più pericolose.

Parlando del corpo del disabile è necessario far riferimento anche al corpo dell'operatore. Il metodo Mac Millan, attualmente usato per l'avviamento all'acquaticità dei soggetti disabili, prevede la presenza di un istruttore per ogni allievo e si basa sul contatto fisico tra istruttore e allievo: il bambino sperimenterà il movimento in acqua poggiandosi sul corpo dell'operatore. Il contatto corporeo è fonte di piacere, ma quando si tratta di un corpo mutilato, imperfetto, possono insorgere sensazioni di sgradevolezza o reazioni di disgusto con conseguente rifiuto del contatto stesso. E' perciò importante che anche l'operatore o il tecnico sportivo siano consapevoli, momento per momento, delle proprie sensazioni corporee, delle emozioni o delle fantasie anche aggressive che dal contatto derivano per poterle affrontare e superare al fine di instaurare un clima relazionale di fiducia e accettazione reciproca oppure divenire consapevole dei propri limiti e rifiutare la presa in carico di persone disabili.

IL MOVIMENTO

Parlando di movimento nelle persone disabili, è importante distinguere se l'handicap è congenito oppure acquisito.

handicap congenito:

La persona, limitata dall'handicap fin dalla nascita in alcune sue espressioni fisiche, avrà elaborato schemi motori alternativi sostituendo i movimenti impossibili da eseguirsi con altri che utilizzano le parti valide del proprio corpo.

Si trovano spesso associati alle limitazioni motorie anche dei deficit primari nello sviluppo cognitivo, imputabili alla lesione in aree cerebrali deputate alle funzioni cognitive superiori (es. linguaggio) e secondari, conseguenti alle limitazioni motorie imposte dall'handicap, soprattutto nei casi di tetraplegia, poiché questa interessa tutti gli arti in modo molto grave.

Le teorie sullo sviluppo infantile, in  particolare quelle di Bruner e di Piaget, affermano, infatti, che la formazione della conoscenza nel bambino avviene in due fasi successive: la prima riguarda la costruzione degli schemi percettivi e motori, la seconda consente di integrare questi schemi e la formazione dei concetti.

Nella prima fase, definita esplorativa, il bambino riconosce le caratteristiche fisiche degli oggetti (formazione di categorie percettivo-visive) abilità  che gli consente di formulare ipotesi formali sugli oggetti stessi (il bicchiere è cilindrico).

In una fase successiva gli schemi percettivi saranno integrati con gli schemi d'azione, consentendo al bambino di acquisire i concetti, di individuare le caratteristiche funzionali degli oggetti ed il nucleo funzionale di tutti gli oggetti appartenenti ad una medesima categoria bicchiere e tazza: oggetti che servono per bere).

La possibilità di manipolare ed esplorare gli oggetti per ottenere informazioni sull'ambiente circostante, condiziona la formazione della conoscenza nei primi anni di vita del bambino, ne consegue pertanto che le operazioni intellettuali originano da azioni reali e che anche i processi inferenziali (base della conoscenza astratta) sono legati all'atto motorio.

Attraverso l'esperienza motoria, inoltre, il bambino costruisce la propria esperienza soggettiva, base per lo sviluppo successivo della personalità che si costruisce grazie anche alla conquista da parte del bambino, della piena padronanza del corpo, della gestualità, delle proprie azioni.

Una tappa fondamentale dello sviluppo psicologico del bambino è l'organizzazione della propria identità, strettamente connessa alla possibilità di percepirsi separato dal corpo della madre. Frequenti infatti sono le situazioni in cui i bambini disabili manifestano eccessiva dipendenza ed intolleranza a qualunque forma di separazione dalla madre, con la quale vive un rapporto di fusione-confusione senza avere coscienza dei propri limiti.

Per quanto riguarda l'ambiente familiare della persona con tali disabilità, c'è da dire che spesso la famiglia tende a mantenere l'individuo in uno stato di dipendenza, anche sostituendosi a lui in alcune situazioni, scoraggiando in tal modo l'autonomia e quindi la scoperta di altre potenzialità sia a livello fisico che psicologico.

L'avviamento all'attività motoria, per questi bambini, pertanto, riveste un ruolo di primaria importanza anche per quanto riguarda lo sviluppo psicologico e la progressiva conquista dell'autonomia.

Innanzitutto la necessità di allontanarsi fisicamente dal nucleo familiare, favorisce la prima separazione (fisica) dalla figura materna, in secondo luogo, in piscina o in qualunque altro luogo deputato a questa attività, il bambino avrà l'opportunità di relazionarsi anche con il mondo esterno (istruttore, gruppo di pari), oltre che con il proprio mondo interno integrando le parti malate del proprio corpo con la scoperta di nuove possibilità che contribuiscono all'accettazione di sé anche come esseri imperfetti.

b) handicap acquisito:

In conseguenza del trauma subito, subentrano, a livello psicologico, depressione e senso di impotenza derivanti dal senso di insufficienza vitale e dalla perdita di alcune importanti funzioni. C'è una perdita immediata di autonomia, l'intera vita dell'individuo dalle azioni più semplici, come camminare, mangiare, guidare la macchina, ecc., alle relazioni sociali è gravemente compromessa.

Egli torna, da adulto, in una situazione di dipendenza infantile. Come un bambino molto piccolo, l'handicappato, nella fase della riabilitazione, ritorna totalmente dipendente dall'ambiente circostante per quanto riguarda la soddisfazione dei, propri bisogni, non solo primari, ma anche di calore, affetto, sostegno con conseguente diminuzione dell'autostima.

L'avviamento alla pratica sportiva per questi soggetti, passa necessariamente per la riabilitazione, la cosiddetta "sport-terapia".

Questa pratica rieducativa di tipo psicomotorio consente al soggetto di trasformarsi da oggetto della riabilitazione a soggetto dell'azione.

Attraverso lo sport  egli può sperimentare nuovamente a livello fisico la gratificazione che deriva dal sentire i propri muscoli, validi, capaci di offrire sostegno e produrre movimento. A livello psicologico ciò significa "sono di nuovo vivo, esisto, posso" e aiuta a  riacquistare la stima di sé diminuita conseguentemente al trauma subito.

Nell'uno come nell'altro caso, lo sport consente di recuperare il movimento perduto o imperfetto in modo giocoso e divertente, di sperimentare nuove modalità di esplorazione dell'ambiente e di relazione nonostante la situazione di svantaggio.

L'esplorazione, come per i bambini, è eccitante ma comprende anche una certa dose di rischio, perché non tutte le situazioni o le persone che si incontrano sono positive. Inoltre, sussiste il ricordo del trauma o delle umiliazioni sociali subite e l'individuo oscilla tra desiderio di autonomia e bisogno di sicurezza che può portarlo a rifugiarsi nell'handicap anche in seguito ai condizionamenti familiari subiti.

Con l'allenamento sportivo, egli impara ad allenare se stesso anche sul piano psicologico, gli esercizi, gli allenamenti, gli sforzi per apprendere e migliorare il gesto tecnico, infatti, non sono fini a sé stessi ma in funzione di un obiettivo: la riuscita in gara, e richiedono la partecipazione simultanea di tutte le esperienze motorie e sensoriali, ma anche cognitive ed emozionali, consentendo all'individuo la possibilità di ritrovare valori, motivazioni, scopi, mete, specialmente se l'attività sportiva è di tipo agonistico.

Si può paragonare lo sport ad un setting terapeutico: all'interno di uno spazio protetto, è possibile confrontare con altre persone, aventi le stesse o simili problematiche, le proprie paure, ansietà frustrazioni ed errori, ma anche scoprire interessi, obiettivi e nuove mete.

Si sperimentano così nuovi apprendimenti rispetto a se stessi che saranno riproposti nella vita quotidiana, fuori dal setting o dall'ambito sportivo, con la conseguenza di una maggiore autonomia psicologica.

L'handicap sarà sempre presente, ma attraverso le attività natatorie verrà inquadrato in una prospettiva più ampia: ognuno di noi ha parti positive e parti negative che non gli piacciono, ma in questo modo si impara ad accettarle come componenti della propria esperienza e a conviverci allo stesso modo che con quelle positive.

                In sport sia altamente tecnici che ciclici, quale il nuoto, è di notevole importanza, per gli allenatori ed istruttori, dedicare grande attenzione allo studio delle tecniche corrette di esecuzione degli esercizi al fine di conoscerle e, quindi esporle ai propri allievi. Spesso, però, non viene data molta importanza alle strategie che il tecnico deve mettere in atto per migliorare la sua metodologia di insegnamento. Il tecnico non è solo un conoscitore degli esercizi ma è colui che escogita soluzioni al fine di ottimizzare ed accrescere sia la tecnica che la consapevolezza dell'allievo. L'importanza di una metodologia dell'insegnamento è fondamentale al fine di adeguare gli interventi alle caratteristiche ed alle necessità degli allevi.

                Con questo lavoro si vuole dare una visione generale degli aspetti più importanti, dal punto di vista psicologico, legati all'apprendimento ed all'insegnamento.

I PROCESSI MENTALI

                I processi mentali sono tutti quei meccanismi che il cervello umano mette in atto per recuperare informazioni dall'ambiente interno od esterno a se, quindi analizzarle e compararle con altre già memorizzate al fine di decidere, in base agli scopi che ci si è preposti la risposta motoria più adatta da emettere.

                In fase d'apprendimento in psicologia cognitivista, si parla di teorie motorie della mente ossia di quelle teorie che evidenziano l'elaborazione attiva dell'informazione, dove i fattori principali legati all'attività mentale non sono più visti come un'acquisizione passiva degli stimoli ambientali, ma, al contrario, come un incessante processo di confronto attraverso il quale l'ambiente viene continuamente aggiornato dagli "input" di entrata. In poche parole l'esecuzione di un movimento non avviene passivamente (input-output), ma tramite l'elaborazione attiva dell'input, la costruzione della risposta motoria e l'output finale. Si può affermare che è un funzionamento basato su processi di feed-forward e di feed-back, dove l'informazione per essere efficace deve essere "confrontata e verificata con l'attività neurale centrale spontanea o corollaria".

                I nostri organi sensoriali sono quindi forniti di un meccanismo anticipatorio, definito feed-forward, per cui concorrono alla costruzione della percezione con la possibilità di correzione, o feed-back, più o meno rapida. Gli stimoli ambientali, così, vengono ricercati attivamente con una costruzione dei dati percettivi mantenendo, altresì, una propria autonomia evolutiva.

                Le teorie appena enunciate suggeriscono il fatto che l'esistenza di andamenti cognitivi preconsci, con funzioni anticipatorie, sono tali da facilitare la successiva focalizzazione dell'attenzione selettiva cosciente.

                In poche parole si attuano tutti quei processi mentali, ossia quei meccanismi che il cervello umano mette in atto per recuperare le informazioni dall'ambiente, al fine di confrontarli in base alla propria autoreferenzialità. Infatti Si sa che alcune informazioni sono preprogrammate nel nostro bagaglio genetico, altre sono acquisite con l'eperienza.

                Ma essenzialmente si sa che tutte queste informazioni acquisiscono valore in base alla realtà soggettiva che ognuno di noi si costruisce essenzialmente in base alle emozioni che si vivono di volta in volta. Emozioni negative danno input negativi ed emozioni positive danno input positivi. Emozioni ed input, quindi, interagiscono al fine di costruire la realtà del soggetto, e questo è di basilare importanza per comprendere totalmente le leggi dell'apprendimento. Un tecnico deve sapere che i risultati dell'insegnamento spesso dipendono dalla soggettività del singolo allievo.

                L'attività cognitiva dell'uomo è, quindi, vista come un'elaborazione attiva dell'informazione. Si sa, anche, che l'elaborazione dell'informazione, caratteristicamente, è estremamente flessibile, ossia si può scegliere lo stimolo da elaborare e, quindi, decidere come elaborarlo.

                Si pensa che l'attenzione si comporti in maniera assai simile ad un filtro, elemento che lascerebbe passare esclusivamente l'informazione che proviene dal canale sul quale e stato sintonizzato per permetterne l'elaborazione. Nel gioco complesso che viene attivato al fine di elaborare risposte motorie adeguate all'ottenimento del gesto motorio si devono inoltre considerare gli aspetti non certo minori che vengono esercitati dal funzionamento della memoria. Quando parliamo di memoria scopriamo che la stessa non viene utilizzata esclusivamente nelle operazioni che implicano il riconoscimento degli stimoli in entrata oppure nelle operazioni decisionali necessarie nell'attività motoria, ma anche come mezzo di conservazione dei programmi motori (memori a lungo termine) e di controllo dei movimenti (memoria a breve termine). In poche parole quando un allievo riceve degli stimoli, questi passano in prima istanza attraverso una prima memoria definita sensoriale, che dura circa 200/300 ms, per poi passare nel magazzino di lavoro, o memoria a breve termine (circa 20"), per organizzare la risposta motoria più adatta. La ripetizione in allenamento di tale situazione crea una nuova serie di stimoli che verranno immagazzinati nella memoria a lungo termine. In allievi giovani ed inesperti notiamo che la velocità di elaborazione di tali stimoli è molto più lenta di quella effettuata da atleti più esperti.

                Questo avviene, in parte, perché gli stimoli immagazzinati nella memoria a lungo termine vengono recuperati con più difficoltà ed in parte per l'incapacità di riconoscere ed elaborare lo stimolo acquisito.

                Più si diventa padroni del movimento più si vedrà che il susseguirsi di tali movimenti diventa, a quel punto, automatico, come quello di un musicista che non segue il movimento delle sue mani ma l'intera melodia. Si ha, in poche parole, una concentrazione sull'azione globale della prestazione, che altro non è che l'esecuzione automatizzata dei movimenti annullando del tutto l'attenzione sui movimenti in maniera analitica.

                Risulta, inoltre, rilevante ed interessante conoscere ciò che l'allievo sente, pensa od immagina nel momento in cui sta eseguendo il suo gesto tecnico. In poche parole capire cosa effettivamente sta sotto il suo controllo cosciente e che cosa viene eseguito automaticamente, su quali percezioni egli si basa durante la valutazione della propria prestazione, e come venga realizzato nell'insieme il controllo sui movimenti.

LE MOTIVAZIONI

Per quanto la motivazione a fare sport deve essere presente nel profondo di un atleta, che ad essa può ricorrere nei momenti di difficoltà, in quanto sempre sua alleata.

Per motivazione si può intendere la causa di un comportamento, ossia ciò che può determinare il manifestarsi, la forza, la direzione e la persistenza di un comportamento. Termini, comunemente usati, quali bisogni, istinti, motivi, desideri, ecc., sono indicati spesso per spiegare le azioni di un individuo. Si ritiene, quindi, che i motivi e le emozioni provvedano ad incentivare l'impulso ad agire.

Le motivazioni originano dai bisogni dell'essere umano e quelle che spingono a praticare sport, sono le stesse che sostengono l'individuo nel suo sviluppo psicologico. Maslow, psicologo umanista, ha ipotizzato una graduatoria dei bisogni mettendo al posto più alto il movimento:

movimento: l'esigenza di cambiare la posizione nello spazio

fantasia: l'esigenza di immaginare, rappresentare, sognare ad occhi aperti

costruzione: il bisogno di uno scopo da perseguire per lasciare una traccia del proprio passaggio

esplorazione: l'esigenza interiore di ricerca di situazioni nuove e stimolanti

avventura: la necessità di provare cose nuove, in parte rischiose che generano anche conflitti e tensioni emotive e comportano capacità di impegno, sforzo, coraggio

affermazione: la necessità di ottenere successo e gratificazioni personali

aggressione: l'esigenza di emergere, dominare, prevalere sull'altro inteso come  estraneo contrapposto a sé

nutrizione: bisogno legato alla sopravvivenza

sessualità: il desiderio di conoscere, di avere rapporti ed intimità con un partner

socialità: il bisogno di avere rapporti con gli altri.

Tutte queste motivazioni vengono vissute inconsciamente nello sport, in particolare il movimento, il gioco, l'aggressività competitiva.

In campo sportivo le motivazioni sono molteplici e spesso si intersecano fra di loro.

Gli aspetti principali sono riconducibili al bisogno di movimento, ossia il ricercare soddisfazione attraverso le sensazioni cenestesiche, ed al bisogno di affermazione.

L'affermazione di se stessi, per mezzo dello sport, può esprimere il bisogno di trovare il senso della propria esistenza, diventare consapevoli dei propri limiti, restituire al corpo la sua importanza, potersi imporre sugli altri, aver prestigio.

Due sono le grandi classi di studio motivazionale nello sport: le motivazioni primarie e le motivazioni secondarie.

Nelle motivazioni primarie si riconoscono il gioco e l'agonismo, tra le attività maggiormente gratificanti per l'uomo. Il gioco è un'attività fondamentale ed è comune a tutti gli individui. A livello biologico aiuta a ripristinare l'equilibrio neuro-dinamico mediante una scarica motoria, risultando come un'attività libera e piacevole, che aiuta lo sviluppo di tutte le componenti psico-fisiologiche dell'uomo.

L'agonismo risponde all'esigenza di misurarsi con la natura, con se stesso e con gli altri.

Accanto agli aspetti primari, per quanto riguarda la motivazione sportiva, si presentano fattori secondari, il cui grado di presenza e significato varia da atleta ad atleta in base alla sua personalità ed al suo essere disabile o no.

Possono essere identificati come:

1) fattori psico-biologici: hanno origine dalla costituzione dell'individuo, ossia dalle sue funzioni psico-vegetative. Sono divisi in omeostatici, ossia finalizzati a ripristinare l'equilibrio neuro-dinamico, ed autoplastici, connessi ai processi di crescita somatica.

2) fattori psico-patologici: aiutano il liberarsi di tensioni e conflitti intrapsichici. Sono suddivisi in: complesso di virilità, il desiderio di conformarsi ai modelli proposti come ideali dai media e dai luoghi comuni; narcisismo, smisurato amore verso se stesso; desiderio di potenza, opposizione agli altri attraverso l'ipertrofia del Sé per superare un senso di inferiorità; sentimento d'inferiorità, tentativo di compensare alcuni deficit di natura fisica o psichica con l'attività sportiva.

3) fattori socio-culturali: affiliazione, voglia di appartenere ad un gruppo; approvazione sociale, gratificazione dell'individuo all'interno del suo gruppo sociale; achievement, bisogno di affermazione come necessità di autorealizzazione; fattore economico, riconoscibilità del successo raggiunto attraverso il denaro; mobilità sociale, bisogno di elevazione sociale attraverso lo sport.

4) fattori psicologici: espressione di motivazioni strettamente collegate con gli aspetti emotivi di ogni individuo affettivi, comunicativi, individualizzanti, proiettivi, catartici, etici ed estetici. L'atleta interagendo con l'ambiente e con le proprie emozioni influenza le sue scelte di vita.

E' dimostrabile che una parte importante della pratica sportiva è principalmente in funzione della motivazione interiore e che quest'ultima risulta favorita da condizioni che stimolano l'autonomia o l'autodeterminazione.

Allo scopo, infine, di definire soggettivamente il successo o la motivazione intrinseca in ambito sportivo, è stata rilevata l'interdipendenza teorica ed empirica tra la prospettiva degli obiettivi, o modi, per giudicare la competenza di ognuno. Obiettivi orientati al compito incrementano la motivazione intrinseca, mentre obiettivi ego-orientati stimolano una riduzione della motivazione estrinseca.

IL GIOCO COME ELEMENTO PSICOPEDAGOGICO

 "... nel momento dell'azione, descrisse Ulrich, succede così: i muscoli e i nervi scattano e combattono insieme con l'Io; e questo - cioè il complesso di corpo, anima, volontà, insomma l'individuo nel suo insieme così come è definito e delimitato dal diritto civile - viene da nervi e muscoli preso su e trasportato leggermente, come Europa in groppa al toro; se così non è, se per disavventura il più piccolo raggio di riflessione attraversa quel buio, l'impresa fallisce sicuramente" (R. Musil).

Così, forse per la prima volta nella storia, Robert Musil, nella sua opera migliore L'uomo senza qualità, rendeva l'immagine dell'attività sportiva, anche sotto l'aspetto psico-sociologico, pur mantenendone, un'esposizione assai lontana dall'attuale scientificità d'approccio anche se sul piano linguistico categoriale.

Benché il significato dell'attività sportiva sia andato gradualmente modificandosi e specializzandosi, con il mutare delle società nel corso della storia, ha sempre avuto una valenza assai importante. Fin dalla sua prima comparsa l'uomo dovette imparare ad usare il suo apparato anatomico per adattarsi a luoghi sempre diversi e difficili, anticipando e controllando i movimenti dal punto di vista motorio, in modo che risultassero sicuri e sufficientemente agili. Tutto ciò aiutò l'ulteriore formazione dei sensi quali quello ottico e cenestesico e lo sviluppo delle capacità coordinative. Lo sport altro non era che un ripetersi di gesti giornalieri che simboleggiavano la caccia o la guerra.

Negli anni moderni lo sport ha vissuto svariate modificazioni. Basti pensare che sino a pochi anni fa lo sport era solo considerato quale veicolo di forza e di sviluppo narcisistico del proprio corpo. Infatti non a caso negli anni 30 in occasione delle XI Olimpiadi (Berlino, 1935), De Coubertin in un suo discorso dichiarò che "non si può essere seguiti se ci si adopera a sviluppare l'educazione fisica in nome dell'igiene e dell'estetica".

In tempi più recenti si è passati a vivere lo sport in funzione di aspettative meramente economiche portando lo sportivo a cercare in maniera ossessiva la vittoria con un aumento di pratiche non consone, quali il doping, alla reale filosofia del mondo sportivo.

Eppure lo sport, pratica che distingue ulteriormente l'uomo dalle altre specie animali, altro non è che l'espressione ottimale dei ritmi motori ed è di vitale importanza specie in quegli esercizi dove esiste una composizione plurima di fasi: ossia una successione di combinazione di movimenti.

Riprendendo e ribaltando il discorso di De Coubertin, si può dire che, a livello psicosociale, lo sport aiuta a sviluppare il corpo umano in nome dell'igiene e dell'estetica (intesa come qualità della vita). Sicuramente l'evoluzione delle capacità motorie è legato allo sviluppo dell'attività cerebrale, così come si può osservare nei primi giochi dei bambini che si confrontano con il mondo esterno facendolo oggetto della loro attività cognitiva.

Essendo lo sport una forma di gioco, caratterizzato da finalità agonistiche, non si può esimersi dall'analizzarlo, anche se non in maniera esaustivamente completa.

Il gioco, che è una delle motivazioni primarie e fondamentali dell'atleta, è stato per anni erroneamente relegato, dal pensiero comune, tra le attività esclusive dell'infanzia. Invece è un esigenza fondamentale per ogni essere umano indipendentemente dalla sua età o dalla sua cultura. Benché non sia facile definirlo si può, comunque, affermare, così come scrive Kant, che il gioco è piacevole in quanto si sottrae alle categorie temporali e quindi si contrappone all'attività lavorativa.

Il gioco, e quindi anche il gioco sportivo, ha una duplice funzione nella vita dell'individuo: da un lato esso rappresenta un mezzo di scarico delle energie fisiche e nervose attraverso l'attività motoria, dall'altro svolge una funzione terapeutica, come molti autori (Jung, Klein, Moreno, Perls, Polster) hanno sottolineato. Esso è uno strumento proiettivo, giocare vuol dire rappresentare, far presente, esporre, esternare, è come portare in scena una rappresentazione, permette l'espressione di pulsioni e fantasie e quindi il passaggio dall'isolamento dell'inconscio al contatto con l'ambiente, quindi alla relazione sociale dell'Io.

Il gioco osservato dal punto di vista fisiologico risulta positivo in quanto, grazie ad una liberazione di surplus energetico mediante una scarica motoria, ristabilisce l'equilibrio neuro-dinamico in modo da ottenere uno stato di quiete e, di conseguenza, la propulsione a ricercare nuovi stimoli.

Visto sotto altri aspetti lo si può definire un'attività che sviluppa la fantasia, come forma di espansione della personalità, un momento piacevole, in quanto si gratificano esigenze molto profonde di natura affettiva. In poche parole il gioco ha una notevole importanza educativa in quanto gli è affidato l'impegnativo compito di assecondare e promuovere i processi di maturazione dell'individuo. Osservandolo dal punto di vista psicodinamico possiamo affermare che il gioco, così come i sogni, può realizzare quei bisogni interni che nell'andamento quotidiano della vita devono essere rimossi o differiti nei loro appagamenti. Infatti l'attività ludica tende a realizzare quello spazio estremamente privato e fantastico senza sottomettersi alla formalità del quotidiano. E' qui che è possibile realizzare, avvalendosi della propria espressività corporea e di oggetti tra i più svariati, i contenuti più profondi del proprio inconscio. Per questo in fase evolutiva acquisisce un'importanza fondamentale sia a livello cognitivo che formativo ed affettivo. Sotto l'aspetto psico-pedagogico si è notato che i bambini, che spesso vengono frustrati nella loro immaginazione dall'educazione classica, apprendono meglio se vengono loro riconosciuti gli interessi ed il loro spazio vitale. Tramite il gioco crescono la creatività e l'intelligenza. In poche parole il gioco è il terreno privilegiato dove affondare produttivamente le radici del processo di apprendimento. Infine il gioco è anche lo strumento per far crescere socialmente il bambino.

Quando il bambino si trova fuori dai contesti famigliari incontra coetanei che hanno la sua stessa energia e gli stessi problemi, ed è con loro che inizia a vivere nuove esperienze e nuovi legami affettivi. E' il modo naturale per iniziare ad emanciparsi dai genitori e per trovare nuove realtà al di fuori della sfera ristretta della famiglia. E' con i coetanei, grazie al gioco, che il bambino può ricercare dinamiche affettive analoghe a quelle famigliari, ristrutturando gli stessi ruoli, oppure, nella maggioranza dei casi, ricercarne differenziate fondando gli affetti su basi diverse assumendo ruoli diversi da ciò che avviene in famiglia. Ad esempio se in una famiglia esiste una supervalutazione di un eventuale fratello maggiore, il bambino giocando, al di fuori del contesto famigliare, con i suoi coetanei si trova a vivere le stesse esperienze sia di successo che di insuccesso riequilibrando così il suo senso di inferiorità.

Stare tra coetanei è anche un modo per impossessarsi dei comportamenti degli adulti, per abituarsi al controllo della realtà imparando a responsabilizzarsi e ad accettare quelle regole morali e di comportamento che sono la base di una corretta socializzazione.

Il gioco è, quindi, un'attività molto importante e che serve ad assolvere molte funzioni:

esplorazione: il bambino osserva il suo ambiente e ne fa conoscenza manipolando e toccando i vari oggetti;

acquisizione di abilità fisiche specifiche: tramite i giochi di movimento e di precisione;

fortificazione dell'organismo: anche in questo caso tramite i vari giochi fisico-motori;

aumento del senso di sicurezza e di autostima: attività ludico motoria, giochi di precisione e giochi sociali;

socializzazione: giochi di gruppo;

appropriazione dei ruoli sociali e sessuali degli adulti: giochi simbolici e giochi sociali dove si instaurano i vari ruoli differenziati tra maschi e femmine;

acquisizione di abilità logiche: giochi di costruzione, di fantasia e di regole.

Analizzando questo piccolo elenco si può notare che l'attività ludica, spesso bistrattata o relegata ad una visione strettamente agonistica, è non solo corretta ma fondamentale.

In un processo formativo l'attività ludica riveste, per l'appunto, un ruolo fondamentale.

Nei bambini più piccoli, ad esempio, si può pensare ad una serie di giochi volti a sviluppare le capacità individuali e la socializzazione. Questa seconda parte potrà essere affrontata organizzando giochi in coppia dove non si dovrà puntare ad una cooperazione obbligata ma, organizzando situazioni sempre nuove, i bambini si troveranno ad adottare azioni comuni.

Con l'aumentare dell'età crescerà il bisogno di socializzazione tramite l'identificazione con i propri pari. In questa fase i giochi saranno sempre più complessi e potranno coinvolgere la totalità del gruppo. Inizieranno a fare la loro comparsa anche le "regole" che verranno seguite e difficilmente cambiate. Si creeranno delle squadre, si inizierà ad evidenziare anche l'aspetto agonistico, che altro non è che una forma più adulta e matura del gioco. Esempio di quanto esposto ora lo si può trovare in quelle situazioni che si attuano in palestra, o all'aperto, dove si formano squadre per confrontarsi, in gruppo, in giochi che al tempo stesso sviluppano quelle capacità coordinative fondamentali nella crescita. Nel gioco il bambino imita l'adulto, ma evitando al tempo stesso le responsabilità dell'adulto: quando il bambino gioca i confini tra fantasia e realtà sono aboliti, crea situazioni immaginarie che affronta e padroneggia, riuscendo in tal modo a sopportare e superare l'ansia delle situazioni reali.

Compito dell'istruttore, in questo caso, sarà quello di abituare l'allievo a vivere in modo tranquillo e non traumatico questo nuovo salto di qualità. Rendere l'agonismo un qualcosa di strano che non è più gioco ma qualcosa di diverso potrà portare il futuro atleta a vivere lo sport in maniera negativa ricercando con altre vie (doping) la propria realizzazione.

L'AGGRESSIVITA' COMPETITIVA

Alla base del comportamento agonistico, ci sono i bisogni di affermazione, il desiderio di emergere e di rassicurarsi circa le proprie capacità, in sintesi l'agonismo è un comportamento aggressivo, intendendo l'aggressività nella sua accezione positiva di assertività, ovvero la capacità di modificare l'ambiente rispetto alla possibilità di prendersi uno spazio vitale e impadronirsi delle cose.

L'essere umano sviluppa una certa dose di aggressività fin dalla nascita, la stessa nascita è un evento aggressivo, per uscire da un contenitore (utero materno) il bambino deve "rompere" qualcosa o comunque forzare una situazione di staticità, lo stesso vale per la fase della masticazione, per nutrirsi bisogna frantumare con i denti il cibo necessario all'alimentazione, infine, anche il pianto, come modalità di comunicazione volta a richiamare l'attenzione su di sé, ha una componente aggressiva.

L'aggressività quindi è necessaria per  la conservazione della specie, è legata alla vita (pulsione di vita), infatti l'aggressività non espressa può portare a comportamenti autolesionistici, fino ai limiti estremi del suicidio (pulsione di morte) .

Soprattutto nel caso di persone con handicap acquisito il senso di sconfitta nei confronti della vita è molto forte e il desiderio di autoaffermazione può esprimersi mediante la rabbia, l'ostilità, i comportamenti aggressivi e i sentimenti di rivalsa verso gli altri.

Ma l'aggressività necessaria alla persona disabile per affermare se stessa in un ambiente competitivo, e quindi non propriamente favorevole, può essere espressa in forma ritualizzata nello sport, che diventa campo di allenamento non solo fisico ma anche psicologico.

L'aggressività competitiva viene canalizzata nello sport agonistico: confrontandosi con degli avversari, c'è la possibilità di ingaggiare una lotta e quindi di rivaleggiare per vincere, nel rispetto delle regole, senza che ne consegua una distruzione dell'altro e quindi la violenza. Si impara inoltre ad accettare la sconfitta, a gestire la rabbia derivante dalla frustrazione e a non lasciarsene sopraffare.

La sconfitta non esiste senza vittoria, è l'altra faccia della medaglia, vista in questa prospettiva essa diventerà uno stimolo per progredire, con conseguente rafforzamento dell'autostima per disabili e non.

LA COMUNICAZIONE

Un aspetto di notevole importanza nel lavoro di un educatore sportivo è la comunicazione.

Il corpo, come già espresso inizialmente, svolge anche una funzione comunicativa, inizialmente la madre ed il bambino comunicano attraverso scambi corporei, vocalizzi, sguardi, pianto e sorrisi, modificazioni toniche e posturali, successivamente la frustrazione derivante dall'assenza della madre genera il pensiero che riempirà questa mancanza e farà insorgere nel bambino il desiderio di comunicare. Al dialogo tonico si aggiungerà quello gestuale, la postura diventerà movimento via via sempre più complesso in relazione anche allo spazio e al tempo, parametri base per il successivo sviluppo del linguaggio parlato. Dalla comunicazione dipendono sia le fasi dell'apprendimento che quelle relazionali con il conseguente cambiamento comportamentale motorio e di un allievo, nella direzione auspicata dall'allenatore, e di soggetti operanti all'interno di un gruppo.

Avere una situazione attentiva sull'aspetto comunicativo non significa trascurare altri importanti aspetti di carattere psicologico quali la determinazione, la motivazione, l'ansia etc., ma semplicemente affrontare prima un elemento che può orientare il rapporto tra due persone in senso positivo o negativo. Bisogna aggiungere inoltre, che negli sport individuali questo rapporto è sicuramente più stretto, diretto e coinvolgente rispetto agli sport di squadra.

La comunicazione è l'atto legato al passaggio di un certo materiale, noto ad uno, verso altri soggetti che si vogliono rendere edotti in tal senso. E', quindi, un qualcosa che non si fa a spese degli altri ma in collaborazione con gli altri. La comunicazione si definisce sempre a due vie, ossia colui che comunica riceve un feedback dagli altri. Anche quando si impartisce un ordine il feedback è dato dal fatto che questo può essere eseguito oppure si nota il rifiuto all'esecuzione.

La classificazione classica prevede che la comunicazione venga divisa in "verbale" (CV) e "non verbale" (CNV). Secondo molti autori l'aspetto verbale della comunicazione incide per circa il 7% del messaggio inviato, mentre il rimanente 93% si compone dei vari aspetti non verbali basati sul tono ed utilizzo della voce (messaggi paraverbali) e sul linguaggio del corpo (postura assunta durante il colloquio).

La CV avviene quando una persona (che chiamiamo Emittente) esprime un concetto (che definiamo Messaggio) ad un terzo soggetto (chiamato Destinatario). Questi passaggi non avrebbero nessun significato se colui che invia il messaggio non valutasse il contesto sociale in cui opera, al fine di trovare un contatto reale, scegliendo il codice comunicativo più idoneo.

Comunic-azione vuol dire letteralmente azione in comune. L'azione rappresenta l'identità di una persona nel momento in cui si trova di fronte ad un'altra persona quindi si estrinseca all'interno di una relazione io-tu-ambiente. L'azione può esprimersi a diversi livelli corporeo, sensorio, emozionale, immaginativo, cognitivo-verbale ed è importante, all'interno della relazione prestare attenzione all'agire della persona stessa, ma anche a quello dell'allenatore. Si cercherà attraverso l'allenamento di far vivere al soggetto un'esperienza relazionale positiva a diversi livelli al fine di raggiungere l'obiettivo prefissato.

Tutti i soggetti dovranno quindi sviluppare la consapevolezza, momento per momento all'interno di quella relazione, dei propri vissuti corporei, sensori, emozionali, immaginativi, cognitivi.

La comunicazione, inoltre, può essere efficace o ostacolata a seconda di come gli stati emozionali dell'Io, secondo la teoria transazionale, entrano in relazione.

Secondo questa teoria il nostro Io è suddiviso in tre parti: genitore (normativo), adulto (logico) e bambino (emozionale).

Per Stato dell'Io si intende un'insieme di pensieri e vissuti emotivi, e quindi dei comportamenti riferiti a uno specifico momento o aspetto della vita della persona (figura 4).

Lo Stato dell'Io Adulto è la manifestazione della propria parte adulta, cioè di quella dimensione dell'Io che è in contatto cognitivo e affettivo con il "qui e ora".

Lo Stato dell'Io Genitore corrisponde alla parte genitoriale introiettata e si esprime all'esterno riproponendo modelli comportamentali che l'atleta ha incorporato dalle differenti figure genitoriali con cui è stato o è in contatto (dalla mamma all'allenatore a un compagno di squadra particolarmente carismatico). All'interno lo Stato dell'Io Genitore si manifesta sotto forma di ordini, divieti, incoraggiamenti, minacce che l'atleta ha incorporato da fonti esterne e che ripropone a se stesso in un dialogo interno.

Il terzo Stato dell'Io è lo Stato dell'Io Bambino, costituito dalle esperienze arcaiche vissute e immagazzinate dall'atleta nei suoi anni formativi.

Quando si comunica si invia a livello verbale un messaggio a proposito del "qui ed ora". Nel contempo passa un altro messaggio, di solito del tutto inconscio, ed è un messaggio di tipo transferale. Vedendo nell'allenatore una figura in qualche modo genitoriale, ossia protettiva, si cerca di stabilire con lui un tipo di relazione che è in qualche misura ripetitiva, per similitudine o per opposizione, alla relazione che una persona ha avuto con uno dei genitori reali. Alla base di ogni forma di interazione esiste come unità di rapporto sociale la "transazione". Una transazione consiste di due "unità di riconoscimento" o "contatti". Sono chiamate transazioni piuttosto che interazioni perché sia l'una che l'altra persona coinvolta ottengono qualcosa in cambio, non foss'altro che un breve segno di riconoscimento. Ma ciò una persona (così come il suo interlocutore) cerca è il rinforzo alla propria identità, un sostegno al suo tipo di equilibrio psicosomatico.

TALLERES PSICOEDUCATIVO PARA MEJORAR LA CALIDAD DE VIDA DEL ADULTO MAYOR DESDE LA PERSPECTIVA DEL TRABAJO COMUNITARIO SOSTENIBLE.(segunda parte)

TALLERES PSICOEDUCATIVO PARA MEJORAR LA CALIDAD DE VIDA DEL ADULTO MAYOR DESDE LA PERSPECTIVA DEL TRABAJO COMUNITARIO  SOSTENIBLE.(segunda parte)

Autor: Ms. C. Osvaldo León Bravo

osvaldo@isch.edu.cu

Coautor: Dr. Francisco García Ucha

Esquema #1. Indicadores de trabajo para el desarrollo de la calidad de vida

En primer lugar los indicadores de trabajo estarán ubicados en dos grupos de relaciones, esto responderá al tipo de naturaleza que los caracteriza. Los mismos responderán a una lista de contenido, que no serán más que las habilidades que son formadoras del desarrollo.

El primer grupo de relación responde más bien a una dimensión de carácter  psicosocial, en dependencia de la apreciación del participante.

El segundo grupo responderá a una dimensión de apreciación psicocorporal, ya que se  aprecian en ella una relación directa con el componente corporal el cual a esta edad es muy marcado en dependencia de los cambios psicofisiológicos que ocurren.

Es importante destacar que ambos grupos de indicadores de trabajo tienen un sentido de relaciones de carácter sinérgico. Esto nos da la medida que a la hora de trabajarlos no se deben interpretar de manera lineal.

Esta percepción sinérgica nos permite que en un taller se puedan trabajar indistintamente cada uno de ellos, sin dejar de quitarle importancia al de mayor peso, en dependencia de los objetivos del taller. Cada uno va a responder a un momento de desarrollo de un contenido de trabajo, pero a su vez puede ser vinculado con uno de su mismo grupo de trabajo y con el grupo de relaciones contrario. Ejemplo: proyección futura puede vincularse con imagen corporal (Grupo de relación contrario) y con bienestar como parte de su mismo grupo de trabajo. Este orden de relación quedará en dependencia de las exigencias del grupo de participantes y del discernimiento del coordinador a la hora de planificar los talleres.

Es importante que cada coordinador a la hora de planificar los talleres, destaque el sentido de relación entre los indicadores de trabajo, los cuales van a tener como base las habilidades que son formadoras conformadoras del desarrollo, componente que va a ser potenciado con el trabajo corporal y la funcionalidad de las técnicas participativas. Las habilidades que son formadoras del Desarrollo son un sistema de recursos personológicos que actúan en sinergia a partir de los criterios de  cooperación, dominancia y subordinación, donde tiene lugar la emergencia de diferentes formaciones psicológicas (pensamiento abstracto,  imaginación y lenguaje interno) que unidas  a emociones, sentimientos, valores y preferencias que   dan lugar a vivencias encaminadas al logro de un objetivo personal.

Las habilidades que son formadoras del desarrollo constituyen en el caso de los talleres psicoeducativos un puente conceptual entre las dinámicas  grupales y el trabajo corporal, estimulando y orientando  de esta manera las acciones del adulto mayor en pro de una mejor calidad de su vida. Las mismas nos permiten movilizar aquellos instrumentos psicológicos que dan vida en el plano ideal. Para luego cristalizarse y  convertirse en un verdadero agente de cambio y trasformación  anticipada del individuo ante las exigencias de la realidad objetiva y subjetiva.

En este caso las técnicas corporales van a exigir una relación más directa de trabajo con las habilidades que son formadoras del desarrollo, ya que estas tienen mayor compromiso sobre las apreciaciones que se deben lograr en los participantes.

Las técnicas participativas en cambio, van a favorecer el componente movilizador  de las relaciones de trabajo entre las habilidades que son formadoras del desarrollo y el trabajo corporal en dependencia del indicador que se esté trabajando.

Cada instrumentación de los talleres psicoeducativo se propone alcanzar una serie de objetivos de crecimiento personal, los mismos se enumeran en el siguiente orden: 

 

  • Ø Alcanzar un mayor dominio sobre sí mismo, su cuerpo, y sus funciones, desarrollando habilidades de autocontrol, a través de la concientización de sus posibilidades y dificultades expresivas, reconociendo y combatiendo las tensiones musculares y psíquicas, así como las ansiedades propias de la vida cotidiana.
  • Ø Aspirar a una elevación de la calidad de vida, aumentando el nivel de cultura psicocorporal del individuo, enseñando la utilización de técnicas específicas de amor y de aceptación de su propio cuerpo.
  • Ø Contrarrestar la ansiedad y las tensiones psíquicas que se producen en el hombre como resultado de su interrelación con el medio y que adoptan la forma de complejos, conflictos, frustraciones o somatizaciones.

Los talleres psicoeducativos como experiencia  trasformadora con relación a la calidad de vida del adulto mayor

La instrumentación de los talleres psicoeducativos en el ámbito del adulto mayor constituyeron momentos de comunicación interpersonal intensa, caracterizados por la intensidad creativa, variedad de ritmos, transformación del espacio, atmósfera de juego, espejos de intercambio, construcción de mundos (conceptos, ideas, representaciones), procesos de des-compactación y recomposición de identidades. Cada taller fue capaz de generar de manera espontánea una lógica dramática expresada a manera de tensiones, clímax, catarsis e ideas contrapuestas que luego se convertían en un proceso de desarrollo personal. 

A continuación citaremos algunas  opiniones emitidas por los participantes durante la  realización de los talleres psicoeducativos.

Grupo de trabajo # 1: "El taller me enseñó que la felicidad no depende del sexo, ni de la edad, ni de la belleza, ni del dinero, ni siquiera de la salud (auque el dolor es un ladrón de la felicidad). La felicidad son las relaciones con los demás, de pareja, de familia, de amistades. El sentido de pertenencia a un grupo y las pequeñas cosas de la vida; una comida, un paseo por el parque, el campo es realmente lo que nos hace ser dichoso".

Grupo de trabajo # 2: "El taller nos enseñó que podemos aprender a controlar nuestro cuerpo ante las diferentes situaciones negativas de la viada. El taller es como un espacio de magia trasformadora de la conducta. Pudimos intercambiar puntos de vista con nuestros compañeros. Nos sentimos muy felices y contentos durante el taller".

Grupo de trabajo # 3: "En el taller pudimos intercambiar criterios con nuestros compañeros, reírnos de las cosas negativas que tiene la vida. Aprendimos nuevas formas de vivir ante las exigencias de la vida. Compartimos momentos de felicidad y alegría".

Grupo de trabajo # 4: "Aprendimos técnicas para controlar nuestras emociones. Aprendimos lo útil que es el trabajo en grupo para resolver problemas personales. Aprendimos nuevas formas de vida. El taller es un espacio de felicidad".

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TALLERES PSICOEDUCATIVO PARA MEJORAR LA CALIDAD DE VIDA DEL ADULTO MAYOR DESDE LA PERSPECTIVA DEL TRABAJO COMUNITARIO SOSTENIBLE.

TALLERES PSICOEDUCATIVO PARA MEJORAR LA CALIDAD DE VIDA DEL ADULTO MAYOR DESDE LA PERSPECTIVA DEL TRABAJO COMUNITARIO  SOSTENIBLE.

Autor: Ms. C. Osvaldo León Bravo

osvaldo@isch.edu.cu

Coautor: Dr. Francisco García Ucha

 "Al hombre no se forma en el silencio, sino en

 la palabra en la acción, en la reflexión"

Paulo Freire

Consideraciones socio psicológica del adulto mayor en la sociedad contemporánea

El envejecimiento de la población es un fenómeno de gran interés en la sociedad contemporánea, el cual debe ser abordado desde la orientación, prevención, e intervención, pues la persona que envejece requiere de ayuda para conservar la propia suficiencia física, psíquica y social, condicionada en la mayoría de los casos, por las posibilidades de movimiento incrementado o mantenido.

Conocer al adulto mayor significa  ser receptivo ante sus necesidades y posibilidades. Por eso, resulta necesaria la  planificación de actividades que contrarresten el sedentarismo acorde a su estado de salud para contribuir al mantenimiento de una psiquis y un cuerpo verdaderamente activo.

Sobre el adulto mayor y los factores relacionados con este período de la vida, se escribe desde diferentes perspectivas y con más amplitud en los últimos años. Esto obedece fundamentalmente, a la preocupación cada vez más creciente en las sociedades contemporáneas por las personas mayores de 60 años, que representan el grupo de edad que más rápidamente crece en el mundo.

El denominado adulto mayor es portador de regularidades propias de una etapa del desarrollo humano, así como de una serie de limitaciones en gran medida provenientes de prejuicios que le ha depositado la cultura. En este sentido lo principal es que los ancianos tomen conciencia de su posición  en la sociedad y en el mundo en que viven, mediante su comparación con la persona madura.

Este período de la vida, ha sido abordado por  lo  general, de forma aislada o como fase de involución y no como una verdadera etapa del desarrollo humano, cuya significación social adquiere cada vez mayor relevancia, dada la tendencia mundial a un proceso de envejecimiento de la población.

Por lo tanto, se convierte esto en una necesidad psicológica de primer orden, donde el aprender a vivir y  conocer más sobre el propio cuerpo sería una de las alternativas más modestas a las que pudiera acudir el adulto mayor. Un sistema de talleres psicoeducativos donde la persona  pueda mirarse por dentro y movilizar todos los recursos es un espacio viable  para el autoaprendizaje y el conocimiento de sí mismo, es decir, un modelo meta cognitivo donde el sujeto es su propio agente de cambio en relación a su calidad  de vida.

Nuevo enfoque de intervención comunitaria para mejorar la calidad de vida del adulto mayor

En la última década se viene produciendo un sensible aumento de interés social por la calidad de vida y una creciente sensibilización por buscar alternativas hacia lograr de forma sostenible el desarrollo humano. Esto repercute en los retos actuales de la educación la cual debe estructurarse en torno a cuatro aprendizajes fundamentales según criterios de la UNESCO. En el transcurso de la vida serán para cada persona, en cierto sentido, los pilares del conocimiento: Aprender a Conocer, es decir, adquirir los instrumentos para la comprensión; Aprender a Hacer, para poder influir sobre el propio entorno; Aprender a Vivir Juntos, para participar y cooperar con los demás en todas las actividades humanas; por último, Aprender a Ser, un proceso fundamental que recoge elementos de los tres anteriores. Por supuesto, estas cuatro vías del saber convergen en una sola, ya que hay entre ellas múltiples puntos de contacto, coincidencias e intercambio.

La prolongación de la vida y la existencia de un creciente número de ancianos exigen que cada individuo y la sociedad adopten una nueva perspectiva de vida. Es decir, la sociedad y en especial el adulto mayor necesitan aprender a envejecer. Lo que implica cambiar la percepción cultural del adulto mayor y aceptar sus limitaciones. Hoy, "Aprender a envejecer " significa captar apresuradamente lo que puede ofrecer la vida en la ancianidad, aceptar las limitaciones biológicas normales y por otra parte potenciar la experiencia vida.

Educar para aprender a vivir, significa dar a las personas la oportunidad de desarrollar su potencial, su personalidad y sus aptitudes particulares. Así pues, no se trata simplemente de que el participante adquiera nuevos conocimientos, sino también de que desarrolle capacidades que le permitan vivir una vida más plena. Esto es lo que se entiende por preparación para la vida diaria y comprende las capacidades intrínsecas de las personas y las competencias prácticas necesarias para la vida diaria. Muchas de las capacidades intrínsecas que suelen denominarse aptitudes psicosociales- no pueden enseñarse como asignaturas. No son conocimiento de índole académico o técnico.

En el caso específico de los enfoques para una Didáctica del adulto mayor, coincidiendo con los criterios de la UNESCO, Roque (2004)  señala que lo esencial en el contenido de los  aprendizajes para esta edad está alrededor  de cinco pilares básicos:

  • Ø Aprender a ser....identidad, autonomía.
  • Ø Aprender a vivir juntos....Querer al otro, vivir en los valores de la paz.
  • Ø Aprender a hacer....Competente
  • Ø Aprender a conocer......Poseer una cultura general integral, universal
  • Ø Aprender a emprender....actitud preactiva e innovadora.

Por lo tanto, en el conjunto de formas de organización, precisamente para el desarrollo de estos cinco pilares, adquiere gran peso "el taller" como forma didáctica  toda vez que implica un encuentro de conocimientos a partir del criterio de todos "en el grupo" y "para el grupo".

Estos pilares básicos se traducen en competencias necesarias para hacer frente a las rápidas transformaciones sociales. Esto significa que es importante saber cómo seguir aprendiendo, en la medida en que necesitamos nuevas habilidades para la vida. Además, necesitamos saber cómo afrontar el gran volumen de información existente y convertirlo en conocimiento útil. Asimismo, necesitamos conocer la manera de enfrentar los cambios, tanto en la sociedad como en nuestras propias vidas.

Estos aspectos de apreciación subjetiva en relación al tema de la calidad de vida se convierten en una necesidad educativa de primer orden, donde el aprender a vivir y conocer más sobre el propio cuerpo sería una de las alternativas más modestas a las que pudiera acudir el adulto mayor.

Por lo tanto el taller psicoeducativo lo podemos asumir dentro de estas consideraciones conceptuales, con una plataforma básica de instrumentación en el trabajo corporal participativo que a través de las habilidades conformadoras del desarrollo, es capaz de crear los espacios necesarios para la reflexión y el desarrollo personal de aquellos que participan,  coronado de vivencias que van desde un plano grupal hasta la reflexión más personal del participante.

Características organizativas y funcionales de los talleres psicoeducativos

El sistema de talleres psicoeducativos para desarrollar la calidad de vida del adulto mayor estará conformado por seis indicadores generales de trabajo (esquema # 1), es importante destacar que  los mismos no tienen un orden de prioridad, se pueden trabajar indistintamente en dependencia de las expectativas de los participantes. Por lo tanto es importante explicar algunas consideraciones que dan respuesta a la lógica funcional que los caracteriza.

ESTILO DE COMUNICACION INTERPERSONAL

ESTILO DE COMUNICACION INTERPERSONAL

 

El estilo de comunicación interpersonal caracteriza los medios habituales de conducta comunicativa del deportista con los compañeros de equipo: su actividad general, el círculo de comunicación y la satisfacción por los contactos interpersonales durante la actividad conjunta. (O fuera de ésta).

A continuación citamos un ejemplo:

Instrucción Lea atentamente cada una de las preguntas que aparecen abajo y elija una de las respuestas, o sea, la que corresponda con su opinión.

1. Valore su actividad normal de comunicación en comparación con otros miembros del equipo (con sus compañeros más directos):

a) En las competencias.

b) En los entrenamientos

c) En los tiempos libres.

Frecuentemente

A veces

Rara vez

 

 

 

 

Soy más activo en la comunicación que otros.

 

 

 

Soy, también, activo en la comunicación, como lo son otros.

 

 

 

Yo casi no participo en la                                     comunicación.

2. Quisiera tener comunicación con otros:

a) En las competencias.

b) En los entrenamientos.

c) En el tiempo libre.

 

Al igual que hasta ahora.

 

Más frecuentemente

 

Con menos frecuencia

3. Valore su círculo habitual de comunicación en el equipo.

Frecuentemente

A veces

Rara vez

 

 

 

 

Me comunico activamente con gran número de integrantes del equipo.

 

 

 

Me comunico con un número relativamente pequeño de personas.

 

 

 

Me comunico solo con una persona.

 

 

 

No me comunico con nadie.

4. El círculo habitual de comunicación en el equipo:

a) En las competencias.

b) En los entrenamientos.

c) En el tiempo libre.

 

Me satisface completamente.

 

Quisiera comunicarme con un número mayor de personas.

 

Quiera comunicarme con un número menor de personas.

5. Con quién de los compañeros más cercanos Ud. se relaciona:

a) En las competencias.

b) En los entrenamientos.

c) En el tiempo libre.

Más frecuentemente

 

y expresa el por qué.

 

 

 

Con menor frecuencia (o no se comunica en general) y por qué.

 

 

 

 

 

6. Influye esto y como precisamente en:

El éxito de su actividad Si___ No___

El estado general y la disposición Si___ No___

7. Para establecer mi comunicación en la actividad conjunta es característico:

Frecuentemente

A veces

Rara vez

 

 

 

 

Ocurre que comprendo mal el trato de los compañeros.

 

 

 

No llego a ponerme de acuerdo con los compañeros sobre las acciones posteriores.

 

 

 

Me es suficiente una sola palabra o un gesto para comprender la idea del compañero.

 

 

 

Yo puedo fácilmente reconocer mi error.

 

 

 

Yo siento a cuál de los compañeros tengo que ayudar en el juego.

 

 

 

Me irritan los compañeros, a los que tengo que explicarles  detalladamente las acciones posteriores.

 

 

 

Para mi la comunicación con los compañeros es una carga adicional.

 

 

 

Me gusta dirigir las interacciones en el equipo.

 

 

 

Lo que comprendo mucho mejor son los gestos.

8. En la comunicación de nuestro equipo resulta característico:

a) En las competencias

b) En los entrenamientos

Frecuentemente

A veces

Rara vez

 

 

 

 

La planificación, la coordinación de las acciones conjuntas, la adopción rápida de decisiones durante el juego.

 

 

 

La ayuda recíproca, el estímulo entre unos y otros.

 

 

 

Elogios, la aprobación de los compañeros, la reacción positiva ante  las acciones exitosas.

 

 

 

Reprobaciones, reproches, insultos recíprocos al cometerse errores y perder.

 

 

 

Confusiones, "escándalo", "no saber escuchar"

 

 

 

Tensión, todos callan.

 

 

 

La reacción emocional es insuficiente, indiferencia en el juego.

 

9. Quién de los integrantes del equipo reacciona con mayor brusquedad:

 

a) ante los errores de los otros

 

b) ante vuestros errores

 

Las preguntas propuestas están destinadas a la valoración cualitativa de algunas particularidades de la conducta comunicativa del deportista desde su punto de vista.

En este cuestionario no se estableció intencionadamente el sistema de puntuación, a pesar de que una serie de preguntas y variantes de respuesta pueden servir de base para elaborar la escala de evaluación cuantitativa sobre el estilo de comunicación interpersonal de los deportistas.

La encuesta individual o por grupo de atletas se realiza, con el objetivo de esclarecer su estilo interpersonal de comunicación en el momento dado; para analizar las particularidades de su comunicación en el equipo anterior; para poner de manifiesto el estilo interpersonal de comunicación deseado, el cual ayuda a que su actividad resulte exitosa y su estancia agradable dentro del colectivo.

Los datos obtenidos de la encuesta deben ser obligatoriamente comparados con la comunicación real de cada deportista (especialmente, los jugadores más jóvenes del equipo, así como también, los de carácter introvertido y los conflictivos).

La valoración y la comunicación real del deportista pueden afectarse por la subjetividad de su apreciación o la influencia de los factores ajenos. Toda vez que estás discrepancias han sido aclaradas, es posible comenzar un trabajo especial con este atleta, con el fin de corregir su actitud hacia los compañeros más cercanos.

EFECTO DE LA COMUNICACION

El efecto psicológico de la comunicación interpersonal y las diversas influencias externas pueden expresarse en el cambio (empeoramiento o mejoría) del estado psicológico del deportista, en el resultado de su actividad y el éxito de las acciones recí­procas con los compañeros.

A continuación reproducimos algunos métodos destinados al esclarecimiento de las reacciones subjetivas ante las influencias interpersonales y del micro medio.

Señale con una cruz el número de la respuesta que según su criterio, más le conviene.

1. Sí, en los entrenamientos me prestan atención:

Mucho más activamente que lo acostumbrado

1

2

3

4

5

6

7

Trabajo de la forma habitual

2. Los señalamientos bruscos del entrenador en las competencias:

Me ayudan a concentrar, a ser más atento, ha de a ser más atento, ha desarrollar una mayor actividad.

1

2

3

4

5

6

7

Me entorpecen en el juego, me siento aplastado, me distraen me sacan de paso

3. Yo, habitualmente después de las aprobaciones, y los elogios del entrenador:

Juego más activamente más concentrado más atento, con mayor ni

1

2

3

4

5

6

7

Me tranquilizó, me relajo, a veces me desconecto atento, con mayor ni

4. Yo, habitualmente después de los señalamientos bruscos de mis compañeros juego:

De forma mucho más activa, más concentrado mucho más atento.

1

2

3

4

5

6

7

Mucho peor, me cuesta mucho trabajo el volverme a concentrar, a veces me desconecto

del juego.

5. Cuando siento el apoyo, la aprobación, la ayuda de mis compañeros de equipo, juego:

Considerablemente mejor que lo habitual

1

2

3

4

5

6

7

Ni mejor, ni peor que de costumbre

Debido a que en algunos deportistas, el resultado de la actividad no siempre empeora, a consecuencia de un estado psicológico malo, en las encuestas es conveniente esclarecer independientemente cómo unos u otros factores y situaciones actúan sobre el estado y la actividad del deportista. Con el fin de lograr lo anterior, podemos emplear una escala con siete puntos.

Instrucción:

Durante el juego, especialmente en las situaciones significativas, las acciones, la conducta y las reacciones de los compañeros y del entrenador pueden influir (de diverso modo) sobre el estado de ánimo, el estado psicológico del jugador, así como, sobre el resultado del juego. Después, de esto, el estado del jugador puede mejorar, hacerse más activo, o por el contrario, empeorarse, así como el resultado de su juego.

Lea, atentamente, la enumeración de las situaciones que con bastante frecuencia se manifiestan en la actividad de juego (reacciones y acciones de los compañeros y del entrenador) y evalúe, con la ayuda de la escala de siete puntos.

a) Como actúan sobre vuestro estado de ánimo, deseo de jugar.

b) Como actúan sobre el juego real (resultados de sus acciones de juego).

Además, represéntese que la conversación gira sobre la parte final del partido y el equipo pierde.

PUNTOS DE LA ESCALA

No. ESTADO

1

2

3

4

5

6

7

NIVEL DE EFICIENCIA DE JUEGO

 

1 Significativamente bueno, actúa positivamente, estimulado, movilizado, buena disposición, deseos de disposición, deseos de jugar, pericia deportiva.

 

 

 

 

 

 

 

Juego significativamente mejor más activo, con mayor resulta do, comete menos errores.

2  El mejor

 

 

 

 

 

 

 

El mejor

3  Tal vez, el mejor

 

 

 

 

 

 

 

Tal vez, el mejor

4  No cambia, ni mejor, ni

 

 

 

 

 

 

 

Ni mejor, ni peor

5  Muy rápidamente empeora

 

 

 

 

 

 

 

Tal vez, el peor

6 Se empeora 

 

 

 

 

 

 

 

Juego peor

7   Significativamente empeora (disminuye el ánimo, el deseo de jugar, me siento aplastado, distraído, me es difícil jugar).

 

 

 

 

 

 

 

Juego considerablemente peor (cometo más errores, juego sin iniciativas, indolentemente).

 

Enumeración de las situaciones en el juego:

Estímulo por parte del entrenador.

Elogios, reconocimiento de los compañeros.

Explicación, precisión.

Tranquilidad, apoyo de los compañeros

Falta de reacción ante la interrogante del compañero.

Señalamientos bruscos de parte del entrenador.

Aspecto disgustado de los compañeros.

Señalamientos groseros, ofensivos de parte de los compañeros.

Apatía externa, indiferencia, pasividad.

Reconocimiento del error por parte del compañero.

Ignorancia, silencio manifiesto por parte del compañero.

Falta de atención del compañero.

Entrega incompleta, carencia de esfuerzo en los compañeros.

Lentitud de los compañeros.

Incomprensión por parte de los compañeros del sentido del juego.

Actividad, esfuerzo, autorresponsabilidad de los compañeros.

Errores serios en las situaciones sencillas.

Errores serios de los compañeros en las situaciones sencillas.

Si puedes volver a repetir una misma falta.

Repetición de una misma falta por parte del compañero.

Acciones propias exitosas.

El entrenador tranquiliza al jugador.

Elogios por parte del entrenador.

Esta enumeración de frases puede ser elaborada para distinto deportes y de las mismas se pueden derivar situaciones que presenten un interés especial tanto para el entrenador, como para el psicólogo.

En los últimos tiempos, debido a la elaboración de métodos más precisos y correctos, destinados a la medición de los estados emocionales (por ej. inquietud reactiva de situación), es posible valorar el efecto psicológico de las distintas influencias interpersonales de forma más precisa y operativa.

 

El material presentado es una traducción de un trabajo presentado en la ex Unión Soviética en la década de los años 80 por Y. Hanin.

UNIVERSIDAD LATINA de Panamá Curso

UNIVERSIDAD LATINA de Panamá Curso

UNIVERSIDAD LATINA de Panamá

S  U  M  M  U  M      D  E  S  I  D  E  R  I  U  M      S  A  P  I  E  N  T  I  A

Curso

Técnicas Psicológicas Aplicadas al Rendimiento Deportivo

Sede:                                   Central

Fecha:                                  4 febrero al 12 de marzo 2010

Horario:                               jueves y viernes de 6:00-9:00 p.m.

Intensidad:                        30 horas

Módulos:                           Anexo contenido, fechas y conferencistas

Modalidad:                       Presencial

Cupo:                                   25

Diplomas:                           Tendrán derecho a diploma los participantes que cumplan con una asistencia mínima del 80% a las sesiones programadas y cumplan con las investigaciones previstas.

Evaluaciones:                   Al finalizar cada módulo

Tipo de salón:                   Aula normal,

Contenido:

NOMBRE DEL MÓDULO

CONTENIDO

CONFERENCISTA

FECHAS Y horas

MÓDULO I:

Perspectiva histórica de las técnicas psicológicas

Antecedentes  de la psicología científica

Escuela soviética

Escuela europea

Escuela americana

Corrientes actuales

Ericka Matus

 

4, 5, febrero 

 

6 horas

MÓDULO II:

Técnicas psicológicas para promover la motivación

Teorías sobre la motivación

Principales técnicas

Aplicación a deportes individuales

Aplicación  a deportes de equipo

Ericka Matus

 

18, 19 febrero

6 horas

MÓDULO III:

Técnicas psicológicas para el manejo y control del estrés

Teorías sobre el manejo de estrés

Principales técnicas

Aplicación a deportes individuales

Aplicación a deportes de equipo

Ericka Matus

 

25, 26 febrero

6 horas.

MÓDULO IV:

Técnicas psicológicas parara el proceso de cohesión de grupo

Teoría sobre los procesos grupales

Principales técnicas

Consideraciones sobre la cohesión de grupo

Aplicación a deportes individuales

Aplicación a deportes de equipo

Ericka Matus

 

4, 5 marzo

 

6 horas

MÓDULO V:

Técnicas psicológicas para el proceso de Evaluación del rendimiento

Teorías sobre la evaluación del rendimiento deportivo

Principales técnicas

Aplicación a deportes individuales

Aplicación a deportes de equipo

Ericka Matus

 

11, 12 marzo

6 horas

Facilitador:

ERICKA DEL CARMEN MATUS GARCÍA

Psicóloga social, especialista en enseñanza superior con maestría en investigación y docencia en psicología, psicóloga del deporte y entrenadora de natación. Coordinadora de la licenciatura de Psicologías de la Universidad Latina, especialista en psicología social, educativa y del deporte. Ha trabajado como psicóloga social en desarrollo e implementación de proyectos sociales, como profesora de metodología y estadística en diferentes universidades y como psicóloga del deporte en deportes como gimnasia, futbol, béisbol, basquetbol, nado sincronizado y natación.

Información

Sede Central.

Ave. Ricardo J. Alfaro

Teléfono: (507) 230-8669

Teléfono: (507) 230-8600

Fax: (507) 230-8640

Web: www.ulatina.ac.pa

Mail: erickamatus@ulatina.ac.pa

PREVENZIONE DELLA FATICA MENTALE III

PREVENZIONE DELLA FATICA MENTALE III

di Diego Polani - psicologo

fig. 4 (schema del grado di percezione visiva di uno stimolo luminoso)

Molte sono le ricerche dal punto di vista anatomo funzionale per quanto riguarda l'aspetto strettamente fisiologico dell'irrorazione sanguigna cerebrale. Basti sapere che alcuni autori avevano constatato come, dopo prolungato affaticamento dovuto alla guida di un'autovettura, invece che trovare un peggioramento della visione mesopica ed un conseguente allungamento del tempo di riadattamento, dopo l'abbagliamento, si aveva un miglioramento di essi: esattamente mentre, al contrario, tutte le altre funzioni considerate in quell'indagine (frequenza cardiaca, pressione arteriosa, tempi di reazione, etc.) avevano subito un andamento peggiorativo. Tali autori avevano ipotizzato che, essendo il guidare un'autovettura un'attività che richiede un modesto dispendio di energie fisiche a scapito dell'attenzione che prevede un impegno costante, questo comporta, di conseguenza, un'aumentata richiesta di ossigeno da parte dei tessuti cerebrali con la conseguenza di un aumento della frequenza cardiaca, e, probabilmente, con un ampliamento del letto vascolare cerebrale; perciò ne consegue una migliore irrorazione sia della retina che dell'area cerebrale.

La risposta iniziale verso un fattore di stress è quindi una reazione del Sistema Nervoso Simpatico: similmente notiamo un processo simile a livello del sistema visivo. La reazione iniziale si traduce nel comando all'accomodazione nel posizionarsi in un punto dello spazio più lontano rispetto a quello che si avrebbe in condizioni di equilibrio. La tendenza a posizionare l'accomodazione più lontano nello spazio, in relazione al processo di "identificazione", di cui è parte, e al processo di "centraggio", crea una dissonanza interna che l'organismo cerca in qualche modo di risolvere conciliando la discrepanza fra l'azione del meccanismo di accomodazione e quella del processo di identificazione per ottimizzare energie e rendimento.

Studi più recenti sembrano attribuire ai processi di inibizione corticale la fonte principale dello sforzo durante le attività attentive. Si è ipotizzato che in persone sottoposte al medesimo tipo di stress, con reazioni differenti nel modello e nel tempo, utilizzano una strategia di decision-making, correlata con il comportamento percettivo e riflessa in molti altri stili operativi, indicando, come principali fattori di stress, l'atteggiamento e lo stato d'animo dell'individuo, la sua predisposizione, il suo stato mentale prima e durante lo svolgimento dell'impegno visivo.

Un soggetto normale guardando una superficie illuminata intermittentemente, e con ritmo lento, può percepire periodi di luce alternati a periodi di oscurità. Se la frequenza del ritmo aumenta si arriva ad un punto in cui il soggetto non distinguerà più i periodi di oscurità, ma avrà una sensazione di luce continua. Questa sensazione di luce oscillante ritmicamente viene indicata col termine "farfallamento" o più comunemente "Flicker". Se aumentiamo ulteriormente la frequenza con la quale vengono presentati i periodi di luce e di oscurità, le oscillazioni di intensità scompare e la superficie osservata appare illuminata da una luce continua di intensità costante. In questo caso abbiamo una fusione completa degli stimoli luminosi successivi. La minima frequenza di questi stimoli intermittenti (numero degli stimoli per secondo) durante la quale viene raggiunta questa fusione è indicata col termine di "frequenza critica di fusione" e si utilizza per misurare e caratterizzare il fenomeno (fig.4).

Essendo l'occhio embriologicamente un'estroflessione del cervello possiamo dire che le eventuali variazioni di ossigenazione del tessuto retinico sono legate alle medesime variazioni del sistema circolatorio cerebrale.

In occasione di vari collegiali effettuati con il Granfondo e con i subacquei ho riscontrato che effettivamente, una volta stabilita la misurazione basale di frequenza critica di fusione, le misurazioni che venivano espresse dall'utilizzo della macchina erano predittive e funzionali per il tecnico federale. Infatti tramite l'incrocio delle analisi soggettive ed obiettive effettuate dagli atleti dopo gli allenamenti, si dimostrava con un buon grado di precisione lo stato allenante dell'atleta, ossia se la sessione di allenamento aveva prodotto una sorta di supercompensazione oppure se vi erano tracce di inibizione. Nello stesso tempo l'analisi effettuata prima degli allenamenti evidenziava lo stato eventuale di fatica mentale; in questo caso la fatica poteva essere indicatrice di rischio di superallenamento oppure indicatrice di uno stato di noia e quindi di non partecipazione attiva all'allenamento. In ogni caso l'allenatore aveva la possibilità di comportarsi adeguatamente strutturandosi in base alle informazioni ricevute.

Sulla base degli studi effettuati da vari autori, e sulla base dei risultati ottenuti dall'utilizzo della macchina in occasione dei collegiali effettuati con la Nazionale Italiana di Nuoto di Granfondo e con le Nazionali Italiane del settore Subacqueo della F.I.P.S.A.S. si può dire che è stato dimostrato che:

•1)    esiste un rapporto fra impegno mentale e variazioni del flusso sanguigno cerebrale;

•2)    esiste un rapporto tra impegno mentale e frequenza critica di fusione oculare.

Pertanto, alla luce dei risultati ottenuti, crediamo di poter affermare che l'esame della frequenza critica di fusione oculare, grazie anche alla semplicità ed alla praticità dell'apparecchio utilizzato, è un metodo di indagine valido e predittivo per valutare gli effetti dell'allenamento ed i casi di futuro superallenamento. L'utilizzo di questa strumentazione in correlazione con alcuni dati fisiologici (lattato e frequenza cardiaca) ed altri dati psicologici (autovalutazione alla fatica e controllo dello stress tramite biofeeedback) può stabilire durante gli allenamenti lo stato di fatica mentale dell'atleta al fine di fornire al tecnico un'ulteriore informazione per la seduta di allenamento. Non solo, se utilizzata in maniera continuativa prima e dopo l'allenamento, in determinati periodi dell'anno, può aiutare il tecnico a verificare il livello di supercompensazione. In poche parole si può individuare se l'allenamento ha prodotto i risultati richiesti o se l'atleta ha lavorato in stato di inibizione.

 

PREVENZIONE DELLA FATICA MENTALE II

PREVENZIONE DELLA FATICA MENTALE II

di Diego Polani - psicologo

Come detto precedentemente uno degli obiettivi fondamentali che risiedono negli impegni di lavoro dati agli atleti di alto rendimento è la produzione di fatica con il proposito di collaborare nel processo di supercompensazione dell'organismo e in questo modo aumentare il rendimento atletico. L'allenamento è composto da differenti tipi di carichi, che per il loro volume, intensità e tipo, portano come conseguenza tutta una serie d'adattamenti funzionali dell'organismo.

Studi effettuati in anni di lavori hanno stabilito che la fatica mentale sopraggiunge con un discreto anticipo, circa una settimana prima, nei confronti della fatica fisica o superallenamento. Il Fliker lavorando su di uno stimolo visivo può rendere visibile lo stato appena denominato di fatica mentale. Infatti l'occhio umano presenta una configurazione neurologica insolita e particolarmente complessa essendo collegato al Sistema Nervoso Autonomo, a terminazioni nervose sensoriali ed a terminazioni nervose scheletriche. L'unica componente nervosa sensoriale dell'occhio è la retina mentre tutte le altre derivazioni possiedono scopi motori: i muscoli dell'iride ed il muscolo ciliare del cristallino sono componenti motorie innervate specificamente dalla componente autonoma del sistema nervoso; i muscoli oculomotori sono componenti motorie innervate specificamente dal sistema nervoso scheletrico. L'occhio, quindi, non è da considerarsi un organo di senso periferico, ma una vera e propria estroflessione del cervello. Infatti si origina dalla vescicola cerebrale, nel periodo embrionario, (fig. 2) ed i suoi componenti mantengono la stessa disposizione:

sfera = dura madre,

coroide ed iride = pia madre,

retina = sostanza cerebrale (fig. 3).

Quindi anche la circolazione sanguigna oculare è parte integrante del sistema circolatorio cerebrale. La circolazione arteriosa del cervello comprende, in definitiva, quattro gruppi di arterie:

•1)    le arterie delle circonvoluzioni;

•2)    le arterie dei nuclei centrali;

•3)    le arterie ventricolari o coroidee;

•4)    le arterie della base.

fig. 2 (da G.C. Modugno)                fig. 3 (da G.C. Modugno)

PREVENZIONE DELLA FATICA MENTALE

PREVENZIONE DELLA FATICA MENTALE

di Diego Polani - psicologo

Spesso ci si è chiesto qual è il ruolo della psicologia nell'ambito dello sport; in molte occasioni si sono utilizzate parole di diniego e superiorità nei confronti di altre categorie che come noi vivono professionalmente il mondo dello sport; ma mai ci siamo posti realmente il problema di come possiamo intervenire nel mondo sportivo creando visibilità professionale e, di conseguenza,  una reale domanda di intervento da parte dell'utenza. L'esperienza internazionale ci ha dimostrato chiaramente come l'unione di tutte le professionalità porti alla fine un reale miglioramento della prestazione che spesso si traduce visivamente nel risultato. È ora, quindi,  che si lavori in funzione dello sport.

Il controllo psicofisiologico dell'allenamento sportivo può avvenire dallo sviluppo di una serie di prove che le varie professionalità possono compiere all'interno di uno specifico processo allenante. È dai risultati di queste prove che si può offrire una serie di dati rilevanti inerenti il comportamento che l'atleta attua nell'esecuzione dei compiti ai quali viene sottoposto. Questo tipo di controllo dovrebbe diventare uno dei punti più importanti nella pianificazione metodologica dell'allenamento.

Attualmente, i procedimenti che danno informazioni sulle conseguenze che gli impegni di lavoro hanno sull'atleta sono di carattere esclusivamente fisiologici. L'allenamento è composto da differenti carichi, che per il loro volume, intensità e tipo, portano ad una serie d'adattamenti funzionali dell'organismo.

A partire dai carichi di lavoro che si propongono all'atleta, si scatenano nel suo organismo tutta una serie di risposte psico-fisiologiche adattive; se il carattere di quest'adattamento è positivo, dopo di un recupero adeguato, questi carichi costituiranno gli elementi fondamentali per aumentare la capacità di lavoro dell'organismo e per predisporre l'atleta all'accettazione di nuovi carichi. Questo fenomeno allenante è comunemente conosciuto con il nome di supercompensazione.

La supercompensazione è uno degli elementi basilari dell'allenamento sportivo d'alto rendimento e serve di aiuto al fine di pianificare e dosare i carichi da lavoro. Tutto ciò è teoria, però sappiamo che durante le sedute di allenamento possono influire tutta una serie di fattori che potrebbero incidere negativamente sulla supercompensazione, e, di conseguenza, nell'assimilazione dei carichi da parte dell'atleta. Quando ciò avviene notiamo che alcuni fattori di origine fisiologica o psicofisiologica possono esserne la causa scatenante. Tra i fattori spesso notati e definiti in ambito internazionale da ricerche differenziate possiamo trovare il sovraccarico, il carico psicologico, la fatica e lo stress:

  • Ø Il sovraccarico può prodursi quando il carico totale degli impegni dell'atleta (allenamento, professione, studio, lavoro, ecc.) è molto grande, cioè, quando la sommatoria di carichi supera il livello di rendimento dell'atleta o, in poche parole, la sua capacità di dare risposte adattive positive. Questo aspetto determina alcuni cambiamenti importanti nel Sistema Nervoso Centrale.
  • Ø Il carico psichico dell'atleta si è la relazione che intercorre tra il sovraccarico e la capacità che possiede un soggetto ad accettarlo, ossia quegli aspetti strutturali che ognuno ha al fine di assimilare i carichi.
  • Ø La fatica, uno dei fattori che agiscono contro il recupero, è forse l'aspetto finora più studiato a livello internazionale. In un'ottica più ampia alcuni autori definiscono la fatica come uno stato dell'organismo che si manifesta su tre livelli differenti, ma che però possiedono un'inseparabile unità d'azione: il livello fisiologico, quello biochimico e quello psicologico. Considerando l'influenza che può avere la fatica sul Sistema Nervoso Centrale si afferma che la stessa conduce ad un'inibizione delle cellule nervose, al fine di proteggersi, in tutto l'organismo, dai sovraccarichi. Possiamo definirla, in modo generale, come la rottura dell'equilibrio esistente tra il soggetto e l'attività che svolge. Questa rottura trova le sue origini nella soggettività di ogni atleta (le sue premesse psicologiche e psicofisiologiche, il suo stato generale, le sue motivazione verso il compito, ecc.), nelle caratteristiche dell'attività sportiva (forte, complessa, monotona, ripetitiva, ecc.), così come nelle condizioni nelle quali il soggetto le realizza (ambiente rumoroso, caldo, luogo stressante, ecc). La fatica se si produce in modo controllato all'interno dei processi allenanti costituisce uno degli obiettivi fondamentali al fine di ottenere alti rendimenti: in poche parole troviamo dei benefici quando si crea un equilibrio tra carica-fatica-recupero.
  • Ø Un altro fattore che agisce contro il recupero è lo stress, quando non è controllato. I carichi di allenamento, per la loro periodicità, creano uno stato di tensione denominato stress di allenamento. Alcuni autori definiscono lo stress come un sotto-prodotto creato per rispondere ad una richiesta. Se l'organismo riesce a rispondere correttamente alle richieste imposte dal carico di allenamento, lo stress provocato aiuterà a raggiungere un miglioramento nell'allenamento. Per tanto lo stress d'allenamento non deve essere considerato come un qualcosa di negativo, ma come una funzione necessaria nell'ambito dello sport d'alto livello.

Alcuni aspetti teorici sulla fatica

La fatica fisica.

La fatica può essere definita come uno stato di indebolimento dovuto ad un impegno eccessivo di natura fisica e/o psichica. I sintomi inerenti uno stato di affaticamento, denunciante il superamento dei limiti di resistenza dell'organismo e della psiche, si possono evidenziare tramite una riduzione del rendimento, della funzionalità, della capacità di concentrazione e, quindi, rifiuto per il lavoro da effettuare.

In campo sportivo la situazione di fatica comporta effetti determinanti nella realizzazione di una performance. Durante l'allenamento si possono creare situazioni che vanno ad alterare l'omeostasi dell'organismo, vale a dire quella condizione dinamica che, in base a continui adattamenti, crea un equilibrio interno agli organismi animali, infatti attraverso l'effettuazione di esercizi allenanti si evidenziano alcune alterazioni dell'omeostasi delle cellule, e degli organi preposti all'insorgenza della fatica, raggiungendo, grazie alla fase di recupero, nuovi livelli di adattamento. Laddove, invece, insorge la fatica si può notare un comportamento di debolezza e di disagio che si evidenzia, alla fine, con una diminuzione della performance. Questa alterazione può manifestarsi sia durante l'esecuzione dell'esercizio, sia dopo tale esecuzione (in questo caso si denota una riduzione dei composti energetici fino all'eventuale raggiungimento della degradazione di strutture proteiche muscolari e di membrana cellulare).

La fatica è quello strumento che aiuta a proteggere l'organismo rendendo, altresì, l'atleta cosciente sui propri limiti di prestazione, limiti che, grazie ad un allenamento corretto, composto da carichi e recuperi, possano modificarsi in base ai nuovi adattamenti e sempre in favore di una performance ottimale. Gli atleti costruiscono le proprie riserve di energia fisica e mentale con innumerevoli ore di allenamento. Una volta sviluppate occorre trovare la maniera di conservare positivamente questa energia al fine di aumentare il risultato della performance finale.

La fase chiamata "recupero" serve per riacquistare un ottimale livello prestativo tramite la rimozione degli stati di fatica fisica e mentale dovuti sia agli allenamenti sia alle gare. Questo processo avviene fisiologicamente su livelli diversi da quelli che precedevano l'allenamento e attraverso la ricostituzione dei componenti che vengono consumati e degradati. Durante il recupero possiamo notare:

  • 1) la reintegrazione dei depositi di fosfageno muscolare. Questo processo si realizza ad opera del sistema aerobico e si completa in due - tre minuti;
  • 2) la riossigenazione della mioglobina - proteina che lega l'ossigeno facilitandone la diffusione all'interno delle cellule muscolari - la quale dipendendo dalla disponibilità di ossigeno nel sangue e nei tessuti non interessa le vie metaboliche;
  • 3) la ricostituzione delle scorte di glicogeno muscolare. Il glicogeno muscolare è fondamentale in quanto risulta avere funzioni sia di carburante energetico dei sistemi aerobico ed anaerobico, sia quale fattore per ritardare l'insorgenza della fatica muscolare durante l'attività. Per fatica muscolare intendiamo l'incapacità dei muscoli nel continuare a fornire, nel tempo, la stessa potenza: a seconda dello sport praticato, può essere o periferica, quindi legata alla placca muscolare, o centrale, con implicazione del sistema nervoso. Il recupero del glicogeno muscolare, dopo lo svolgimento di un'attività prolungata di almeno due ore, richiede un tempo di circa 46 ore ed un'adeguata dieta iperglicidica. In caso di esercitazioni intense, anche se di breve durata, il glicogeno può essere risintetizzato in un tempo di circa due ore, mentre il recupero totale avviene in 24 ore. Questo processo di recupero richiede uno sviluppo elevato di energia;
  • 4) la rimozione dai muscoli e dal sangue dell'acido lattico. Vari studi hanno dimostrato che la rimozione dell'acido lattico avviene più rapidamente se l'atleta continua a svolgere esercitazioni leggere. Tale rimozione richiede energia che viene fornita essenzialmente dal sistema aerobico.

Negli sport strettamente aerobici la fatica muscolare produce essenzialmente l'esaurimento delle scorte di glicogeno muscolare, nelle attività di più lunga durata (marcia, maratona, nuoto di granfondo, sci di fondo, ...) sono presenti altri problemi che vengono individuati dalla disidratazione intracellulare dovuta all'aumento della temperatura corporea e muscolare. Dove, invece, lo sforzo muscolare è di breve durata ma molto intenso, ossia nelle attività motorie che utilizzano una fonte energetica mista (aerobica ed anaerobica), oltre ai problemi legati direttamente al metabolismo - esaurimento delle scorte di fosfocreatina - vanno considerate tutte le altre possibili cause legate ad aspetti sia periferici che centrali: l'accumulo del lattato all'interno delle cellule muscolari porta, ad esempio, ad un abbassamento del pH intracellulare con conseguente variazione della velocità nelle reazioni chimiche delle cellule, in particolare diminuzione della velocità della glicolisi e, conseguentemente, della risintesi dell'ATP.

Spesso la fatica centrale è legata all'utilizzo di grandi masse muscolari che determinano una riduzione graduale delle sensazioni propriocettive. L'atleta si trova in uno stato dove non capisce se sta utilizzando, o meno, la forza massima. Tra le cause scatenanti possiamo considerare la diminuzione della motivazione.

Nella fatica periferica, oltre alle cause valide per la fatica metabolica, è possibile trovare un difetto di attivazione elettromeccanica del muscolo.

La fatica muscolare, quindi, si può evidenziare in vari modi (metabolici, centrali o periferici) in rapporto alla durata della performance, ma anche in rapporto al tipo di contrazione muscolare esercitata.

In ambito sportivo il termine "fatica" lo vediamo sempre di più associato al termine di "superallenamento", termine che indica l'aumentano dei carichi allenanti, che servono a determinare un adattamento superiore, prima che si sia verificato un recupero completo. Questo pericolo è oggi più presente in quanto si cerca di trovare prestazioni sportive sempre più elevate e, quindi, si tende a creare allenamenti con più mole di lavoro sia qualitativo che quantitativo. Un buon allenatore deve programmare l'attività dei propri atleti cercando di trovare un equilibrio ottimale tra la tolleranza dell'esercizio ed il recupero. È possibile, comunque, trovare alcuni casi che denotano l'insorgenza di un affaticamento cronico tale da costringere gli atleti a dover vivere l'esperienza negativa dell'annullamento di un'intera stagione agonistica.

Il superallenamento può essere definito in due modi:

  • Ø Overreaching - forma di superallenamento leggero o a breve termine - può verificarsi quando il sovraccarico è troppo pesante ed il recupero incompleto. In questo caso possiamo notare uno stato di affaticamento precoce ed una diminuzione della prestazione massimale. Questa sindrome è recuperabile in un periodo compreso tra una e due settimane. Durante questa fase si è notato che le unità motorie tendono ad affaticarsi più precocemente, per cui, utilizzando uno stesso carico allenante, si ha una maggiore stimolazione nervosa ed un aumento del consumo di ossigeno. In alcuni casi è possibile riscontrare la diminuzione del peso corporeo e l'alterazione del ritmo sonno-veglia.
  • Ø Overtraining Syndrome - forma di superallenamento pesante e per periodo prolungato - si verifica quando lo squilibrio tra allenamento e recupero sussiste per un periodo prolungato. In questo caso il recupero può avvenire in un periodo di molte settimane o mesi. Durante questa fase oltre ad uno stato di grave spossatezza, con conseguente diminuzione della prestazione massimale, si può notare la comparsa di sintomi che inducono a distinguere uno stato di superallenamento simpatico (a) diminuzione del livello di prestazione, b) aumento della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa a riposo, c) diminuzione dell'appetito, d) diminuzione del peso corporeo, e) recupero rallentato dopo l'esercizio, f) diminuzione della voglia di gareggiare e di allenarsi, g) instabilità emotiva, h) rischi maggiori di infezioni ed infortuni, i) minore livello di lattato durante gli esercizi, l) sonno irregolare) da uno stato di superallenamento parasimpatico (a) diminuzione del livello di prestazione, b) diminuzione della frequenza cardiaca a riposo, c) minore livello di lattacidemia a parità di impegno atletico, d) ipoglicemia durante l'allenamento o la gara, e) atteggiamento flemmatico e/o depressivo, f) appetito e sonno regolari, con il primo talvolta accentuato). Il primo caso, che può verificarsi prevalentemente in sport di potenza, si ha un incremento dell'attività simpatica nello stato di riposo, mentre nel secondo, essenzialmente sport di resistenza, si può notare una forte inibizione del sistema simpatico con un'attivazione parasimpatica sia nella fase di riposo che durante l'esercizio. Come abbiamo visto i segnali clinici e comportamentali che ne derivano sono differenziati.

La fatica mentale.

Quando la quantità di informazioni da gestire supera un determinato livello o l'elaborazione delle stesse si prolunga eccessivamente nel tempo, il sistema attentivo ha un calo di efficienza con conseguente sensazione di fatica mentale. Si può notare un radicale cambiamento nelle strategie comportamentali-cognitive con il passaggio da un'analisi di tipo globale ad una di tipo seriale e lenta. Altro effetto peculiare dell'aumento della fatica mentale è la crescita della percentuale delle risposte altamente automatizzate. Laddove si incontrano situazioni sportive, particolarmente stressanti e faticose, si notano, con facilità, sequenze motorie errate o poco appropriate ma più facilmente attuabili perché meglio apprese o più economiche in termini di lavoro mentale; altrimenti notiamo l'utilizzo di un controllo cosciente anche su quelle operazioni affidate, normalmente, a processi automatizzati e, conseguentemente, viene rallentata l'esecuzione del movimento. Al contrario esiste il pericolo che il processo di elaborazione sia messo in crisi da un flusso di informazioni esiguo, ridotto o particolarmente ripetitivo: la sottoutilizzazione delle capacità elaborative produce uno stato deleterio per la prestazione definito usualmente "noia". Questa sindrome di monotonia, riscontrabile soprattutto in quegli sport ciclici in cui la reiterazione di un gesto è finalizzata alla ricerca di un equilibrio, mostra come il sistema di elaborazione abbia bisogno di un flusso di informazioni da analizzare per tenere in vita i programmi esecutivi messi in atto.

Negli sport cosiddetti ciclici (nuoto, ciclismo, canottaggio, ...) l'elaborazione è prettamente automatizzata ed il costo mentale è relativamente basso.

Rapidamente possiamo affermare che nelle discipline open skill l'impegno attentivo è orientato verso l'ambiente esterno e lo sforzo psichico nella fase precedente il gesto; invece nelle discipline closed skill l'impegno attentivo si orienta verso l'interno e lo sforzo psichico nella fase esecutiva del gesto. In realtà, poi, le operazioni a cui è sottoposta l'informazione sono così complesse che queste divisioni sono orientative e non esprimono l'enorme e completo lavoro con cui l'input viene captato dall'ambiente per produrre una risposta e di come questa risposta crei degli input che verranno captati dall'ambiente.

I segni di una sindrome da superallenamento, invece, possono essere a volte sovrapponibili a quelli di uno stato classico di depressione. Una corretta programmazione dell'allenamento e l'apprendimento di tecniche di gestione dell'energia psichica possono contribuire ad evitare uno stato di superallenamento. Una adeguata prevenzione non dovrebbe trascurare l'insorgenza di almeno alcuni dei seguenti punti:

  • aumentare la durata e/o la qualità del sonno specialmente la settimana che precede l'evento agonistico;
  • effettuare una corretta alimentazione, specialmente con cibi ricchi di antiossidanti;
  • valutare il livello di umore;
  • esaminare il rendimento agonistico;
  • utilizzare una comunicazione che enfatizzi l'impegno agonistico;
  • vivere una vita equilibrata, in quanto l'insoddisfazione può ingenerare atteggiamenti psicologici negativi ed aumento dell'ansia;
  • praticare tecniche di mental training e/o di rilassamento.

Per finire questa parte dedicata alla fatica si può affermare che un corretto screening psico-fisiologico può evidenziare alcuni dei sintomi sopra descritti, così come un controllo dei sistemi ormonali ed in particolare del testosterone serico che favorirebbe l'efficienza neuromuscolare.

Il Fatigtest

Al fine di studiare e di conseguenza effettuare uno screening psico-fisiologico della fatica mentale si può utilizzare il Fatigtest effettuato con un'apparecchiatura elettronica (Flicher) (fig. 1).

Questo strumento è stato studiato da un'equipe cubana di psicologia dello sport su vari atleti di interesse internazionale. È uno strumento che analizza la risposta fisiologica della fatica mentale ed è derivato da una serie di studi effettuati nel campo della psicologia del lavoro per l'ottimizzazione dei turni lavorativi in lavori altamente stressanti. Un primo strumento sperimentale fu costruito svariati anni fa dal prof. Modugno, oculista dell'Istituto di Medicina dello Sport di Roma.

L'analisi per lo studio della fatica si effettua analizzando il rapporto esistente tra la percezione soggettiva della stanchezza (metodo indiretto) e la percezione oggettiva della stanchezza, studiata tramite la frequenza critica di fusione oculare, (metodo diretto). Viene misurato il livello di fatica degli atleti prima e dopo l'allenamento con entrambi i metodi. Per misurare la valutazione oggettiva si usa, appunto, la prova con il flicker mentre per la valutazione della percezione soggettiva della stanchezza una scala di valutazione di undici punti simili a quella di Borg.

fig. 1 Il Fliker di fabbricazione cubana.